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12 luglio 2026

A occhi aperti su tutto, precari e tv private. Non fermiamoci ai baffi quando parliamo di Maurizio Nichetti

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

12 luglio 2026

I suoi film parlavano di precari quando nessuno usava quella parola, di televisioni private quando sembravano una curiosità e di tecnologia prima che diventasse un'ossessione. Oggi Maurizio Nichetti torna in teatro con A occhi aperti! Serata tra amici. E ci invita a fare una cosa che stiamo disimparando: osservare

foto di Ansa

A occhi aperti su tutto, precari e tv private. Non fermiamoci ai baffi quando parliamo di Maurizio Nichetti

Per molti Maurizio Nichetti è ancora “solo” una coppia di baffi. Un volto che attraversa il cinema italiano in silenzio, inciampa nelle assurdità della vita quotidiana e riesce a trasformarle in comicità. Un cartone animato “umano”, un ricordo d'infanzia che passa in televisione in un pomeriggio qualsiasi. Eppure, parlando con lui, viene il dubbio che per quarant'anni ci siamo fermati tutti alla superficie. “Tutti hanno notato che avevo i baffi e non parlavo quando ho avuto successo con Ratataplan”, dice a un certo punto dell'intervista. E dietro quella battuta c'è probabilmente una delle chiavi migliori per leggere la sua carriera. Perché mentre il pubblico rideva, mentre la critica discuteva di comicità e cinema surreale, Nichetti stava raccontando altro. Stava raccontando un Paese che cambiava. Oggi quel Paese è arrivato ai social network, agli algoritmi, all'intelligenza artificiale. E proprio da qui principia A occhi aperti! Serata tra amici, lo spettacolo in partenza da Pavia il 5 ottobre e poi a Milano, Bologna, Firenze e Roma, con cui Maurizio Nichetti attraversa mezzo secolo di storia italiana: dal boom economico all'era digitale. Ma senza nostalgia e senza la tentazione, così diffusa oggi, di trasformarsi nell'ennesimo commentatore permanente del presente. La prima cosa che colpisce, parlando con Maurizio Nichetti, è che non sembra avere alcuna voglia di trasformarsi nell'ennesimo commentatore permanente del presente. Negli ultimi due anni ha accompagnato in giro per l'Italia le proiezioni di Amichemai, il suo ultimo film. Non si limitava a presentarlo, ma restava in sala a parlare con il pubblico. Raccontava aneddoti, errori, intuizioni, storie di set cinematografico. E si è accorto di qualcosa che sembra quasi controintuitivo nell'epoca dei reel da quindici secondi. “Ho visto che questa cosa piace molto”, racconta. “La gente si ferma molto volentieri un'ora e mezza dopo aver visto un film per sentire parlare. Poi c'è il fenomeno dei podcast. Mi sono accorto che esiste ancora un pubblico che ha voglia di ascoltare qualcuno con calma. Anche sperimentando con i social me ne sono accorto: mi sono messo a raccontare quello che so, cioè fare i film e questa cosa è davvero stata apprezzata”. È una constatazione che per lui vale più di molte analisi sociologiche. “Viviamo in una società dell'immagine, dei telefonini, frammentata dall'offerta cinematografica e anche teatrale”, spiega. Eppure, continua, “alla fine escono tutti e vanno a casa col sorriso”. Quel sorriso, però, non nasce dalla battuta facile. Nichetti non si è mai considerato un comico nel senso tradizionale del termine. “Io non faccio delle comiche, non sono un comico di parole, non sono uno stand-up comedian”, precisa. “Però la vita è piena di osservazioni che probabilmente capitano a tutti. E riuscire a risolvere quello che magari all'inizio può sembrare un problema o un'ansia con un sorriso, secondo me, rilassa”. Da qui nasce anche A occhi aperti! Serata tra amici. Uno spettacolo che attraversa decenni di storia italiana ma che, in realtà, parla soprattutto del presente. Perché il presente, secondo Maurizio Nichetti, è un luogo dove osserviamo sempre meno. E una delle responsabilità, almeno in parte, ce l'hanno gli algoritmi. “Se uno è milanista e va a cercare solo i siti che parlano bene della sua squadra e male di tutte le altre, è chiaro che diventerà sempre più fanatico, sempre più integralista, sempre più insofferente alle idee diverse dalle sue”, osserva. Il problema, aggiunge, è che i social tendono a fare esattamente questo. “Se tu clicchi oggi una notizia perché ti interessa un argomento, il giorno dopo ti ritrovi gli stessi argomenti lì. Però secondo l'idea che tu hai già pensato. Non è che ti arrivino anche quelli che la pensano diversamente”. Il risultato è una società che discute sempre di più e ascolta sempre di meno. “Chi non vuole ascoltare è inutile che discuta”, taglia corto.

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Festival nuovo cinema a Pesaro, Maurizio Nichetti

Ed è curioso sentirlo dire da un autore che molti continuano a ricordare soprattutto per i baffi. Una riduzione che, a sentir lui, ha accompagnato gran parte della sua carriera. Parlando di Ratataplan, Maurizio Nichetti osserva che oggi il film viene letto in maniera molto diversa rispetto alla sua uscita. Perché dietro il personaggio dell'ingegner Colombo non c'era soltanto una figura comica: “Erano i primi disoccupati intellettuali con una laurea in tasca”, dice. “Alla fine degli anni Settanta si laureavano migliaia di persone, ma i posti di lavoro non aumentavano nello stesso modo”. Eppure, quasi nessuno se ne accorse, almeno all’epoca. “Oggi uno può intuire queste cose guardando un film del '79. All'epoca tutti hanno notato che avevo i baffi e non parlavo”. La frase è pronunciata ridendo. Ma dentro c'è probabilmente tutta la sua carriera. E lo stesso discorso vale per altri film. Prendiamo Domani si balla. Oggi può sembrare una semplice commedia degli anni Ottanta. Eppure, ascoltando Maurizio Nichetti, viene da pensare che fosse anche altro. “Nessuno ha pensato che era un film sulle televisioni private che stavano nascendo in quegli anni”, racconta. “Nel 1982 nessuno parlava nel cinema italiano del problema delle televisioni private. Ne hanno parlato dopo, alla fine degli anni Ottanta, quando ormai era un dato di fatto”. È una riflessione che ritorna spesso durante la conversazione. Molte delle cose che oggi vediamo chiaramente erano già lì. Solo che non le guardavamo: “Io posso fare una lezione all'università dicendo: volete sapere come sono andate le televisioni private? Guardate Domani si balla”. Da qui il discorso si allarga e arriva a un tema che sembra stare particolarmente a cuore al regista: il cinema come memoria. Non la memoria ufficiale o quella che si trova nei libri di scuola, ma qualcosa di più sottile. “Il cinema è una memoria filtrata da un autore”, spiega. “Prima del Novecento noi non abbiamo documenti filmati di nessuno. Possiamo leggere libri, descrizioni, ricette, immaginare come vivevano le persone. Ma dal Novecento in poi abbiamo una documentazione filmata della realtà”. E non serve essere documentaristi per raccontare il proprio tempo. Anzi. “Stanlio e Ollio erano dei documentaristi della piccola borghesia della loro epoca”, dice. E subito dopo ride, quasi immaginando l'effetto della frase. “Se io voglio vedere come viveva il piccolo borghese americano negli anni Venti o Trenta, guardo Stanlio e Ollio. Non vado a vedere Douglas Fairbanks”. Lo stesso ragionamento vale per Jacques Tati. “Tati non era un documentarista. Però ha fotografato benissimo una società che cambiava dal punto di vista tecnologico. La domotica, le case automatizzate, tutte cose che prendeva in giro negli anni Sessanta e che oggi sono diventate realtà”. È in questi passaggi che si capisce come Maurizio Nichetti guardi ai propri film. Ovvero non come opere da museo o “pezzi” da restaurare per nostalgici. Quanto piuttosto come una specie di fotografie involontarie di un'epoca. Forse è anche per questo che gli piace raccontare quello che gli è successo a Pesaro: “Arriva un ragazzo molto giovane e appoggia sul tavolo il DVD di Ratataplan”, ricorda. “Allora gli chiedo: ma tu l'hai visto davvero Ratataplan? Pensavo fosse una cosa di suo padre. E invece quasi si offende. Mi dice: questo è della mia collezione privata”. La sorpresa arriva subito dopo. “Mi ha spiegato che aveva visto i miei reel su Instagram e gli era venuta voglia di recuperare i film”. È uno di quei cortocircuiti che raccontano perfettamente il presente: Instagram che porta a un DVD, un social “volatile” che spinge un ragazzo a cercare un film “fisico” di quarant'anni fa. “Io non pensavo certamente di rivolgermi a un diciottenne che non aveva mai visto quei film”, ammette Nichetti. “E invece probabilmente è proprio uno che non li ha mai visti quello a cui viene voglia di recuperarli”. Per tutta la conversazione evita accuratamente la nostalgia, non dicendo mai che prima fosse meglio o rimpiangendo un'età dell'oro perduta. Quando gli chiedo quando l'Italia abbia smesso di assomigliare al Paese che aveva conosciuto da ragazzo, la risposta è sorprendente: “Ti vorrei fare un parallelo”, dice. “Prendi tua madre, tua nonna, tua zia. Le persone cambiano nel tempo. E così sono le città. E così sono le società”. Non esiste una data precisa o una frattura netta. “Secondo me non è che sia cambiato molto. È cambiato il mondo”. E forse è proprio questa la chiave di A occhi aperti! Serata tra amici. Non un viaggio nostalgico nel passato. Ma un invito a osservare meglio il presente. Perché i cambiamenti più importanti raramente arrivano facendo rumore, si insinuano nelle nostre vite poco alla volta, finché un giorno ci guardiamo indietro e ci accorgiamo che tutto è diverso. E che forse i segnali c'erano già. Dentro un ragazzo laureato che non trovava lavoro, dentro le televisioni private che stavano nascendo, dentro un film che tutti ricordano per i baffi del protagonista. Bisognava soltanto guardare un po' più in profondità.

https://www.youtube.com/watch?v=qyCAv_YrKCQ&t=1400s

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