La politica culturale di un Paese si misura anche in base a dove vengono stanziate le risorse. Dunque la domanda che i lavoratori e le lavoratrici del mondo del cinema hanno rivolto al ministro della Cultura Alessandro Giuli è legittima: che fine hanno fatto i 20 milioni per le maestranze “più importanti del mondo”? Il comunicato del collettivo Siamo ai titoli di coda fa riferimento alle parole pronunciate alla Camera dal Ministro il 15 aprile scorso, in cui erano stato annunciato un impiego di denaro proprio a sostegno delle professionalità tecniche e artistiche impiegate sui set. E invece no: il rischio è che quei soldi finiscano tra i contributi selettivi, quindi ai produttori o agli autori principali, ovvero i costi “sopra la linea” (quelli per registi, interpreti principali per esempio). Il tutto in un momento di forte difficoltà del settore, con un calo delle produzioni dopo il boom del periodo a cavallo del Covid e un taglio del fondo dedicato al cinema (per il 2026 saranno 610 milioni, che nel 2027 diventeranno 500). In Parlamento, intanto, si discute di come concretizzare la riforma di un settore che risente anche a livello di opinione pubblica dei recenti scandali, tra mancati finanziamenti al film su Giulio Regeni e il caso Kaufmann.
La maggioranza, tramite il ministro Giuli e Federico Mollicone, ha chiesto la collaborazione delle opposizioni sul tema dei finanziamenti al cinema, auspicando un facile passaggio della legge delega. Ma Pd, Avs e il Movimento 5 Stelle, i principali promotori di una revisione dei meccanismi di distribuzione delle risorse, a maggio scorso hanno sottolineato che su molti dei punti avanzati (su tutti, appunto, la destinazione del budget ai professionisti “sotto la linea”) c’era ancora distanza. Angelo Zaccone Teodosi, presidente IsiCult, sul Fatto Quotidiano scrive che c’è un’altra strada percorribile e che al momento sarebbe la più quotata: la Lega avrebbe proposto la formazione un’agenzia indipendente dotata di tutte le funzioni ad oggi proprie della Direzione Cinema e Audiovisivo, sul modello francese del Centre nationale du cinéma. Un modo per tenere le fila in maniera più ragionata dei costi della filiera, ripulendola dalle macchie della mala gestione ideologica (il cinema “di sinistra” contro cui spesso inveisce la maggioranza). Una via che porterebbe comunque a un rinnovamento delle Commissioni responsabili della valutazione delle proposte per i contributi selettivi.
Il timore, come evidenziato ancora da Siamo ai titoli di coda nel comunicato del 24 giugno, è che la spaccatura tra autori e maestranze diventi irrecuperabile, specialmente contando che proprio il Coordinamento delle Associazioni di Autori ed Autrici - composto dalle principali sigle: 100autori, Writers Guild Italia, Anac - ha chiesto di mettere i 20 milioni tra i selettivi, non quindi direttamente a tutela dei professionisti impegnati sul set. “Non si può fare propaganda sulla pelle dei lavoratori che tengono in piedi l'industria cinematografica italiana”, leggiamo nella nota, “la politica promette soldi ‘per le maestranze’, ma i meccanismi di finanziamento del cinema italiano sono strutturati in modo tale che il denaro pubblico si ferma quasi sempre alle imprese di produzione, senza mai tradursi in un reale aumento dei salari o in un miglioramento dei contratti per i tecnici e i lavoratori del set”. L’appello è rivolto alle istituzioni: quei 20 milioni servono per tutelare chi lavora “sotto la linea”.