Musicista, autore e performer, voce storica de Il Teatro degli Orrori. Pierpaolo Capovilla è un artista controcorrente che non ha mai esitato a prendere posizione. Ha sperimentato anche il cinema in qualità di attore. L’ultimo film, Le città di pianura è un road movie italiano diretto da Francesco Sossai. Racconta un’Italia di provincia sospesa, seguendo due cinquantenni disillusi che vagano nella pianura veneta tra notti, alcol e incontri casuali. Di recente Capovilla si è anche espresso sul Concertone del Primo Maggio con toni molto critici nei confronti di quanto dichiarato dai presentatori dell’evento. Lo abbiamo intervistato per approfondire il suo punto di vista sulla società odierna: da Pasolini a Chomsky, fino alla “religione” marxista.
“Le città di pianura” non chiedeno attenzione, anzi, sembrano quasi rifiutarla. Ma si tratta più di una forma di resistenza o di rassegnazione?
Secondo me più rassegnazione. “Le città di pianura” è un film gentile, amicale, affettuoso in ciò che vuole descrivere. Ha uno sguardo languido nei confronti di chi si è arreso alle circostanze storiche. Un film dove si vive la vita giorno per giorno e le giornate si susseguono una uguale all’altra, senza continuità ed è così che vivono milioni di persone nel nostro Paese. C’è una forma di ribellione e di rabbia, ma solo nel sottotesto che pare quasi voler dire “avremmo potuto”. Abbiamo preferito lo sviluppo economico a quello umano, perché siamo egoisti e individualisti. E questo è ciò che vuole da noi il sistema capitalistico. Il film questa visione la racconta e basta, senza puntare il dito su nessuno e senza giudizio.
Ti rivedi in questa visione disillusa che viene narrata dal film?
Da alcolista la sento mia, mi arrendo volentieri. Da cittadino non mi appartiene e non mi arrendo.
Oggi nel mondo della musica c’è qualche artista che ha il coraggio di prendere posizione?
Me ne viene in mente uno: si chiama Pierpaolo Capovilla (ride). Anche se non sono l’unico. Ho tanti fratelli, sorelle che subiscono questo momento storico con grande inquietudine e riescono a tradurla in musica, componendo canzoni popolari che possono servire a farci riflettere e comprendere il mondo in cui viviamo. Sono tanti gli artisti, ma non riescono a penetrare nel mainstream. Io credo che i discografici in Italia, degli ultimi decenni a questa parte, dovrebbero farsi un gran bel esame di coscienza. Perché la canzone popolare, bella o brutta che sia, trasforma la società. La può trasformare in meglio o in peggio. Guarda oggi cosa avviene nel mondo del rap e della trap. Ci sono gruppi straordinari nel mondo, penso ai Kneecap a Belfast, tra i tanti. In Italia penso a Piotta o Caparezza. Poi, però, chi è che vince questa oscena competizione? Sfera Ebbasta e Tony Effe: la spazzatura.
Cosa pensi di questi artisti è chiaro. Ma quali sono le conseguenze del loro successo sui più giovani?
Ovviamente questi non sono artisti. Sono degli arrampicatori sociali, degli approfittatori dell’ingenuità della comunità e anche del disagio che c’è. Sono tutti dei bari, dei doppiogiochisti. Mi auguro che prima o poi questa spazzatura della trap nostrana, tra qualche anno ce la dimenticheremo, è una musica completamente inutile. Sparite, maledetti rospi. Questi sono rospi che si beano nel pantano sintattico grammaticale delle loro canzoni. Sono persone a cui non gliene frega niente del prossimo, del progresso sociale, della giustizia, dell’uguaglianza. Certi “artisti” fanno danni spettacolari nell’intelletto dei ragazzi. Per quanto riguarda il dramma dei rapporti di genere, puoi metterci tutti gli sforzi morali che vuoi: dalla famiglia, alla scuola, con gli psicologi. Tanto poi arriva Tony Effe che ha più influenza perché i ragazzi ascoltano queste cose qui e non hanno strumenti per contrastarli, non possiamo colpevolizzare i ragazzi per questo. Arrivano questi sabotatori della cultura, questi nemici del popolo che complicano la situazione, ma sono comunque speranzoso.
Anche la politica oggi fa tanto intrattenimento. Un buon politico può avere anche un’ottima comunicazione social?
Chiaramente la comunicazione social non è soltanto uno strumento, ma anche il senso delle cose. Mi ricordo Pasolini da Enzo Biagi. Diceva: “Quando io sono in televisione, io divento televisione. Perché la televisione è il fine della narrazione”. Oggi i social l’hanno sostituita in questo identico percorso: quello del disimpegno politico e del caos intellettuale. Quando fai fatica a capire in che mondo vivi, prima o poi ti arrendi e pensi al tuo privato.
Oggi ci sono dei politici veri o solo personaggi che si occupano di intrattenimento?
Ci sono, sì. Io non farò mai di tutta l’erba un fascio. Me ne viene in mente uno che è anche un mio amico, si chiama Luigi Manconi, che è stato fondatore della Onlus “A buon diritto”. Luigi è un uomo vocazionale. Per lui la politica è vocazione, lasciare un segno nella propria storia personale e in quella della comunità. Uno che crede nelle proprie idee e in ciò che dice. Bella gente ce n’è, bisognerebbe valorizzarla. Poi un Di Battista lo trovo adorabile, quantomeno è onesto, per dirne un altro. Di certo la Sinistra ha fatto troppi danni nel Paese e lo dico da uomo di Sinistra. Perché si è trasformata in élite e le élite non hanno gli stessi obiettivi delle masse lavoratrici, anzi. Più scontento è un Paese, meno la gente va a votare e più crescono le élite. E queste cose non le dico io, ma Chomsky. L’élite è un pericolo esistenziale. per la democrazia.
C’è una politica in ascesa che è Silvia Salis. Cosa ne pensi?
E chi è Silvia Salis? La sindaca di Genova? Ma che vada a quel Paese! Non sono così ferrato sulla sua figura pubblica, ma leggo i giornali come ho sempre fatto in vita mia: da “Il fatto quotidiano” a “L’avvenire”.
Capovilla legge “L’avvenire”?
Su alcuni argomenti è rinunciabile, ma su altri - come quello dei nostri fratelli e sorelle migranti - è dalla parte giusta della società. La Guerra Fredda è finita. La Chiesa in Italia ha sempre avuto un ruolo regressivo, pensiamo a Giovanni Paolo II. Adesso, sarà stato per il terremoto intellettuale di Francesco o perché la Guerra Fredda è finita, la Romana Chiesa Cattolica in questo momento storico sta diventando il più potente anticorpo democratico che c’è nel Paese.
Lo dici da credente o da laico?
Lo dico da laico. Però sono figlio di una suora. Mia madre prima di concepire me e le mie amate sorelle fu suora novizia dell’ordine paolino. Mio padre era un barbuto signore che voleva farsi sacerdote. Quindi ho un retaggio cristiano fortissimo. Poi da grande ho coniugato questo messaggio, della pietas, della fratellanza e della compassione, con il marxismo.
Sei stato molto critico nei confronti del Concertone del Primo Maggio. Tu cosa avresti portato su quel palco?
Avrei invitato un po’ di artisti d’eccellenza e avrei evitato di invitare tutti gli scappati di casa di X Factor.