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12 agosto 2026

Guccini è stato tutto tranne il santo che continuate a raccontare: genio, uomo normale, libertario e pure pieno di contraddizioni

  • di Dino Giarrusso

12 agosto 2026

Guccini è Guccini, e non perché tutti oggi fingano di averlo sempre amato: lo è per quei versi folgoranti che hanno attraversato generazioni, raccontando amore, giovinezza, disillusione, politica e vita meglio di mille sociologi. Da “Via Paolo Fabbri 43” alle Silvie beffeggianti, passando per autobus grassi, campane ossidate e appartenenze impossibili da spiegare. Un omaggio al cantautore più politico e più umano, ma anche una domanda a chi oggi si mette Guccini sul petto come certificato di purezza: davvero era questo che avrebbe voluto?

foto di Ansa

Guccini è stato tutto tranne il santo che continuate a raccontare: genio, uomo normale, libertario e pure pieno di contraddizioni

Ad acque chete, ora che i coccodrilli - uniti a cernie bollite e piccoli pesci senz’ossa convinti d’essere squali - hanno smesso di agitarsi, di scrivere e parlare di sé fingendo di parlare di lui, ci sembra giusto ricordare Guccini. Guccini, non Francesco, ché non è nostro cugino, né un nostro amico, ma è un nostro mito. Come Maradona, come Picasso, come Borg, come Kubrick: nessuno li chiama per nome. Guccini è Guccini, sarà sempre Guccini, sarà per sempre la erre moscia più imitata dagli strimpellatori da spiaggia, sarà quei testi meravigliosi che però già 30 anni fa qualcuno riteneva prolissi, quelle frasi incredibili presenti in molte sue canzoni, quei versi folgoranti che squarciano i pensieri di chiunque le ascolti costringendo a visualizzare ogni geniale intuizione. Guccini è pure il mago strafottente che scodella follie paraletterarie, eccessi meravigliosi di cui infarciva alcuni brani, e che oggi verrebbero bocciati non dico da un discografico (evitiamo impietosi paragoni fra la stagione in cui è fiorito Guccini e questo lunghissimo, arido inverno?), ma pure dal tuo migliore amico se gli presentassi una tua canzonetta. Picchiettavo un indù in latta di una scatola di tè… mio amatissimo Guccini, vorrei chiederti: ma come diavolo t’è venuto in mente questo verso? Eppure ci sta, suona bene nonostante tutto, ce lo ricordiamo, è bello.

Guccini è Guccini perché spesso prima di lui e delle sue canzoni veniva la sua fama, per noi liceali degli anni ‘80/’90. Oggi pare una gara a chi lo amava di più, dall’oca che guazza ai presunti squali e ai tantissimi pescetti, ma io ricordo bene che il mio amore per Guccini era (anche) fonte di numerose e ricche prese per il culo, a scuola e all’università. “Mamma che palle, ma veramente Guccini?” obiettavano tanto quegli amici ansiosi soprattutto di mangiare asfalto con le loro moto 125 replica di quelle da gara, quanto le tante Silvie beffeggianti cui si aveva persino paura di confessare i nostri gusti musicali un po’ retro, per non allontanarle dal nostro piano di seduzione e conquista. E forse proprio da loro bisognerebbe partire. Dalle Silvie beffegianti, sì. Perché ditemi se esiste, in musica o in letteratura, un passaggio che sappia percuoterti più di questo qui: nel sole dei cortili / i tuoi fantasmi giovanili / corron dietro a delle Silvie beffeggianti / Si è spenta la fontana / si è ossidata la campana / perché adesso ridi al gioco degli amanti? Sono versi spietati, perfetti, capaci di procurarti la pelle d’oca quando li ascolti a 20 anni (i fantasmi giovanili e le Silvie allora sarebbero la preadolescenza e il te 14enne alle prese con coetanee inesplicabili), e poi a 30 (e giù col ricordo dei 20), a 40, a 50, a 70 e così via, sempre.

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Francesco Guccini

Perché è proprio così: TUTTI, dicasi tutti, abbiamo corso dietro a delle Silvie beffeggianti. E ci hanno beffato, le Silvie, sempre. Pure quelle che ci hanno amato, pure quelle che poi alla fine abbiamo lasciato noi, pure quelle che hanno pianto e sofferto per noi. Perché per quanto ad una certa età si possa poi diventare scafati, esperti, sereni, seduttori, felici e in armonia col mondo femminile, c’è un momento (che per alcuni -sia chiaro- dura tutta la vita!) in cui l’universo delle donne ti appare beffardo e inestricabile, troppo complicato, popolato da misteriose fate, streghe, folletti, creature indubbiamente aliene, diverse da noi maschi e in quanto tali non comprensibili. Silvie, tutte Silvie, e tutte beffeggianti. Un loro sorriso poteva aprirti il cuore o spezzartelo per sempre, punto. E questa cosa qui, questo potere, questo insondabile mistero, Guccini lo racconta meglio di tutti, e ci spiega perché: perché era lo stesso sorriso. Dunque non potevi che correr loro dietro, quel singolo pomeriggio in cui ti era concessa di vivere l’inedita felicità alla Umberto Saba di passar del tempo con lei, e sperare che quel sorriso beffeggiante significasse ciò che speravi. Ma nel verso c’è anche il dopo, il lunghissimo dopo. Quando l’incantesimo finisce, diventi grande e spesso più freddo, meno emotivo, più Humphrey Bogart che Woody Allen, nel perenne Play it again, Sam che la nostra generazione di mai adulti ha vissuto e vive. E questo raffreddarsi Guccini lo descrive con altrettanta spaventosa perfezione, in tre versi: la fontana si è spenta, la campana ossidata, tu ridi delle tue stesse avventure sentimentalsessuali ma non sai nemmeno perché ci ridi su, quasi si trattasse della vita di un altro. Avevate mai pensato che il passare del tempo potesse raccontarsi dicendo si è ossidata la campana? No, naturalmente. Eppure è un modo non migliorabile per raccontarlo. E lo ha trovato Francesco Guccini.
Per i profani, il passo è nella canzone Un altro giorno è andato, contenuta nell’album L’isola non trovata, del 1970, e poi splendidamente riproposta in versione live nell’epico album doppio Fra la via Emilia e il West. Se si è qui dedicato tanto spazio all’esegesi di un singolo passo della sconfinata produzione del buon Guccini, è perché si ritiene che siano proprio alcune frasi, alcuni versi, alcuni passaggi folgoranti, la ragione precipua dell’unicità di Guccini, e in buona parte del suo successo vasto e duraturo.

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Francesco Guccini alla presentazione dell'album "Note di viaggio, capitolo 1: venite avanti..."

Ci troviamo in questi giorni impantanati in mezzo a fiumi di parole spesi da chiunque per celebrare questo grande cantautore a cadavere caldo, fiumi in realtà usati soprattutto per parlare di quanto erano amici lo scrivente X e Francesco, di quella bevuta e quel pranzo e quella serata e quella battuta e quello stracazzo che vi si frega. A noi qui piacerebbe invece ricordarlo focalizzandoci su alcuni versi pazzeschi, coi quali questo fenomeno assoluto riempiva le sue canzoni rendendole più che letteratura. Vieppiù che questi versi puntuti, queste intuizioni mirabili, hanno tessuta una trama che nei decenni di attività -nei dischi, nei concerti, nelle condivisioni- ha saputo (anche) creare magicamente ciò che oggi NON riesce mai non solo a quasi tutti gli autori di canzoni, ma anche a molti registi, attori, sceneggiatori, scrittori, giornalisti, autori televisivi e soprattutto alla sinistra italiana (???): il sentimento dell’appartenenza, del percepirsi comunità, gruppo, amici e vicini anche se non ci si conosce. Guccini ci ha fatto sentire parte di una parte, di una parte precisa della società: quelli che amano le parole e non si annoiano a ragionare, quelli che auspicano un mondo almeno un pochettino più giusto, quelli che quasi si sentono in colpa a godere di una felicità pensando che tanti altri non ne godono. E’ stato, da questo punto di vista e non da quello scontato di chi canta La locomotiva a pugno chiuso, il più politico dei nostri cantautori di successo (fra quelli meno noti ci fu anche Claudio Lolli), e in assoluto uno degli artisti italiani più politici, simile a ciò che è stato Moretti nel cinema, ed anche questi infatti lo è stato grazie a parole perfette benché legate ad immagini. Ma come ha fatto Guccini ad innescare in noi questo sentimento?

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Francesco Guccini durante la presentazione del documentario sul viaggio di Francesco Guccini ad Auschwitz "Son morto che ero bambino"

Grasso l’autobus mi insegue lungo il viale, ci spara in apertura di quel capolavoro che è Via Paolo Fabbri 43.
Ci avevate pensato a poter definire un autobus grasso? No. Eppure, di nuovo, è perfetto, devo ribadirlo nonostante sia certo che il prof. Guccini mi segnerebbe in rosso l’inflazionata reiterazione di questo aggettivo. L’autobus grasso che insegue (è lui ad inseguire!) un ragazzo troppo alto e troppo robusto che troppo ha bevuto e troppo poco dormito. L’ascolti e lo vedi, si materializza, ce lo hai davanti nitido, anche non fossi mai stato a Bologna e non ne conoscessi i viali. Gli eroi su Kawasaki / coi maglioni colorati / van scialando per le strade / bionde e fretta. Oh, Dante Alighieri, nume tutelare primissimo di chi inventa mondi usando le parole, vuoi confermarmi che chi pensa e scrive che si possano scialare bionde e fretta sia un genio assoluto? Me lo confermi per favore? Quanto è preciso, per chi la fretta non l’ha mai scialata e rispetto alle bionde non ha avuto da offrire Kawasaki ma solo faccia e cervello, cuore e parole? E dopo Dante è Dio stesso che dovrebbe comunicarci (previa discesa, miracolo o faccia Lui) se esiste un’allegoria più azzeccata di stoviglie color nostalgia. Esiste? Dio ci dica, gentilmente. E già che c’è ci dica se esiste lui e se è vivo o morto, ché Guccini ci obbliga alla domanda dal 1967 (non ce ne voglia Nietschze).
Nel 2026 è attualissimo dire che ognuno vive dentro i suoi egoismi, vestiti di sofismi (ditelo meglio, se siete capaci), e ci concediamo uno spoiler: caro Guccini, anche a tantissimi che ti celebrano da morto e ti hanno esaltato in vita si può dire avrete soldi e gloria ma non avete scorza, e ahinoi pure andate chissà dove per non pagar le tasse / col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe. In quel gioiello meno pop che si chiama 100, Pennsylvania ave, una semplice canzone d’amore, Guccini non solo ci ubriaca cantando i due Giovanni e pace un po’ alla buona, per irridere sé stesso e la speranza in Papa Roncalli e nel Presidente Kennedy, ma soprattutto torna a folgorarci col verso in questa casa mia che sai e non sai lasciandoci ad immaginare quali delle nostre ex saprebbero immaginarsi la casa dove viviamo adesso, adesso che non frequentiamo più loro, i loro sorrisi, i loro corpi, il loro essere deludenti o luminose.

E in via Petroni si svegliano, preparano libri e caffè, ed ecco in dieci parole la vita dello studente fuorisede: la mattina che inizia, la voglia di fare qualunque cosa al mondo, contrapposta all’obbligo di studiare e di darsi una svegliata facendosi una coccola, ma breve che il dovere chiama: appunto i libri e il caffè. Dai manichei che ti urlano: o con noi o traditore, libera nos Domine, canzone e verso che sono persino più attuali oggi, nell’epoca delle tifoserie contrapposte che domina qualunque discussione fosse pure sui gusti di gelato, che quando profeticamente lo scrisse Guccini, nel 1978. Puntuali si arricciano le carni di chiunque nella propria vita abbia tentato di far qualche passo lungo, per poi trovarsi ad ascoltare Dimmi se son da lapidare / se mi nascondo sempre più / ma ognuno ha la sua pietra pronta / e la prima, non negare / me la tireresti tu. Brividi. Realtà, delusione, disillusione, e sempre il rapporto con sé stessi, con la propria coscienza e con una Lei immaginaria e maiuscola, che accompagna -in presenza o in assenza- ogni nostro passo, pensiero, azione. Fugge un cane come la tua giovinezza, ancora, e poi le madri dei tuoi amori / sognan trepide dottori, e pure odio il bravo e onesto padre di famiglia / quasi sempre preoccupato / di vedermi sistemato / se mi metto a far l’amore con sua figlia e poi pensava al magro giorno / della sua gente attorno e via con dirti cose vecchie con il vestito nuovo, a seguire con se penso a quel che eri / a quel che ero / che compassione che ho /per me e per te e forza con ti dono / se vorrai / questa noia già usata per chiudere infine con la dolcissima autoassoluzione, che vale per tutti noi: ma se io avessi previsto tutto questo / dati causa e pretesto / forse farei lo stesso.

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Francesco Guccini durante un suo concerto

Questa cosa che dicono in tanti, che Guccini sarebbe triste, o malinconico, o addirittura pessimista, si scontra con la vitalità potentissima dei suoi versi, con l’inno continuo alla vita, con la consolazione bonaria di fronte ai fallimenti, ai dispiaceri, alle amarezze. Guccini ne parla tanto, di cose e giornate storte, ma conclude sempre che la vita è bella comunque, che un po’ di vino, gli amici, gli amori, le parole, Borges Barthes Bach, ci fanno concludere sempre che tutto sommato ne vale la pena. L’appartenenza, appunto, all’enorme gruppo di chi sognava un mondo completamente diverso ma in fondo, con qualche lacrima, fra dolori e acciacchi, si vuol godere fino in fondo pure questo di mondo, spigoloso e imperfetto. Dunque come si fa a non identificarsi in questi versi, qualunque cosa tu abbia fatto e faccia nella vita? E’ una valanga di allusioni, chimere, sensazioni che ti toccano dentro senza scampo, e forse l’unico modo per esserne immuni è non conoscerli, quei versi. Perché se li conosci, se li impari a memoria, vi rimarrai invischiato per sempre, e per sempre dovrai farci i conti.

Così, con la morte terrena di Guccini e gli ululati delle préfiche ben truccate e in posa davanti alla telecamera, sorge d’obbligo una piccola riflessione, a chiudere il cerchio, lungo troppe righe come troppi minuti duravano alcune sue canzoni. Il nostro è morto, e in molti hanno sparato già nelle prime ore sui social la foto col morto, l’aneddoto col morto, il weekend con il morto. Io mi tengo per me il ricordo del mio incontro con lui (ma perché dovrebbe mai interessare a qualcuno cosa ci siam detti io e Guccini, bontà di Dio?), ma due riflessioni personali ve le voglio buttar lì, invece.
La prima rilfessione è legata sì ad un ricordo mio: negli anni in cui facevo Le iene, mi proposero una serata tributo a Guccini. Io cantavo alcune sue canzoni, inframezzate da filmati e repertorio vario. Accettai incosciente, pensando sarebbero venuti pochissimi aficionados, e invece diverse centinaia di persone pagarono i 10 euro di ingresso strariempiendo un locale enorme. Era il 2017, la cosa mi colpì profondamente. Più ancora mi colpì che non appena suonavo i primi accordi o intonavo il primo verso, TUTTI i presenti partivano cantando a memoria ogni sua canzone (anche quelle meno note) e ciò univa i 15enni, i 30enni, i 50enni, i 70enni. C’era pure una famiglia con nonno, genitori e nipotina adolescente con amici: conoscevano a memoria tutti i pezzi di Guccini, li cantavano con una gioia liberatoria, erano uniti da quel senso di appartenenza intergenerazionale fortissimo. In questo, forse, Guccini è davvero stato unico, o quasi.

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Francesco Guccini agli inizi della sua carriera

La seconda riflessione scaturisce da due dichiarazioni del maestrone, nonché dal caravanserraglio che negli ultimi anni ne ha fatto un proprio feticcio promozionale, una spilla da mettersi al petto per giustificare le schifezze offerte al pubblico: noi siamo amici di Guccini, quindi siamo fra i buoni. Con ordine: qualche tempo fa Guccini ha dichiarato che aveva votato volentieri per Pierferdinando Casini (messo lì dal PD, nell’uninominale più blindato d’Italia) e che guardava Temptation island. Sono due fatti reali che riportano questo bel signore -figlio dell’appennino e dell’Italia che fu, figlio di grandi e abbondanti letture che seppe trasformare appunto in sogni, versi, musica e folgoranti immagini- sul pianeta terra, sezione Italia contemporanea. Guccini non era un compagno sovrumano dunque incorruttibile dalla fetida materiale realtà, era un uomo normale. Geniale, gioviale, gentile, ma normale.
Capace, come scritto in queste ottocentomila righe, di versi dalla lucentezza extraterrena, ma poi -come tutti noi- era anche un signore che si stancava la sera e ingoiava rospi e noia, specie in vecchiaia. Dunque votava anche il meno peggio, dunque si sollazzava anche con delle porcheriole via etere per passare il tempo, giacché le sere sono uguali / ma ogni sera è diversa / e quasi non ti accorgi / dell’energia dispersa. E allora, se il nostro genio multiforme era anche un uomo normale, è normale che piacesse (o spiacesse) anche a uomini di destra (ricordo Vittorio Feltri cantare a memoria La locomotiva), che venisse ricordato dalla Meloni come dalla Schlein, che facesse parte della nostra (intesa come italiani tutti) cultura di riferimento, piaccia o no. Così ho trovato aberrante (ed antigucciniano!) che qualcuno, a morto caldissimo, decidesse chi poteva dire “amavo Guccini” e chi no. Le sue parole sono patrimonio di tutti, signori belli, come quelle di Dante, Buzzati, Fo, D’Annunzio e Battisti!

Il suo essere libertario cozza drammaticamente con questa presunta purezza che secondo suoi saprofiti (e non secondo Guccini stesso) avrebbe dovuto avere chi ascoltava e apprezzava Guccini. Anzi, a dirla tutta mi suona molto meno strano che Guccini sia piaciuto a personaggi di destra, di quanto non mi suonasse assurdo che Guccini venisse venerato, osannato, ostentato come una sindone e ad un tempo un certificato di purezza, da star e starlette televisive sedicenti di sinistra, che nella vita reale (privata, lavorativa, quotidiana) sono fra i più squallidi e violenti cannibali, più feroci di Scar e più servili dei polaccuzzi di Dostoevskij, più gerarchetti di Starace e più democristiani di Andreotti. Gente che si racconta come buona, per bene e altruista ed è tutto il contrario, gente rispetto alla quale fatico a trovare anche mezzo punto in comune con la poetica e l’etica di Guccini. Gente talmente squallidamente brutta, che per raccontarla ci vorrebbe un verso folgorante di Guccini, uno dei tanti evocati qui. E quel verso c’è, esiste, ma è di un altro autore, e dunque diventa inevitabile e tremendamente gucciniano chiudere queste lunghe riflessioni con un verso perfetto sì ma di Giorgio Gaber, che descrive come meglio non si potrebbe i turiferari gucciniani immacolati fuori e marci dentro: ma dopo come fa ad essere così carogna?

https://www.youtube.com/watch?v=_Iq-3VyRFzM

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