Ci sono gli alberi di aranci, nei viali che dalla stazione Termini portano al quartiere Sant’Eustachio, un labirinto di vie che si aprono sul Pantheon da una parte e su Palazzo Madama dall’altra. In piazza Rondanini c’è Grano, il ristorante in cui Matteo Renzi e Pierluigi Bersani sancirono la pace dopo le primarie del Pd. A scegliere il luogo dell’incontro fu il vincitore, cioè Bersani, e Marco Agnoletti ne parla ancora divertito: lui c’era, come responsabile della comunicazione dello sconfitto che però, di lì a poco, si sarebbe preso l’Italia. Mi ero immaginato di fare quest’intervista contemplando le colline toscane, date le nostre comuni origini. E invece no, Marco Agnoletti sguscia nei vicoli e sui sampietrini del potere romano con gli occhiali da sole, un giubbettino per ripararsi dal vento e la battuta secca, aspirata, da fiorentino. Però è una categoria a parte, di fiorentino: è un fiorentino juventino; e se riesci a vivere bene a Firenze da juventinissimo, come si definisce lui, significa una cosa sola: che te la sai cavare, sempre, anche nelle situazioni più astiose. «Peraltro» mi fa, dimostrando di sapere dove ho cominciato a fare il giornalista «anche la mia “brillante” carriera professionale è iniziata al Tirreno di Montecatini Terme».
Tu sei andato via nel 99, io sono arrivato nel 2000.
«Stavo finendo il liceo, il marito di una biscugina lavorava là e ci ho scritto i primi articoli. Il primo anno di università pigliavo il trenino a Firenze, cinquantuno mila lire per l’abbonamento mensile, e venivo tutti i giorni in redazione. Beccai le prime occupazioni nelle scuole e, pensa, quando un po’ di anni fa, agli albori, insomma, con la notorietà del mio ruolo accanto a Matteo, qualche simpaticone giornalista volle celebrarmi, ritrovarono un mio brillante articolo sulle nutrie».
Vabbè, bisogna essere orgogliosi di questo.
«E sai chi lo ha tirato fuori? Giampaolo Grassi dell’Ansa. L’ho ricercato il pezzo sulle nutrie, non si trova».
In effetti di Marco Agnoletti si trova poco in giro, e passare dai danni agricoli delle nutrie a essere nel gotha della comunicazione politica può generare antipatie e perfidie in qualche collega. Dopo Renzi, Agnoletti ha seguito le campagne elettorali di Stefano Bonaccini (ha vinto l’Emilia-Romagna e perso le primarie), dei sindaci di Firenze Sara Funaro e Dario Nardella, del presidente toscano Eugenio Giani e ora, in pieno caos pre (eventuali) primarie e pre elezioni 2027, cura con particolare dovizia quella che molti ritengono la più promettente candidata del campo largo, la sindaca di Genova Silvia Salis. Non bastasse, la sua agenzia Jump, fondata nel 2016, segue mega aziende (Ferrovie, MSC Crociere, Harley Davidson, Feltrinelli), istituzioni (Ministeri e Università), squadre di calcio (in passato il Milan, ora la sua amata Juve) e i giornalisti più blasonati, tra cui Fabio Fazio, Monica Maggioni e Francesca Fagnani, che proprio in questi giorni è ripartita con la nuova stagione di Belve. Di base, insomma, tutti parlano dei suoi clienti, ma i suoi clienti rilasciano poche interviste e lui mai. Tranne un’eccezione; questa. Ordiniamo ravioli con mazzancolle, tubetti al tonno e due calici di Lagrein.
«Con Matteo ci siamo sempre presi in giro, sa che nel mio telefono è memorizzato come Fava. Quando cambia numero lo aggiorno: Fava 2, Fava 3. Ma gli devo tanto»
Tutti legano il tuo nome a Matteo Renzi, però non hai mai raccontato come vi siete conosciuti.
«Io, di fatto, per Il Tirreno seguivo il consiglio regionale. E uno dei miei maestri, Carlo Chiappelli, era l’addetto stampa del PDS. Un giorno mi disse: “Guarda, io faccio un avanzamento di carriera, per il mio posto ho suggerito te”. Avevo venticinque anni, con il Tirreno avevo già avuto un paio di contratti ma niente di serio, invece questi mi davano un anno e mezzo di stipendio da dipendente in Regione, all’epoca un milione e mezzo di lire. Non era il mio sogno, io volevo diventare il direttore del Corriere della Sera, ma accetto. Scoprendo presto che questo lavoro mi veniva meglio dei famosi articoli sulle nutrie».
E Renzi?
«Il partito mi manda in prestito, tra virgolette, a fare la campagna elettorale di Leonardo Domenici, sindaco di Firenze, fra il primo e il secondo mandato. E lì, per la prima volta, credo non l’avesse mai fatto nessuno, il candidato sindaco e il candidato presidente della provincia fanno un comitato elettorale insieme. Il giovanissimo candidato presidente della provincia era il compagno Matteo Renzi. Che poi mi chiede di andare a fare il suo portavoce, peraltro offrendomi un sacco di soldi per quei tempi».
Hai capito subito che era un fenomeno?
«Ci ho messo anni. Ma la cosa bella è che il primo pacco glielo tiro io: ho rifiutato».
Perché?
«Nel frattempo il segretario regionale dei Ds Marco Filippeschi mi fa una controproposta, non arrivava ai livelli di Matteo, ma migliorava di tanto la mia situazione. E sai cosa? Preferii non cambiare, lì ebbi un po’ paura. Chi lo conosce può immaginare come la prese: non mi ha parlato per un anno».
Lo hai chiamato compagno Renzi.
«Che vuoi, siamo fiorentini, ci siamo sempre presi in giro a vicenda. Per esempio, lui sa che nel mio telefono è memorizzato come Fava».
Fava?
«In fiorentino vuol dire bischero, sciocco. Anche quando era Presidente del Consiglio. Ogni volta che cambia numero lo aggiorno: Fava, Fava 2, Fava 3, Fava 4».
Lui come ti chiama?
«Mi infama in tutti i modi possibili. Nelle riunioni mi usava come metro di paragone più basso: ma come, se lo sa pure quel coglione di Agnoletti…».
«Il primo pacco a Renzi gliel'ho tirato io, ma per lui ho pianto: l’ho portato fino alla porta di Palazzo Chigi e poi sono stato messo da parte»
Come hai recuperato il rapporto?
«Nel 2005 scrive il libro Tra De Gasperi e gli U2 e me lo manda a casa con la dedica: “A chi mi ha usato e abbandonato”. Era il suo segnale di disgelo. Nel frattempo io in quel periodo avevo fondato una cooperativa di giornalisti, perché io sono un codardo, come ho detto prima, quindi ho sempre avuto paura che la politica prima o poi mi potesse lasciare a piedi e volevo avere un piano b, la stessa Jump nasce con questa esigenza. Però lui torna, mi invita a pranzo e mi dice: “Caro Marco, so che è un po’ un rischio, ma io sono sicuro che il futuro è dei sindaci”. In quel momento c'erano Iervolino sindaco di Napoli e Alemanno a Roma. “Se io vinco, divento uno dei cinque leader nazionali dell’Ulivo”. Io gli rido in faccia: te sei scemo, te ti sei montato la testa, non hai alcuna possibilità di vittoria. Però ho ritenuto giusto che la nostra generazione facesse questa battaglia, anche se perdente. Invece non avevo capito un cazzo e Renzi era un fottuto genio maledetto che aveva pianificato la mossa da anni».
Cosa lo ha colpito di te?
«Credo la mia capacità di costruire relazioni e poi, se proprio devo riconoscermi un merito, forse, il fatto di essere stato uno dei primi a sinistra a puntare molto sulle televisioni, che parlano ancora al grande pubblico, anche in un momento dove i social e YouTube stavano crescendo a dismisura, che poi ci ha portato come agenzia ad avere ottimi rapporti con autori e programmi. Ma soprattutto il lavoro di squadra: in tutte le mie esperienze, e a Jump più di sempre, ho cercato di circondarmi di colleghi bravi quanto o più di me».
La Salis però ti rimproveravano di averla nascosta.
«Fino a qualche giorno fa forse sì... Comunque tutte le scelte sono prese assieme al suo bravissimo portavoce, Simone D’Ambrosio. Quello che posso aggiungere è che forse col nostro arrivo abbiamo cercato di darle un po’ di metodo: lei ora fa poche uscite mirate e sa che nei prossimi mesi sarà giudicata prima di tutto come sindaco. Quindi la priorità è farlo bene. Se poi, facendo il sindaco, c'è anche un po’ di visibilità nazionale aiuta pure sul piano amministrativo. Anche in lei, comunque, vedo delle doti di eccezionalità».
Quali?
«La mentalità sportiva, arriva da quel mondo. E impara a una velocità disarmante. L’ho conosciuta a una cena ad agosto. Matteuccio me l’aveva detto nelle settimane prima: “Silvia Salis è un fenomeno, io me ne intendo”».
La Salis è contro le primarie. Tu la pensi come lei?
«No, per me sono un ottimo strumento di mobilitazione».
Nei sondaggi davanti a tutti c’è Conte.
«Sì ma Elly Schlein ha con lei la macchina organizzativa del partito che, nella sfida con Renzi, e io lo so bene, fu decisiva per la vittoria di Bersani».
Con la Schlein, si dice, non hai un buon rapporto.
«No, no, calma. Invece ho un buon rapporto con Elly, di simpatia e stima. E lei mi prende per il culo spesso».
Pure lei?
«Un po’ di tempo fa eravamo a Firenze, io, lei e la mia sindaca, una delle mie più care amiche, Sara Funaro, a cui ho curato la campagna elettorale. Elly mi ha guardato e mi ha detto: “Ah, e com’è lavorare anche per una di sinistra?”. Qualche settimana dopo però ero in camerino da Che tempo che fa, lei mi ha visto e ha chiesto: “Te che ci fai qui?”. Le ho detto: “Guarda, io lavoro per Fabio, è abbastanza di sinistra per te?”. Ci siamo messi a ridere. Quindi no, non ho alcun problema con Elly. La mia preoccupazione è che il prossimo premier non sia la Meloni. Se dovesse essere Elly, io sono tutto contento».
Vinto il No, finita la Meloni?
«Può succedere di tutto, l’Italia è trasformista. L’ho visto con Matteo. Una giornalista del TG1 mi stalkerava: “Io sono sempre stata renziana, devota” mi diceva. Poi ho scoperto che in Rai ce l’aveva messa Gasparri! C’era gente pronta a morire per Matteo che poi ha cambiato idea alla velocità della luce appena è caduto in disgrazia».
Ma esiste TeleMeloni o è una bufala?
«Loro forse hanno un po’ esagerato e Rai3 onestamente l’hanno snaturata. Ma quello che io contesto alla destra su questa Rai, se mi posso permettere, dal mio piccolo, per l’amor di Dio, è non solo d’aver messo i suoi, come più o meno avevano fatto anche gli altri, ma di averne messi tanti di inadeguati».
Ma ne avranno messo anche qualcuno di bravo.
«Certo. Il direttore del TG1, Gianmarco Chiocci, vince per distacco».
Cosa ne pensa, invece, del direttore in ascesa Tommaso Cerno?
«Lo conosco da tempo. Faccio un po’ fatica a considerarlo di destra, visto che Tommy è stato tutto e il contrario di tutto».
Quindi sta recitando una parte?
«Diciamo che riempie uno spazio, lo fanno in tanti. Un giornalista di destra molto bravo è Giordano, che quando fa la sua trasmissione veste i panni di un personaggio. Mario lo conosco benino, è un signor giornalista ma proprio bravo, e nella vita vera non è quella roba là».
«La Salis ha due doti eccezionali: la mentalità sportiva e la velocità con cui impara»
Un altro bravo?
«Non c’entra niente con la destra ma uno bravo bravo, oltre che una delle figure fondamentali della mia vita, è Antonio Campo Dall’Orto. L’ho conosciuto in un pranzo dove mi sono auto invitato, perché la mia testimone di nozze mi ha detto: “Quello è un figo”. Ho scoperto un visionario vero. Negli anni ci ho proprio legato, anche più di quello che Matteo sapesse o pensasse. Mi voleva portare con lui in Rai, ma alla fine gli ho dato una mano non ufficialmente. Quando poi lui è andato via mi ha aiutato molto a inquadrare Jump, a svilupparla, darle una struttura. E ancora oggi ci confrontiamo molto».
Un altro fenomeno, toscano pure lui e tuo amico, è Giuliano Da Empoli: uomo di cultura vero, scrittore importante, Il Mago del Cremlino è tratto da un suo libro.
«Allora, allora, attenzione. Trattasi di persona a cui io voglio bene, lo dichiaro. Anche lui l’ho conosciuto grazie a Matteo. Quando Matteo fece la giunta e ci disse che alla cultura avrebbe messo Giuliano Da Empoli, Luca Lotti sbiancò, io ero l’unico che sapeva chi era perché avevo letto il suo primo scritto contro i padri. È stata una di quelle volte che Matteo mi ha perculato: “Oh, l’Agnoletti ne sa più di voi”. Così affida a me il compito di raccontargli Firenze, poi siamo diventati padri a distanza di poco, stesso asilo dei nostri figli. Dopo un po’ si è trasferito in Francia e adesso lì è famosissimo. È il miglior cervello che io abbia mai conosciuto. Lui è stato consigliere di due presidenti di consiglio di due Paesi diversi, Renzi e Macron. Credo sia uno dei rarissimi casi nel mondo».
Qual è la migliore trasmissione in Italia?
«Per eleganza escludo tutte le trasmissioni con cui noi collaboriamo: dopodiché quella che a me piace di più è Piazzapulita. Il conduttore più bravo invece è Floris. È quello che capisce meglio degli altri come si sposta il mondo».
Belve è ripartito, ma si parla già di Belve Crime e poi Belve con le persone comuni, non c’è il rischio di stressare troppo il format?
«La Fagnani fa un prodotto eccezionale e ci ha dato notorietà lavorare con lei. Così come all’inizio di Jump fu fondamentale la chiamata di Fabio Fazio. Nessuno si ricorda, ma Belve prima di essere in Rai era in Discovery, ora siamo al settimo anno e continua ad avere un successo clamoroso. Quindi l’idea piano piano è di innovarsi…».
Tra l’altro una delle prime foto della Fagnani con Mentana è stata scattata a una tua festa. Ormai sono tutte chiacchieratissime le tue feste.
«Pensa, sono nate perché Matteo m’aveva trombato».
Oddio, in che senso?
«Perché una volta m’ha fatto fuori e poi mi ha richiamato. Quando lui è diventato premier, mi ha scartato e in quel periodo, per tenere vivi i rapporti che avevo prima, mi sono inventato le feste. Da cui sono uscite grandi coppie, appunto, anche Giorgia Cardinaletti con Francesco Bechis e Claudio Santamaria con Francesca Barra».
Coppia bellissima.
«Al mio compleanno Claudio non l’avevo manco riconosciuto, è stata lei a dirmi: “Oh, ma è Santamaria, l’attore!”. Ma sono giustificato: quello fu anche il compleanno che festeggiai qualche giorno dopo l’annuncio del mio ritorno a portavoce di Renzi. E c’era un gran casino, tutti volevano esserci».
Fin quando sei potente tutti ti sono vicini, poi…
«Io ho vissuto un esperimento sociale interessante. Quando ero all’apice, qualsiasi giornalista mi cercava e mi lisciava per bene. Il giorno che Matteo mi scarta, un sacco di questi non mi rispondevano più al telefono, capito? Due di loro però hanno fatto l’esatto opposto: Mario Orfeo ed Enrico Mentana, direttore di Repubblica e del Tg La7. Orfeo soprattutto, ma anche Mentana e anche Franci, mi hanno portato a pranzo in quei due anni che sono stato a Firenze, più di prima. In particolare Orfeo, poi diventato l’amico più caro che ho nel nostro mondo giornalistico, non m’ha mai fatto pagare un biscotto». (si ferma, si avvicina al registratore e scandisce bene: «Sia chiaro, caro Mario, poi li ho restituiti, perché ormai pago sempre io»). «Gli altri, piano piano li ho rivisti alle mie feste. Questo per dire che i due numeri uno hanno dato lezione a tutti».
Cos’è il potere? Che risposta ti dai?
«Un esercizio temporaneo. Nel mio piccolo per un po’ l’ho esercitato».
E chi è potente, oggi, nei media italiani?
«Urbano Cairo. Conta tanto perché controlla il primo quotidiano in Italia e una delle più brillanti reti di opposizione che ci sia. Però lo fa da imprenditore, avere la nuova Rai 3 su La7 credo che economicamente gli renda molto. E poi, lo so per certo, le trasmissioni e i giornalisti del suo gruppo hanno libertà assoluta».
«Quando ero all’apice tutti i giornalisti mi lisciavano per bene. Dopo che Matteo mi scarta non mi rispondono più. Tranne due di loro: Mario Orfeo ed Enrico Mentana, i numeri uno»
Il tuo amico Aldo Cazzullo viene dato spesso alla direzione del Corriere della Sera. Ce lo vedresti?
«Sai, lui scrive libri e batte i record di vendite, rischia con un programma di documentari in prima serata e porta a casa risultati buonissimi. Fa teatro. Con quel ruolo dovrebbe rinunciare a qualcosa. Ce lo vedrei eccome, ma non so se glielo consiglierei».
Tu hai vinto quasi tutte le sfide che hai fatto. In politica è più forte il godimento quando vinci o la sofferenza quando perdi?
«Non è vero, ho perso tanto, ho perso le primarie per il segretario del PD con Bonaccini, peraltro dove tutti dicevano che vincevamo. Questa mi è bruciata. Me lo rinfaccerò a vita: siamo stati arroganti, perché alla fine Elly ha vinto di poche decine di migliaia di voti. Invece qualcuno del nostro gruppo pensava già al dopo. Più di recente, invece, ho perso anche le Marche».
Di te dicono: “Prende i clienti a gratis”.
«Gratis mai, per fortuna. Per le campagne elettorali, si sa, inutile chiedere grandi cifre, ma infatti noi con la politica facciamo il dieci per cento del nostro fatturato».
Che sei stato fortunato.
«Verissimo. Se Matteo non mi avesse scelto e io non avessi fatto quegli anni importantissimi con lui, nulla di quello che è venuto dopo sarebbe stato possibile».
«Bonaccini che perde con Elly Schlein me lo rinfaccerò a vita. Qualcuno pensava già al dopo: siamo stati arroganti»
Dicono anche che spingi i giornalisti.
«È successo anche questo. Ho sbagliato, ho scritto una lettera, ho chiesto scusa. Successe questo: il Comune di Firenze dava le chiavi della città a Ron Howard, il regista. Il suo staff ci mise delle regole terribili. Durante il momento dell’intervista, un collaboratore dell’Ansa, Tommaso Galligani, scavalcò il cordone e si avvicinò troppo. Allora gli ho detto: “Lì non ci puoi stare”. E ho perso le staffe, l’ho spinto per rimandarlo di là. Ore dopo, però, l’Ordine dei giornalisti, in una nota congiunta con Assostampa, ha chiesto il mio licenziamento. Per fortuna un mio amico di Sky aveva il video: si vedeva che l’ho spinto, che l’ho insultato, ma quella nota mi descriveva in un modo violento ed esagerato. Tant'è che Dario Nardella mi ha rinnovato la fiducia la sera stessa».
L’ordine è andato avanti col processo.
«Finito con una sanzione, la più debole. Però ho certamente sbagliato e me ne dispiaccio tuttora».
È arrivato il momento di raccontarlo, di come ti ha fatto fuori Renzi.
«Eh… Quando diventa segretario del partito, cioè a dicembre del 2012, per mesi ha il doppio incarico: sindaco e segretario. Mi dice: “Serve qualcuno a Roma che segua il partito”. Gli suggerisco di prendere Filippo Sensi, mio amico e dipendente del PD. La verità è che, da lì a poco, le cose più importanti le concentra su di lui. Io mi ricordo benissimo dov’ero e che giorno era quando ho capito che era finita».
«Cos'è il potere? Un esercizio temporaneo»
Vai.
«Avevo fissato a Matteo un’intervista con Il Messaggero. Quel pomeriggio mi chiama e mi dice: “No, però questa intervista falla seguire a Filippo”. E io balbetto: “Matteo, ma l’ho fissata io”. E lui: “No, no, fidati di me, meglio lui”. Fine. Era domenica, ero in un negozio di scarpe con la mia famiglia. Riattacco la telefonata e in quel momento realizzo che Filippo era diventato l’uno e io il due. Infatti, pochi mesi dopo, Renzi viene nominato presidente del Consiglio e sceglie Filippo portavoce. A me chiede solo dopo di andare comunque a lavorare per Palazzo Chigi, ma nel frattempo avevo scelto di stare al fianco di Dario Nardella, mio amico da almeno 20 anni, ed ero tornato a vivere, diciamo, perché Matteo negli ultimi tempi era stato durissimo».
Tipo?
«Io e Lotti dovevamo pranzare di nascosto perché per lui era tempo sottratto al lavoro. Uno dei complimenti più belli che mi ha fatto Antonio Campo Dall'Orto è stato: “Marco, anche nei momenti difficili mantieni la calma e trovi una soluzione”. È Renzi che mi ha fatto diventare così. Matteo decideva tutto all’ultimo. A me e Lotti ci ripeteva che era stato capo scout e che nell’emergenza si trova sempre la soluzione migliore».
Ci sei rimasto male che ti abbia abbandonato?
«Sì, ci ho pianto. Ma come, ti accompagno fino alla porta di Palazzo Chigi e poi vengo messo da parte? Però col tempo ho capito che aveva ragione lui, non ero ancora pronto».
Magari con la Salis invece…
«Guarda, alla fine dei conti c’ho avuto culo, la vita che vivo ora non la cambierei per nulla al mondo. In Jump ho potuto prendere con me tutte le persone che stimo e a cui voglio bene. Pranziamo insieme a casa mia, lavoriamo insieme e questa roba non ha prezzo: sono felicissimo. Fo’ quello che mi piace, guadagno bene e lavoro con i miei amici. Per il resto vedremo cosa succederà, ma da questa conquista non torno indietro».