Ai deboli, agli insicuri, agli indifesi. Queste parole mi risuonano in testa appena l’inquadratura sul sorriso di Adrialis si chiude e appaiono i caratteri cubitali A Tu Lado. Sono le parole iniziali di uno dei romanzi più duri, intensi e probabilmente inestimabili del panorama italiano letterario del XXI secolo. Si chiama Maschio Adulto Solitario, l'ha scritto Cosimo Argentina, da Taranto. Cosa c'entrano Taranto e un romanzo di (de)formazione con l'Avana, con la boxe popolare e con il commovente, poetico, finanche motivazionale documentario A Tu Lado di Cristiano Regina? A parte il rossoblu che accomuna Taranto e Cuba, forse niente. Forse tutto. Due terre che supportano. Due territori malandati che resistono.
Ma andiamo con ordine. Per cominciare, A Tu Lado è un documentario girato da Cristiano Regina, ideato insieme al giornalista Ruggero Tantulli e scritto con la sceneggiatrice cubana Nuri Duarte, prodotto e distribuito da Articolture, in coproduzione con la Spagna (Fractal) e Cuba (GatorosaFilms), con il sostegno dell’Unione Europea – Creative Europe MEDIA Slate, di Ibermedia, della Regione Emilia-Romagna attraverso Emilia-Romagna Film Commission e di ICEC. Alla fotografia c’è il pluripremiato Lorenzo Casadio Vannucci e al montaggio Corrado Iuvara. La colonna sonora originale è di Cristina Renzetti e include alcuni brani della popolare cantautrice guantanamera Esney Morales.
Un intreccio umano come quello raccontato in A Tu Lado è difficilmente ripetibile. Son quelle storie che fatichi a immaginarti come reali. Sono più fantasie da bar, roba da sceneggiatori all'ennesimo personale che gronda THC: un ex pugile bolognese, Samuel Fabbri, che fa la guida turistica e che ha edificato una palestra popolare nel barrio di Centro Habana. Dove prima era crollato un palazzo ci ha fatto un ring e ci ha messo dentro tutto ciò di cui disponeva, adattandosi con ingegno e passione.
Quanto siamo fortunati, materialisticamente parlando, ad essere nati in questo lato del mondo? Non ce ne rendiamo conto. Riflettiamo così tanto su ciò che ci manca a livello di appagamento, di arrivismo, di banalità superficiali, che tendiamo a dare per scontato l'accessibilità facilitata nella quale viviamo. A Cuba devono sudare ogni piccola cosa. I guantoni sono vecchi e sgualciti, non hanno la luce per allenarsi la sera. Manca l'acqua. Manca tutto. Cronometri, corde per ring. E nessuno, nessuno può spedire niente. È l'embargo, Bellezza. Eppure, nonostante queste difficoltà, Cuba continua a dominare il panorama pugilistico: qui la boxe è culto. È resistenza. È detenere un medagliere olimpico con 42 ori, seconda nazione al mondo dietro solo agli USA Yankee. Peccato che Cuba abbia 10 milioni di abitanti, più o meno. Se ci pensate, la proporzione è allucinante. I pugili cubani fanno della tecnica e del footwork i loro punti di forza. Sono belli da vedere, sono stilosi, sembra che stiano pattinando o ballando sul ring.
La trama di A Tu Lado segue il percorso sul ring di alcuni allievi della scuola di Fabbri e del suo collega e amico Donatiel: su tutti spiccano Heiffer, un chico de rua talentuoso ma un po' testa calda, e Adrialis, Adri, una ragazzina silenziosa, sorridente, sempre pronta a ripetere sul ring ciò che le viene detto di fare. Heiffer è bravo a boxare, ma si dirige verso scelte sbagliate. Adri invece grazie alla boxe capisce che cosa vuole fare nella vita: no mas scuola da infermiera, ma scienze motorie e sportive. Adri ed Heiffer nel documentario prendono due strade differenti quando si trovano davantiallo stesso bivio, ossia salire sul ring per combattere. Ma questi sviluppi sono quasi secondari, rispetto a ciò che trasmette A Tu Lado.
È una storia di resistenza. Di dignità. Samuel Fabbri è potente, un grande oratore. Quando parla spagnolo è fluente come un cubano ma si percepisce un retroterra da vez del quartiere Barca, certificato dal tatuaggio della Effe Fortitudo sulla spalla sinistra. Si vede che è innamorato di Cuba.
Ne ama l'essenza. Soffre quando pensa a ciò che non c'è. Ama la lotta intrinseca che si deve sfoderare già soltanto per viverci, in quelle strade. Fabbri non insegna solo la nobile arte, nel suo gimnasio de boxeo. Prova a insegnare un modo giusto e rispettoso di vivere. "Mi interessa che diventiate delle brave persone, che difendono gli amici e che hanno rispetto per gli altri", dice a un certo punto. Ed è tutto qui, alla fin fine, quello a cui dovremmo ambire come esseri umani.
Perché la boxe è universale. La boxe è uno degli sport che racconta meglio la curva gaussiana che è la nostra vita. Anche il semplice amatore che ha fatto un anno di prepugilistica comprende che le cose hanno un senso più profondo. Devi avere tanta, tantissima fiducia in te stesso per fare pugilato. Devi essere disposto a soffrire. A prendere colpi duri e andare avanti lo stesso, come dice sempre Samuel Fabbri ai suoi ragazzi prima di cominciare una sessione di allenamento.
A Tu Lado è un racconto intimo, uno sguardo ravvicinato ma mai invadente, invasivo. Entra sottopelle, nel cuore. È esattamente quello che deve essere: una fotografia in movimento del reale. Raccoglie le pulsioni di questi giovani cubani che sfangano la giornata tra un allenamento, una sigaretta, una birra bevuta sul tetto di un palazzo diroccato, fantasticando su come si possa vivere all'estero.
Perché sebbene possiamo avere gli occhi lucidi per il socialismo idealista e per la romantica battaglia di Fidel e del Che, bisogna prendere atto di come le cose attualmente siano molto complesse a Cuba. Il documentario non fa sconti in merito: la povertà si vede. La scarsità di risorse pure. Immaginare un futuro qui sembra impossibile. C'è una scena dove Adri sta con dei suoi amici in una piazza dell'Avana e parlano di cosa vorrebbero fare da grandi. Tutti i suoi amici le dicono di voler fuggire.
Lei, invece, dice che si può restare a Cuba. Che qui studiare è gratuito. Che qui, sacrificandoti, ce la puoi fare. La vulgata contemporanea ci dice che dobbiamo schiacciare tutto ciò che non è conforme al modello occidentale. Ci dice che se lo meritano, a Cuba, di morire di fame. Che avrebbero potuto tenersi Batista e tutta la masnada di mafiosi italoamericani invece di supportare la rivoluzione del '59. Hanno succhiato dalle tette dell'URSS e ora piangono, che cosa vogliono questi cazzo di creoli cubani? Ci facessero la cortesia di diventare un altro avamposto americano, grazie, così ci togliamo un pensiero.
Stanno provando a prenderli con la fame energetica, ma sembra che Cuba non gliela voglia proprio dare agli Yankee la soddisfazione di ritirarsi dal combattimento. Piuttosto KO, mai ritirarsi. Ed è forse quello che brucia dentro a Samuel Fabbri in uno dei punti cruciali del documentario, quando Heiffer decide di... no, non racconto tutto: fate in modo di andarlo a vedere in qualche proiezione vicino a voi. La cosa bella di A Tu Lado è che non è un'opera che racconta solo una verità di facciata. Non ha nessuna pretesa di risultare insindacabile. Non è un monumento alla rivoluzione né una demonizzazione della sufdetta. Anzi. La forza di questo lavoro di Cristiano Regina è proprio la restituzione della complessità gigantesca della situazione a Cuba. Un po' come quando in lavatrice mischi troppe fascette da pugilato e te le ritrovi aggrovigliate dopo la centrifuga.
Però nella complessità, alla fine, ciò che rimane sono le cose semplici. Come le combo nel pugilato: belli i tremila montanti a velocità x4 alla Ryan Garcia o i colpitori con drills infinite stile Mayweather, ma vuoi mettere un buon vecchio, solido, uno-due e gancio in uscita? Cose semplici, tipo Adri che sorride in faccia al tramonto, sul mare, dopo aver battagliato per tre riprese. Samuel Fabbri che si commuove quando inaugurano una targa commemorativa per Orlando Martinez, primo pugile cubano a vincere un oro olimpico. L'amore di Donatiel per l'insegnamento del boxeo. Dei bambini che fanno sparring, Heiffer che sale su un tetto sgarrupato e libera dei piccioni in aria, con la luce arancione dei caraibi a scaldare tutto, tutto, tutto, a rendere ogni tassello della vita se non migliore almeno più colorato.
Non è facile vivere a Cuba, ma nella vita niente è davvero facile. Forse a causa di tutti i reel e l'eccesso di istantaneità del risultato, lo abbiamo dimenticato. Abbiamo dimenticato cos'è la lotta. Forse, a Cuba no. Forse a Cuba non lo hanno dimenticato del tutto. Forse a Cuba mischiano ancora lotta, resistenza e dignità. E allora Dio benedica Cuba e tutti i Sud di tutto il mondo. Dio benedica i deboli, gli insicuri e gli indifesi, perché anche loro alzando bene la guardia portando il jab al momento giusto potranno avanzare, un centimetro alla volta, per inchiodare l'avversario alle corde. E passare dal jab a una scarica di colpi al corpo e al viso.