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29 marzo 2026

Del tempo che passa, dei pugni sulle gengive che la vita ci rifila: l'epica crudele di Fabio 'Spigolo' Mastromarino, che credeva solo nella dinamite

  • di Lorenzo Monfredi Lorenzo Monfredi

29 marzo 2026

È una notte diversa quella del 29 marzo. Qualcuno l’ha battezzata Ring Mania 5 ma di fatto l’ultima notte di Fabio ‘Spigolo’ Mastromarino, che saluta il ring dopo una vita tra le corde, la guardia alta, le ferite in faccia. Lui dice che il sangue versato non si asciuga mai. Ve lo raccontiamo così, con un lungo ricordo del nostro Lorenzo Manfredi
Del tempo che passa, dei pugni sulle gengive che la vita ci rifila: l'epica crudele di Fabio 'Spigolo' Mastromarino, che credeva solo nella dinamite

Viviamo in un momento davvero difficile da gestire con riflessività e lucida forza di spirito. Guardate tutto quello che ci circonda: le guerre, le confraternite dei Ricchi-e-Potenti che si giocano la nostra sorte a colpi di droni e battaglie escatologiche tra un'orgia e una striscia di coca, l'economia che ci bastona, il divario sociale che si allarga, i valori che si scoloriscono ogni giorno che passa... Sembra quasi che le storie regolari della vita ordinaria, della gente normale, debbano passare sottotraccia, sussurrate a mezza voce, ché ci sono ben altre gravità alle quali dare esposizione mediatica.

Eppure ci sono frammenti di esistenze tangibili che possono essere testimonianza di luce per noi, per chi fa fatica ad arrivare a fine mese, per chi ha poca pazienza coi colleghi, per chi si abbatte davanti alle intemperie della quotidianità, per chi si spegne poco a poco e gravita tra apatia, disillusione, asettica noia grigia in attesa che il giorno venga strappato via dal calendario. Io stesso son tra questi qui, a volte. Sopravvivo. Lavoro, mi alleno, ogni tanto mangio bene e spesso mangio sporco vanificando la ricerca dell'ipertrofia, cerco di stare vicino alla mia famiglia, scrivo pochissimo. Non credo quasi più a niente. Tipo Sergio Leone.

Lui credeva solo alla dinamite, io al massimo a un impasto con la maglia glutinica elastica, a San Francesco d’Assisi o a un montante al fegato alla Canelo, ben assestato. Oggi però sento nel petto un desiderio che non si spegne, che non si esaurisce in un like su Instagram: oggi voglio tributare un applauso a Fabio Spigolo Mastromarino, pugile. Domenica 29 Marzo, a Casalbruciato, Fabio Spigolo Mastromarino salirà per l'ultima volta sul ring. In un'esibizione contro Mirko Di Carlantonio, suo collega nonché sfidante al titolo italiano dei pesi superwelter.

Spigolo è un esempio. Lui, come tanti altri pugili italiani e internazionali. È un esempio su come bisognerebbe stare al mondo. Lo porterei davanti ai miei studenti che si deprimono per un nonnulla o che vogliono il successo istantaneo. A dire la verità, sarebbe un monumento di resistenza e cazzimma ruvida per tutti noi. Ve lo ricordate Spigolo, il pugile di Tor Sapienza? Sono passati già cinque anni da quando lo intervistammo su queste pagine. Era febbraio 2021. C'era il lockdown, le regioni erano contingentate in base ai colori. Vivevo a Roma. Ero in fissa con la boxe, volevo trovare il modo di scriverne su MOW ma in modo alternativo. Pensai a due articoli: uno su Spigolo, contendente per il titolo italiano dei pesi medi, e uno su Franchino e Cicalone, che ai tempi facevano video prettamente legati agli sport da combattimento.

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Spigolo. Foto di Luca Verardi

La boxe non era minimamente un argomento da trend topic in Italia, non c'era la spettacolarizzazione dei face to face, il movimento si era attutito complice il covid-19 e non c'era un approfondimento molto analitico nel giornalismo o sui social media in Italia. Mi muovevo assecondando l'istinto. Mi sentivo un pioniere. Volevo far capire a tutti che il pugilato fosse una figata pazzesca, lo sport più bello del mondo. E il mio istinto mi diceva che Spigolo era l'uomo giusto. Ci credevo, nella boxe. E nella scrittura. E pensavo che cazzo, se devo fare ‘sti articoli tanto vale farli bene. Non avevo tanti soldi ma trovai il modo di pagare il treno da Taranto a Roma andata e ritornoa uno dei miei migliori amici, Luca, fotografo bohémien dal cuore grandissimo in fissa col bianco e nero alla Antoine d’Agata, per fare un reportage duplice: interviste al trittico romano Spigolo- Franchino-Cicalone con foto del Dio a corredo.

Fu una giornata bellissima assieme a Fabietto.
Prima alla sua palestra popolare dove si allenava, poi nel quartiere di Tor Sapienza. Un ragazzo speciale. Sorridente, sereno, anche quando noi bevevamo birra e mangiavamo pizza in teglia e lui dopo 2 ore di allenamento si contentava di yogurt greco e un pezzo di cioccolata fondente. Un ragazzo profondo, fondamentalmente innamorato perso del pugilato, in maniera viscerale. C'è chi ha un innato talento nel gestire aziende o disegnare abiti favolosi, chi nel sentire i sapori dei vini e chi ha la genetica del guerriero: Spigolo è questo. Pro Me Ipso Pugno tatuato sul petto: è la sua personale condizione d'esistenza. Qualche settimana dopo la nostra intervista avrebbe dovuto combattere contro Etinosa Oliha (oggi un top dog a livello mondiale) per il titolo italiano dei pesi medi, limite di 72.5 chilogrammi. Avrebbe dovuto. Perché si è tagliato in profondità durante un ultimo sparring di preparazione al match. Titolo saltato. Voi penserete: e vabbè, si riprogramma, no? Eh no, belli. Siamo in Italia e da noi la nobile arte non gode di un giro economico tale da garantire una vita salubre agli atleti della suddetta.

Spigolo non fa il match, Spigolo torna a lavorare in un pub in Zona Sempione a Roma, a spillare birra e intrattenere i clienti col suo sorriso scheggiato ma genuino. Si allontana dai doppi allenamenti, dalle fascette impregnate di sudore, dai caschetti logorati e dai paradenti conditi da saliva e sangue. Ma la boxe non è come altri sport. La boxe è un amore letale. Ti porta così tanto alla distruzione, allo sfinimento, che non riesci ad allontanarla mai per davvero. La ami troppo. Fabio è sanguigno, è verace, è cazzuto al midollo.

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Un post condiviso da Fabio "Spigolo" Mastromarino (@therealspigolo)

Ed è per questo che decide di tornare a combattere nel 2024. Tre anni dopo quel casino per il titolo italiano riparte da zero, scendendo pure di categoria: tocca i 69 chili, i super welter altresì noti come junior middleweight dai stellestrisce americani. Vince, vince, pareggia, vince, vince, perde. Combatte come al suo solito: mettendoci tutto quello che ha dentro di sé. Già qui, verrebbe da chiedergli ma come cazzo hai fatto a ritrovare le motivazioni per fare ‘sta vita? Ché qui in Italia col pugilato mica fai la rockstar. Gli viene offerta la semifinale del titolo italiano contro Ivan Guernieri, a Pescara. Training Camp serrato. Tutto sembra pronto per concedergli una nuova possibilità di alzare la cintura azzurra.

Poi, la botta. Un malore a poche ore dal match con Guernieri. Tutti a dargli addosso, accusandolo di aver fatto una cattiva gestione del taglio del peso. I referti medici parlano invece di pneumomediastino e pneumotorace. Esce dall'ospedale ma ci deve rientrare subito perché sta ancora male. Quattro emorragie cerebrali in atto. Coma farmacologico indotto. Knock-out definitivo. Intraprende un percorso di riabilitazione che lo porta alla decisione di non combattere più come atleta professionistico. Per arrivare alla giornata di domenica 29 Marzo 2026, quando salirà tra quelle corde un'ultima volta, per una semplice ma simbolica, intensa esibizione contro Di Carlantonio.Siamo abituati alla narrazione che tutta la dedizione e l'impegno possibili ci restituiranno ciò che meritiamo. È una litania stopposa come il petto di pollo grigliato troppo a lungo, senza marinatura. È una forzatura neoliberista che ci illude di essere totalmente padroni del nostro futuro.

Beh, indovinate un po'? non è così. Perché uno come Spigolo non saprebbe manco quantificare le ore, i giorni passati ad allenarsi. Le lavatrici di roba fradicia di sudore. I viaggi a New York per allenarsi alla Gleason's Gym. I pugni presi in bocca, al fegato, sugli zigomi. Perché uno come Spigolo ha dato più di tutto quello che aveva. Lavorava e si allenava. Si allenava e lavorava. Portava un volume di colpi impressionante, alzava i battiti cardiaci a livelli da panico. Eppure... Eppure Fabio non combatterà più, nonostante tutto il suo percorso.

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Fabio 'Spigolo' Mastromarino, Foto di Luca Verardi

Ma tutto ciò non è un fallimento. Non è una sconfitta. Anzi. È quanto di più vitale e luminoso possa esserci. Forse Fabio non se ne rende conto adesso, o forse sì, forse ha già metabolizzato quanto gli è accaduto. Sappi che ci insegni tanto, Fabio.

Quando ci lamentiamo che le cose non ci girano nel verso giusto, quando pensiamo che la vita sia ingiusta, quando molliamo tutto, dovremmo ricordarci che la decisione di deporre le armi è la nostra. Che siamo noi che abbiamo smesso di combattere. Tu no. Tu ci hai creduto. Sempre. Io non posso sapere cosa si provi a dover abbandonare la passione più grande della propria vita perché hai veramente rischiato di morire per questa fottuta passione. Tanti mollano perché… perché non reggono. Tu no, Fabio. Sei andato avanti fino in fondo. Al massimo della tua potenza.

Tanta gente, per molto meno, si è fottuta la testa. Cadendo in vortici oscuri. Tu invece sei sempre stato là, sul ring, sia quello sportivo che quello esistenziale, per ricominciare un altro round appena suona il timer, il gong, quello che sia, basta che ci siano tre minuti di ripresa srotolati davanti a te, per scazzottare alla corta distanza, proprio come ti piace fare. Ché anche se è rischioso, è quello che ti appaga di più. Ganci e montanti alla corta, para e rispondi, clinch e spinte, la fronte e il mento incassati, i muscoli contratti come balestre per sferrare l’ennesimo colpo. A prescindere da ciò che sarai nella tua prossima fase della vita, al di là di ogni titolo italiano, record su boxrec, knockdown... La tua storia sta qua per tutti noi come sinonimo di orgoglio, passione, sofferenza, sacrificio. A ricordarci che, anche se non riusciremo a vincere per kappaò prima del limite, possiamo sempre finire il match ai punti.

Daje, Spigolé!

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