Ogni volta che Steven Spielberg torna alla fantascienza succede qualcosa di curioso. Non importa quanti decenni siano passati da Incontri ravvicinati del terzo tipo o E.T.: il suo cinema continua a rappresentare un'idea ben precisa dell'ignoto. L'alieno è visto come mistero, certo, ma il contatto è sempre vissuto come meraviglia, come scoperta gioiosa, come un'esperienza quasi spirituale. Ed è probabilmente per questo che Disclosure Day sta dividendo pubblico e critica: non tanto per quello che racconta, ma per il modo in cui sceglie di raccontarlo. Personalmente non mi ha proprio convinto, deludendomi in larga misura ma non è questo l’oggetto del pezzo.
Il problema vero è che nel frattempo il mondo è cambiato. Le paure del XXI secolo non arrivano più necessariamente dallo spazio. I mostri sono già tra noi. Si chiamano intelligenza artificiale, selezione genetica, crisi demografica, incomunicabilità, perdita dell'identità. E la fantascienza più interessante degli ultimi trent'anni ha smesso di guardare il cielo per osservare molto più da vicino la Terra e gli esseri umani.
Per questo, più che confrontare Disclosure Day con i grandi classici del passato, vale forse la pena guardare a cinque film che hanno raccontato il nostro presente con una lucidità persino inquietante.
Gattaca (1997). LinkedIn prima di LinkedIn: quando il curriculum era scritto nel DNA
Sì, tecnicamente non appartiene al XXI secolo, sto barando, va bene ma è impossibile non partire da qui. Quando Andrew Niccol immaginò una società in cui il destino delle persone veniva deciso dal patrimonio genetico, l'idea sembrava estrema. Oggi, nell'epoca dei test del DNA, della profilazione genetica e dell'ossessione per la performance individuale, Gattaca appare quasi realistico.
La sua grande intuizione è stata capire che il futuro non sarebbe stato dominato da robot ribelli o invasioni aliene, ma da una forma molto più sottile di discriminazione. Basata non sul colore della pelle, sul ceto sociale o sulla nazionalità, ma desunta dal codice genetico. Chi nasce "imperfetto" viene escluso ancora prima di poter dimostrare il proprio valore. In fondo Gattaca racconta una versione estrema di qualcosa che conosciamo benissimo: la trasformazione della vita in una competizione permanente. KPI, performance, networking, personal branding. Soltanto che nel film la partita è truccata fin dalla nascita.
È uno dei rari film di fantascienza che invecchia migliorando. E che ci fa sempre più paura guardare.
Children of Men (2006). Pandemia prima della pandemia: il film che aveva capito la paura del futuro
Se Gattaca racconta la selezione, Children of Men racconta la fine della speranza.
Nel mondo immaginato da Alfonso Cuarón non nascono più bambini. L'umanità è diventata sterile e il pianeta intero vive nell'attesa della propria estinzione. Potrebbe sembrare una premessa fantascientifica estrema, ma ciò che colpisce davvero è tutto il resto. Le città militarizzate, i migranti rinchiusi in campi di detenzione, la paura permanente, l'emergenza trasformata in metodo di governo. Molto prima del Covid, delle quarantene, delle frontiere chiuse e della sensazione diffusa di vivere dentro una crisi senza fine, Cuarón aveva intuito che il vero trauma del XXI secolo sarebbe stato la perdita di fiducia nel domani.
Rivisto oggi, il film sembra quasi un reportage proveniente da un futuro molto vicino. E la sua forza non sta tanto nell'elemento fantascientifico quanto nella capacità di trasformare una crisi biologica in una riflessione politica e sociale sul nostro presente.
Ex Machina (2014). La vera paura non è l'IA, siamo noi
Molto prima che l'intelligenza artificiale diventasse l'argomento preferito di imprenditori, politici e utenti dei social network, Alex Garland aveva già individuato il vero nodo della questione.
Ex Machina non parla di macchine che vogliono distruggere l'umanità. Parla di potere. La protagonista Ava non si limita a incarnare un'intelligenza artificiale avanzata. È il prodotto di un sistema costruito da uomini convinti di poter controllare tutto e tutti. Il film utilizza la fantascienza per riflettere sulla sorveglianza, sulla manipolazione e sul rapporto tra tecnologia e desiderio. È quasi Mark Fisher al cinema: la sensazione che la tecnologia non stia liberando nessuno, ma stia semplicemente rendendo più sofisticati i meccanismi di controllo. Oggi, nell'epoca delle IA generative, delle immagini sintetiche e degli algoritmi che conoscono le nostre abitudini meglio dei nostri amici, Ex Machina appare quasi profetico.
La domanda che pone è molto più inquietante di quella che ci facciamo oggi. Non se le macchine diventeranno umane, ma se gli esseri umani abbiano già iniziato a trattare tutto e tutti come fossero strumenti da utilizzare.
Arrival (2016). Gli alieni erano la scusa per parlare di noi
Se la fantascienza classica immaginava il contatto con civiltà extraterrestri come uno scontro, Arrival lo trasforma in un problema linguistico.
Quando le misteriose astronavi compaiono sulla Terra, la domanda non è come difendersi, ma come comunicare. Denis Villeneuve realizza uno dei film più intelligenti e ambiziosi degli ultimi anni, costruendo una riflessione sul linguaggio, sul tempo e sulla percezione della realtà. L'intuizione centrale è semplice e potentissima: il modo in cui parliamo modifica il modo in cui pensiamo. In un'epoca in cui passiamo le giornate a commentare, postare, discutere e litigare senza ascoltare davvero nessuno, Arrival suggerisce che il vero ostacolo non è l'alieno. È la nostra incapacità di comprendere chi abbiamo davanti.
Forse nessun film recente ha spiegato meglio una verità elementare: prima ancora di imparare a parlare con civiltà extraterrestri, dovremmo riuscire a parlare tra di noi.
Under the Skin (2013) Il sesso? Roba da alieni
Tra tutti i film di questa lista è probabilmente il più radicale.
Jonathan Glazer prende una delle attrici più famose del mondo, Scarlett Johansson, e la trasforma in una presenza aliena che attraversa la Scozia osservando gli esseri umani come fossero creature incomprensibili. Under the Skin è un film che sfugge alle definizioni. Horror, fantascienza, esperienza sensoriale, riflessione filosofica. Tutto e niente allo stesso tempo. Ma soprattutto è uno straordinario esercizio di straniamento. Guardando gli uomini attraverso gli occhi di un'aliena, Glazer riesce a mostrare quanto siano fragili, ridicoli, violenti e disperatamente soli. Il desiderio, il sesso, il corpo, l'attrazione. Tutte cose che per noi sembrano naturali e che invece, osservate da una creatura esterna, appaiono misteriose quasi quanto un linguaggio extraterrestre o una tecnologia aliena.
Forse è questo il punto di arrivo della fantascienza contemporanea. Non immaginare mondi lontani, ma osservare il nostro come se fossimo appena arrivati da un altro pianeta.
E allora la domanda finale è inevitabile: abbiamo ancora bisogno della fantascienza spielberghiana? Probabilmente sì. La meraviglia resta una componente fondamentale del genere e Project Hail Mary in questo senso ha fatto centro . Ma se vogliamo capire davvero le paure che definiscono il XXI secolo, forse dobbiamo guardare altrove. A film che hanno smesso di cercare risposte tra le stelle per trovarle dentro di noi.
Spielberg ci ha insegnato a guardare il cielo. La fantascienza del XXI secolo ci ha costretto a guardare nello specchio. Ed è lì che abbiamo trovato i mostri.