Quando un 'nuovo' cinema funziona, è una benedizione per tutti. Specie per chi, con fatica, cerca ogni giorno di far sentire la sua voce, far vedere le proprie idee in queste annate incasinate. Per questo visto che Le città di pianura di Francesco Sossai (in streaming su MUBI, nei cinema lo scorso anno con Lucky Red) aveva ricevuto sedici candidature ai David di Donatello, noi eravamo seduti ad aspettare e sperare. Ed è successo. Ha vinto tutto (o quasi tutto). Niente a La grazia di Sorrentino, poco a La città proibita di Mainetti. Queer di Luca Guadagnino, solo citato per una manciata di secondi sullo schermo. Chissà se già se lo potevano immaginare loro, quando, un bel giorno, Le città di pianura arrivò Cannes, presentato nella sezione Un Certain Regard, che ben presto, oltre a un film bellissimo, sarebbe arrivato il successo e poi, l'anno dopo, 8 David di Donatello: miglior film; miglior regia a Francesco Sossai; migliore sceneggiatura originale a Francesco Sossai e Adriano Candiago; miglior casting ad Adriano Candiago; miglior montaggio a Paolo Cottignola, miglior attore protagonista a Sergio Romano; miglior canzone originale, “Ti”, musica e testi di Marco Spigariol (in arte Krano) interpretata da Krano nel film, miglior produttore a Marta Donzelli e Gregorio Paonessa per Vivo Film, con Rai Cinema, in collaborazione con Philipp Kreuzer per Maze Pictures, Cecilia Trautvetter.
Chissà cosa hanno pensato quando, di colpo, quello che ancora per molti era un piccolo film di un regista emergente al suo secondo lungometraggio (il primo era Altri cannibali) settimana dopo settimana stava diventando un caso di studio per gli addetti ai lavori. Passaparola, una comunicazione normale, tutto ha incredibilmente funzionato. Perché negli anni in cui ogni cosa è performance, è evento, Le città di pianura è semplicità. Funziona perché fa una cosa sola, e la fa bene: arriva.
Due ragazzi di cinquant’anni, Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), alla continua ricerca del bicchiere della staffa, devono andare a prendere il loro amico Genio (Andrea Pennacchi) di ritorno dall'Argentina, in aeroporto e, a caso, nel bel mezzo di un cammino tutto sbagliato, conoscono uno studente di architettura che si chiama Giulio (Filippo Scotti). I tre si trovano, sono lontani, eppure parlano la stessa lingua. E per diverse ore che non sappiamo contare non si lasciano. Guardano i luoghi, o meglio, Giulio li trova e glieli spiega. Lui che viene da fuori e vuole osservare, loro che non si son mai spostati e hanno creduto di aver visto tutto. “Perché non sapete un caz*o di dove vivete?”
“Perché non sappiamo un caz*o ma sappiamo tutto”
Le città di pianura è, in poche parole, un gran lavoro sugli spazi, e un lento giocare a comporli e scomporli continuamente. La notizia di un'autostrada che raderà al suolo un giardino ottocentesco, un’Italia sempre più vicina a un’idea scolorita di se stessa e distante alla verità. Ancora, la provincia, il lavoro, un bottino nascosto, la fortuna degli anni di gloria e la nebbia da digerire con poco o niente tra le mani. Per il suo secondo film, Sossai ci ha messo anni. Ha viaggiato lì dentro, le ha attraversate davvero quelle città di pianura. “C'è una specie di Veneto onirico, immaginario, dove le persone credono di vivere, che però non è più quello”, ci aveva spiegato durante la nostra intervista. Il punto è che Le città di pianura prima di essere un gran bel film a basso budget, è la resistenza di una storia autentica e fatta bene in un settore pieno di paure e non troppo 'sincero', e la vittoria, anzi, le vittorie (ben 8) di ieri sera ai David sono la prova che l'accoglienza per un futuro nuovo e così, senza apparenze, allora esiste. O almeno, può ancora essere. Persino da noi. Almeno per una notte.