Viene meno il senso dell’orientamento a guardare opinioni e ipotesi, cambi di rotta (presunti) e rimpasti al ministero della Cultura. Alessandro Giuli ha preso una decisione forte. Ingestibile il caos scoppiato dopo i finanziamenti negati ai film su Giulio Regeni, Federico Aldrovandi e Roberto Rossellini. Troppo il rumore che viene dalla Biennale di Venezia. Insomma, probabilmente al Ministro serviva un segnale. Rimanendo sul cinema, però, la situazione resta complessa. Abbiamo intervistato Michele Lo Foco, avvocato e membro del Consiglio Superiore di Cinematografia e Audiovisivo, più volte critico nei confronti del meccanismo del tax credit. Ci ha parlato dell’origine di questo meccanismo e di come certe storture sono state tralasciate (da destra e sinistra). Infine, un parere su come funzionano davvero le commissioni.
Avvocato Lo Foco, partiamo dal tema su cui lei si è speso tanto e su cui ha scritto anche un libro, Morte del cinema: il tax credit.
Da tempo vado predicando cose che poi sono accadute, il libro è del 2022, ma tutto nasce da una legge terribilmente sbagliata, scritta in maniera che non poteva che finire male. Molti dicono che rimodulando quello strumento il rischio è di ridurre risorse per tutti: non è così.
L’obiezione è: è vero che ci sono stati tanti errori nell’applicazione, ma non è il tax credit in sé la causa delle storture.
Serve capirne l’origine. Il tax credit nasce per aiutare le società che facendo un lavoro serio e con prodotti seri non riescono a coprire i costi di produzione. In quei casi è ovvio che il sostegno sia un elemento virtuoso. Diverso il discorso quando il sostegno finisce nelle mani delle major, con film molto costosi e che poi si prendono decide di milioni di tax credit. Dal mio punto di vista quella è una vergogna. Io lo chiamo “il sacco di Roma”. Nessun Ministero ha mai sperperato così tanti soldi.
Esempi di queste risorse spese male?
Il documentario su Brunello Cucinelli. Un’opera decisamente pubblicitaria, fatta su una persona in vita, che vale 4 milioni di euro di tax credit. La domanda sull’opportunità di sostenere con strumenti pubblici un prodotto del genere è legittima.
Sul più recente caso Regeni cosa pensa?
È un caso limite ma da cui risulta evidente l’incapacità della commissione di darsi una regola. Se avessero passato il film su Regeni non avremmo avuto lo scandalo. Lo ritengo un atto di prepotenza, fatto da alcuni membri. Non hanno dato i soldi a Regeni e ne hanno dati 100mila alle fettuccine Alfredo. E non parlo così perché un prodotto della cucina italiana non meriti dignità. Mi limito a evidenziare che sono due opere che non aiutano la cultura italiana allo stesso modo.
E delle dimissioni dei membri delle commissioni?
In questo caso sono giustificate per la gravità del fatto. È anche vero però che quegli stessi esperti erano in commissione da due anni, se avessero notato una tendenza a fare cose del genere si sarebbero dovuti dimettere molto prima. Si sono dimessi quando era ormai chiaro che era una decisione paradossale quella di non supportare il film sul caso Regeni. Peraltro, come dicevo, preferendogli altre opere di minor valore.
Il problema, dunque, sta alla base, e cioè nelle linee guida?
Non è un problema di presunte disposizioni date dall’alto sul caso singolo. Le commissioni sono di nomina politica. Non hanno bisogno di linee guida per prendere certe decisioni.
Un parere sulla composizione delle commissioni?
Ho dei dubbi sulla reale autorevolezza degli esperti. Molti non hanno conoscenza del merito, talvolta vengono dalla politica. Sono già in partenza condizionati. Serve conoscenza delle dinamiche produttive, che sono difficili, e serve saper leggere attentamente un piano finanziario.
Nella pratica come avviene la scelta?
La scelta ricade sul Ministro, in questo caso Giuli. Fine del discorso.
Sul tax credit siamo in tempo per tornare indietro?
Il discorso è semplice: il tax credit è una legge e per cambiarla serve un’altra legge. Al di là di queste piccole manovre (lo spostamento dei fondi alle produzioni straniere, ndr), parliamo sempre di carezze, non ci sono state modifiche vere e proprie. Anzi, hanno proseguito la linea Franceschini, favorendo le grandi società e soprattutto le società estere, che sono entrate pesantemente nel mercato italiano dello spettacolo. Società italiane rimase in vita ce ne sono pochissime. E anche la destra ha fatto così.
Da dove partirebbe per cambiarlo veramente?
La prima è la questione dell’eleggibilità. Se la produzione la ottiene, è autorizzata a chiedere l'anticipo. È una delle cose su cui ci sarebbe davvero da riflettere. Un film di Guadagnino che costa 52 milioni di euro ha l’eleggibilità e alla fine gli devono dare 18 milioni in tax credit. La cosa che mi sorprende è l'indifferenza iniziale: come può un preventivo così non meritare attenzione particolare? Faccio un altro esempio per capire il dislivello. Il film di Pupi Avati, e i fratelli Avati sono davvero tra gli onesti, in questo momento nelle sale costa 2 milioni. Il regista prende 150mila euro. È inutile limitare i costi sopra la linea (quelli dedicati agli autori sceneggiatura, regia e compensi per gli attori principali, ndr) al 30% se il budget iniziale previsto è così alto.
E le maestranze infatti protestano.
Le battaglie devono essere dirette. Se prendiamo l'ultimo Cinetel ci accorgiamo subito che è falso dire che la gente non va al cinema: Il Diavolo veste Prada e Michael fanno numeri importanti. Agli esercenti, legittimamente, interessa che le persone vadano in sala, anche con film come quelli. Non hanno nessun interesse particolare a sostenere il cinema italiano. Quello è il punto: la gente non va a vedere i film italiani.
Difficile pretendere siano tanti quelli che, come Francesco Sossai, con un film del genere riescono anche a portare la gente in sala.
Il cinema vive di grandi sceneggiature, di invenzioni, di cose nuove. Non è un caso che Zalone faccia 70 milioni di euro al box office. Gli spettatori vanno a vedere un personaggio che si limita a fare un film ogni due anni, con un regista particolarmente intelligente e una persona di grande livello. Una cosa curiosa attira ancora spettatori. Ma le piccole e medie imprese in questo momento sono tutte con l'acqua alla gola. I contributi arrivano in ritardo, talvolta dopo anni, e i produttori non riescono ad avere gli anticipi dalle banche. Ormai gli istituti di credito finanziano solo le produzioni più grandi.