Dopo l'intervista di Roberto Savi a Belve Crime, la Procura di Bologna ha deciso di riascoltare il capo della Banda della Uno Bianca. Un esito prevedibile, dato che già dalle anticipazioni della puntata, era stato reso noto che Savi aveva rilasciato dichiarazioni che contraddicevano la verità giudiziaria ufficiale: secondo l'intervistato infatti, si trattava di un omicidio e non di una rapina. O meglio: qualcuno, gli "apparati", voleva farlo fuori, e quella della rapina fu soltanto la scusa ufficiale. Davanti a simili rivelazioni, per di più dette pubblicamente su Rai 2, era ovvio che il caso non potesse considerarsi più chiuso.
“La decisione della Procura di Bologna - ha dichiarato Francesca Fagnani - di voler ascoltare nuovamente Roberto Savi è una notizia importante. Siamo contenti che il nostro lavoro giornalistico possa offrire un contributo utile all’accertamento della verità, una verità a cui tutti hanno diritto, a partire dai familiari delle vittime, a cui vanno il nostro rispetto e la nostra vicinanza”
L’omicidio nell’armeria di via Volturno, avvenne a Bologna il 2 maggio del 1991: vennero uccisi la titolare dell'armeria, Licia Ansaloni, e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo. Si tratta di uno dei casi di cronaca nera che hanno segnato il nostro Paese, uno degli omicidi più noti e sanguinosi della Banda della Uno Bianca che, tra il 1987 e il 1994, seminò il terrore tra Emilia Romagna e Marche. In totale, furono 103 gli episodi criminali rivendicati: per lo più rapine a mano armata, in cui rimasero coinvolti 115 feriti e vennero uccise 24 persone. La rapina all'armeria di Via Volturno, ma dopo la puntata di Belve Crime la storia potrebbe essere riscritta, è uno dei casi più ricordati, anche perché il fatto venne rivendicato dalla Falange Armata.
Un'entità il cui mistero non è ancora stato svelato: organizzazione terroristica o azione di depistaggio, la Falange Armata divenne protagonista delle cronache italiane a partire dall'ottobre 1990: quando al centralino dell'Ansa di Bologna arrivò una telefonata che rivendicava l'omicidio di Umberto Mormile, un operatore del carcere di Opera che venne ucciso nell'aprile precedente. Da quel momento, il motto "Il terrorismo non è morto, vi faremo sapere poi chi siamo" divenne una costante nelle redazioni dei giornali: la Falange Armata arrivo a rivendicare gli episodi più disparati, persino le stragi di Cosa Nostra, tanto che si fece strada l'ipotesi che potesse trattarsi di un mitomane. Di fatto, ad oggi, il mistero non è stato ancora risolto: il principale indiziato come telefonista della Falange Armata infatti, l'operatore del carcere di Taormina Carmelo Scalone, venne condannato a tre anni in primo grado, ma poi la sentenza venne riabaltata per estraneità ai fatti e, in un secondo momento, l'innocenza confermata dalla Corte di Cassazione nel 2002.
La Falange Armata sostenne che anche l'omicidio di Via Volturno fosse opera propria, e lo fece con tre telefonate. Ma i fratelli Savi confessarono, sostenendo di aver voluto rubare le due pistole che furono il bottino della rapina. Ora, a distanza di 35 anni, Roberto Savi a Belve Crime ha dato un'altra versione: chi aveva intenzione di rubare pistole, dato che la casa era già piena di armi? Invece, l'obiettivo sarebbe stato proprio uccidere Campolungo, in quanto ex agente dei Servizi Segreti. La Banda, ha spiegato ancora Savi, si sentiva sicura di delinquere perché tutelata da "personaggi non delinquenti che garantivano protezione".
Che dopo la puntata di Belve, si possa riscrivere la storia della Banda della Uno Bianca?