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26 giugno 2026

La recensione definitiva del disco dei Muse, ‘The Wow! Signal’ con Ale Deidda: “Ho sentito cose che l’intelligenza artificiale non può neanche immaginare”

  • di Alessandro Deidda

26 giugno 2026

Abbiamo ascoltato in anteprima “The Wow! Signal”, il decimo disco dei Muse. E per sintetizzare tutto serve una frase di “Blade Runner”, quella del replicante Roy Batty: “Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”. Sul disco dei Muse, invece, mi verrebbe da riproporla così: “Ho sentito cose che l’intelligenza artificiale non può nemmeno immaginare”. Colori, cinema, esplosioni: ipnotico

foto di Ansa

La recensione definitiva del disco dei Muse, ‘The Wow! Signal’ con Ale Deidda: “Ho sentito cose che l’intelligenza artificiale non può neanche immaginare”

Wow non è solo una parola del titolo del decimo disco dei Muse. È proprio l’esclamazione che segue dopo averlo ascoltato. The Wow! Signal è pieno di colori differenti. La band ci ha abituati a varie atmosfere: dal pezzo più rock al pezzo più psichedelico.
Sembra che i Muse cerchino di comunicare con gli alieni e non il contrario. Facendo riferimento al “Segnale Wow!” del 1977, interpretato dagli astronomi come un messaggio degli alieni rivolto a noi. Qui è esattamente il contrario.È un disco molto potente, a tratti prog, elettronico, pop, moderno, futuristico. Ci sono un sacco di sfumature. È l’evoluzione: sono i Muse 4.0.
Per sintetizzare tutto serve una frase di Blade Runner, quella del replicante Roy Batty: “Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”. Sul disco dei Muse, invece, mi verrebbe da riproporla così: “Ho sentito cose che l’intelligenza artificiale non può nemmeno immaginare”.

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L’apertura dell’album è The Dark Forest, che è una classica “cavalcata Muse”. Molto potente, cinematografica. Synth un po’ arabeggianti che lasciano immaginare una navicella che sta andando verso una galassia.
Nightshift Superstar forse è il brano che si distacca di più dal resto dell’album. Ha una sonorità pop-dance, che suona particolare vestita dai Muse. Naturalmente a far da padrone c’è il fighissimo basso distorto, ma il brano è diverso dai soliti dei Muse. Personalmente è quello che mi è piaciuto di meno, nonostante l’ottima produzione.
Una bellissima ballata che inizia col piano e con la voce incredibile di Bellamy è Shimmering Scars. Melodia struggente impreziosita da un basso distorto in alcuni punti che segue un crescendo.
Cryogen è proprio un brano alla Muse 4.0. Ci sono suoni che sembrano evocare qualcosa di futuristico, ma con un sound tipico della band. Molto anticonvenzionale anche la durata del brano: potrebbe essere un singolone (ed effettivamente lo è), ma ha la durata di cinque minuti, quindi assolutamente fuori dagli schemi della discografia attuale che propone canzoni entro i tre minuti di durata. Chitarre a manetta. Batteria incredibili. Suoni potentissimi.
Be With You è un brano che esprime totalmente la modernità di questo album. Lo considererei un inno da stadio. Parte lentamente per poi arrivare a un’esplosione finale da coriandoli, luci e colori.
Hexagons è invece pregno di suoni elettronici. Chitarre quasi zero, tutte elettroniche. Tamburoni elettronici che richiamano il sound anni 80, ma sempre con lo sguardo rivolto verso il futurismo. Questa è un po’ la radice dell’album. In ogni sfaccettatura e colore delle varie canzoni, dal pezzo più aggressivo a quello più psichedelico, per poi passare dalla ballad: rimane una produzione ultramoderna, che mantiene però sempre il cantato epico di Matthew Bellamy e il sound a cui ci ha abituati in questi anni, ma in versione decisamente più evoluta.
In The Sickness in You and I ci sono decisamente le chitarre più aggressive del disco. Fa muovere proprio il culo. Chitarre in levare. Bella danzereccia ma anche bella cattiva. Ricorda un po’ il mood alla Royal Blood. Penso che si siano un po’ influenzati a vicenda.
Tra le tracce già edite, Unravelling, che parte con degli arpeggiatori che richiamano le atmosfere di Stranger Things. Inizia come un pezzo elettronico anni 80, per arrivare poi a un ritornello, e ancor prima a un pre ritornello, con un basso distortissimo e un ritornello classico dei Muse che spacca e fa alzare i culi. Cattivo. Ipnotico. Epico.
Bellissimo featuring quello di Hush con Ellie Goulding. Mantiene la radice del disco: un pezzo rock, pop e melodico con molte influenze. Molto pop. Una collaborazione davvero interessante.
La chiusura dell’album è affidata a Space Debris ed è una ballad. Una chiusura psichedelica che con gli archi va a chiudere tutto il disco. Una canzone molto tranquilla, melodica. Emotivamente parlando dà proprio il senso di chiusura di un album variopinto.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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