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6 maggio 2026

Perché tutti parlano dei colori del “Il Diavolo veste Prada 2”? Sul web notano la differenza con il primo, ecco il motivo

  • di Marika Costarelli

6 maggio 2026

Il film non è “brutto” visivamente, ma è una noia che tutto sia perfettamente funzionale. E quando tutto è funzionale allo stesso modo, tutto finisce per somigliarsi. Anche il nuovo capitolo di “Il diavolo veste Prada” entra in questa logica: un mondo visivo che privilegia accessibilità e scorrevolezza rispetto alla personalità. E si discosta moltissimo dal carattere del primo, il paragone è inevitabile

foto di Ansa

Perché tutti parlano dei colori del “Il Diavolo veste Prada 2”? Sul web notano la differenza con il primo, ecco il motivo

Avete presente Nosedive (nella sua versione italiana Caduta libera), l’epico episodio di Black Mirror? Raccontava un mondo in cui ogni persona viene valutata con un punteggio sociale (da 1 a 5 stelle) tramite interazioni quotidiane, la protagonista, Lacie Pound, era ossessionata dall’aumentare il proprio rating per ottenere una vita migliore e accedere a un appartamento di lusso. Quando cerca di partecipare al matrimonio di un’amica molto “alta di punteggio”, una serie di imprevisti e fallimenti la fanno crollare socialmente. Il suo rating precipita rapidamente, escludendola progressivamente da servizi e opportunità. Alla fine, completamente “declassata”, Lacie si libera dall’ossessione del giudizio sociale e si sfoga in modo liberatorio durante un incontro con un altro detenuto, mostrando per la prima volta un’interazione autentica e senza filtri.
Vi chiederete: cosa c’entra questo con Il Diavolo veste Prada 2? Partendo dal presupposto che Black Mirror, nella contemporaneità strampalata che stiamo vivendo, c’entra sempre.
Nosedive è un episodio cult della serie e non solo per la sua trama, ma soprattutto per le immagini con le quali viene narrata. La cittadina in cui vive la protagonista è dipinta di colori pastello: tutto e tutti appaiono perfettamente in palette e la luminosità delle immagini vuole restituire un’idea di perfezione così costruita da risultare disturbante. La luce appiattisce ogni parvenza di umanità. E infatti i cittadini sono macchine che senza “punteggio” non funzionano. Di rado in Nosedive si possono cogliere ombre. E quando accade lo spettatore tira un sospiro di sollievo: perché in tutta quella perfezione luminosa, nessuno riesce a distinguersi.
Quello che i registi di Nosedive volevano narrare andava al di là della trama, già di per sé terrificante, ed è esattamente ciò che sta accadendo oggi al mondo del cinema. Qualche utente sui social lo ha denominato il fenomeno delle “Netflix light”. E Il Diavolo veste Prada 2 ne è la più recente e anche concreta dimostrazione. Perché guardando il film non si può non paragonarlo al primo. E la prima cosa che salta all’occhio sono proprio le luci.

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Dal primo film de "Il diavolo veste Prada"

Non è un dettaglio che nel nuovo Il diavolo veste Prada 2 la luce salti agli occhi prima ancora dei vestiti, delle battute e delle passerelle.
La luce non è più quella che illumina una scena, ma quella che la addomestica. Perfettamente uniforme, morbida e senza spigoli. Una specie di pelle neutra stesa su tutto il film. Niente ombre vere o contrasti che mordono. Tutto visibile, leggibile, perfettamente sotto controllo. Quasi maniacale. Ok, è un film, ma non il cinema non ci è mai sembrato più finto di così.
È qui che il film si inserisce dentro un’estetica ormai riconoscibile, quella che online viene già ribattezzata “Netflix light”: una fotografia che non sporca e non rischia mai. Funziona sempre proprio per questo e assomiglia sempre di più a tutto il resto. Vince facile dal punto di vista tecnico, è adattabile a qualsiasi formato: dal grande schermo al telefonino, ma a che prezzo? Al prezzo di perdere completamente ogni ombra e, dunque, ogni forma di personalità.
Rispetto al primo film, l’effetto è quasi chirurgico. Dove nel 2006 la luce poteva essere più calda e nervosa, magari anche discontinua, ma capace di dare carattere agli ambienti e alle facce, qui sembra tutto filtrato da un sistema che tende a eliminare qualsiasi attrito visivo. L'obiettivo è pulizia, ma il risultato è neutralizzazione.
Il paradosso è tecnico prima ancora che estetico. Perché non è un limite della camere digitali di oggi, che anzi potrebbero permettere un gioco molto più ampio tra chiaro e scuro. Eppure il cinema mainstream va nella direzione opposta: si illumina tutto.
A questo si aggiunge il ruolo dei LED sui set, che sono comodi da usare ma sacrificano la profondità (in senso tecnico e in senso astratto).
Poi c’è la fase finale, quella decisiva e spesso invisibile: la post-produzione. Color grading standardizzati, preset pensati per garantire coerenza, velocità ed esportabilità. È qui che le immagini perdono definitivamente le differenze, proprio perché l’obiettivo è quello di far funzionare tutto su qualsiasi dispositivo.
Ed è proprio lo schermo piccolo a dettare una parte della grammatica visiva contemporanea. Scene troppo scure diventano illeggibili e contrasti troppo forti diventano un rischio da evitare. Il compromesso è: si alza la luce, si sbiadisce la complessità.
Ma così il colore smette di essere un linguaggio emotivo e diventa un servizio. Le palette rendono tutto un eccesso di ordine e, non solo non si distinguono le scene dalle altre, ma neanche un film dall’altro.
Il film non è “brutto” visivamente, ma è una noia che tutto sia perfettamente funzionale. E quando tutto è funzionale allo stesso modo, tutto finisce per somigliarsi.
Anche il nuovo capitolo di Il Diavolo veste Prada entra in questa logica: un mondo visivo che privilegia accessibilità e scorrevolezza rispetto alla personalità. Un’estetica globale, pensata per attraversare piattaforme e dispositivi senza mai perdere leggibilità, ma inevitabilmente più piatta nel suo impatto. E se questo è il futuro, signori, forse preferiamo tornare indietro nel tempo.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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