Se qualcuno vi dicesse che uno dei film più belli dell’estate racconta di una bambina abbandonata dal padre e di un gatto gigante antropomorfo di trentasette anni che vive in un tempio shintoista, probabilmente pensereste a uno scherzo. Eppure, questo è Ghost Cat Anzu, piccolo gioiello d’animazione realizzato da Nobuhiro Yamashita e Yōko Kuno, disponibile in home video per Dynit.
Il film si apre con un’atmosfera che ricorda da vicino Il mio vicino Totoro: un’ambientazione estremamente bucolica, un minuscolo villaggio immerso nella campagna giapponese e Karin, un’undicenne, che insieme al padre scende dal treno e si avvia verso un tempio shintoista. Qui l’uomo, oberato dai debiti, chiede ospitalità al monaco per poi ripartire subito verso Tokyo con la promessa di "risolvere i suoi problemi". Karin si ritrova così bloccata, nel pieno della torrida estate giapponese, in questo piccolo microcosmo. Ed è qui che conosce il gattone Anzu.
Uno degli aspetti più riusciti del film è il comparto visivo, che nella versione Blu-ray emerge con ancora maggiore evidenza. I colori saturi restituiscono perfettamente il calore e il lucore dell’estate giapponese, mentre l’utilizzo del rotoscopio dona una fluidità sorprendente alla classica animazione limitata degli anime. Questa scelta tecnica si sposa perfettamente con una vicenda sospesa tra fiaba e racconto dal vero, dove figure spiritiche come Anzu e la sua combriccola di yōkai, disegnati con una dolcezza irresistibile, convivono senza soluzione di continuità con un mondo in cui si prende il treno, si gioca a golf e si cerca di sopravvivere alla calura estiva con una bibita ghiacciata acquistata al kombini del paese.
Ed è proprio questo contesto così appartato a rendere ancora più evidente il cuore del film. Perché, sotto la superficie di una storia fantastica popolata da spiriti e gatti parlanti, Ghost Cat Anzu è soprattutto un racconto sul lutto e sull’elaborazione della perdita.
Karin è infatti una bambina abilissima nel manipolare gli adulti e nel suscitare la loro compassione quando le conviene. Prima ancora che una bambina di città, però, è una bambina che ha perso la madre. Quel dolore continua ad accompagnarla, anche se lei fa di tutto per non mostrarlo. È già molto sveglia, sa perfettamente quando esibire le proprie fragilità e quando invece nasconderle. Non è un caso che, appena arriva al villaggio, i due piccoli “teppisti” del posto perdano completamente la testa per lei: Karin è più intelligente, più scaltra e più determinata di tutti. Eppure, Ghost Cat Anzu mostra con grande sensibilità ciò che accade quando rimane sola di sera nella sua stanza. Lei continua a fissare la schermata di blocco del telefono: quella fotografia con sua madre e suo padre nel giorno più felice della sua vita, quando vinse una gara di corsa.
È qui che il film cambia completamente prospettiva. L’elemento fantastico incarnato da Anzu non serve a cancellare il dolore, ma a renderlo finalmente affrontabile. Karin non supera il lutto dimenticando la madre, né fingendo che tutto vada bene. Lo supera concedendosi finalmente di soffrire. Il suo urlo liberatorio arriva come un’esplosione dopo aver trattenuto troppo a lungo emozioni che nessuna bambina di undici anni dovrebbe essere costretta a reprimere.
Quell’urlo diventa allora il simbolo dell’accettazione della perdita: qualcosa che non può essere superato del tutto e che proprio per questo continuerà sempre ad accompagnarla. L’estrema tranquillità con cui Anzu affronta l’esistenza (come quando viene fermato dalla polizia perché guida un motorino senza patente e si giustifica candidamente dicendo: “Non sapevo che anche i non umani dovessero avere la patente!”), rappresenta un modo diverso di guardare alla vita. Ed è proprio quello sguardo che Karin, dopo molte resistenze e molte ferite, finirà lentamente per fare suo.
Ghost Cat Anzu è uno di quei film che sembrano raccontare soltanto l’estate, il rumore incessante delle cicale e i pomeriggi infiniti della campagna giapponese ma che in realtà parlano di qualcosa che dura molto più a lungo: imparare a convivere con ciò che non tornerà. E proprio per questo riescono a lasciare un segno ben oltre i titoli di coda.