Avete presente Nosedive (nella sua versione italiana Caduta libera), l’epico episodio di Black Mirror? Raccontava un mondo in cui ogni persona viene valutata con un punteggio sociale (da 1 a 5 stelle) tramite interazioni quotidiane, la protagonista, Lacie Pound, era ossessionata dall’aumentare il proprio rating per ottenere una vita migliore e accedere a un appartamento di lusso. Quando cerca di partecipare al matrimonio di un’amica molto “alta di punteggio”, una serie di imprevisti e fallimenti la fanno crollare socialmente. Il suo rating precipita rapidamente, escludendola progressivamente da servizi e opportunità. Alla fine, completamente “declassata”, Lacie si libera dall’ossessione del giudizio sociale e si sfoga in modo liberatorio durante un incontro con un altro detenuto, mostrando per la prima volta un’interazione autentica e senza filtri.
Vi chiederete: cosa c’entra questo con Il Diavolo veste Prada 2? Partendo dal presupposto che Black Mirror, nella contemporaneità strampalata che stiamo vivendo, c’entra sempre.
Nosedive è un episodio cult della serie e non solo per la sua trama, ma soprattutto per le immagini con le quali viene narrata. La cittadina in cui vive la protagonista è dipinta di colori pastello: tutto e tutti appaiono perfettamente in palette e la luminosità delle immagini vuole restituire un’idea di perfezione così costruita da risultare disturbante. La luce appiattisce ogni parvenza di umanità. E infatti i cittadini sono macchine che senza “punteggio” non funzionano. Di rado in Nosedive si possono cogliere ombre. E quando accade lo spettatore tira un sospiro di sollievo: perché in tutta quella perfezione luminosa, nessuno riesce a distinguersi.
Quello che i registi di Nosedive volevano narrare andava al di là della trama, già di per sé terrificante, ed è esattamente ciò che sta accadendo oggi al mondo del cinema. Qualche utente sui social lo ha denominato il fenomeno delle “Netflix light”. E Il Diavolo veste Prada 2 ne è la più recente e anche concreta dimostrazione. Perché guardando il film non si può non paragonarlo al primo. E la prima cosa che salta all’occhio sono proprio le luci.
Non è un dettaglio che nel nuovo Il diavolo veste Prada 2 la luce salti agli occhi prima ancora dei vestiti, delle battute e delle passerelle.
La luce non è più quella che illumina una scena, ma quella che la addomestica. Perfettamente uniforme, morbida e senza spigoli. Una specie di pelle neutra stesa su tutto il film. Niente ombre vere o contrasti che mordono. Tutto visibile, leggibile, perfettamente sotto controllo. Quasi maniacale. Ok, è un film, ma non il cinema non ci è mai sembrato più finto di così.
È qui che il film si inserisce dentro un’estetica ormai riconoscibile, quella che online viene già ribattezzata “Netflix light”: una fotografia che non sporca e non rischia mai. Funziona sempre proprio per questo e assomiglia sempre di più a tutto il resto. Vince facile dal punto di vista tecnico, è adattabile a qualsiasi formato: dal grande schermo al telefonino, ma a che prezzo? Al prezzo di perdere completamente ogni ombra e, dunque, ogni forma di personalità.
Rispetto al primo film, l’effetto è quasi chirurgico. Dove nel 2006 la luce poteva essere più calda e nervosa, magari anche discontinua, ma capace di dare carattere agli ambienti e alle facce, qui sembra tutto filtrato da un sistema che tende a eliminare qualsiasi attrito visivo. L'obiettivo è pulizia, ma il risultato è neutralizzazione.
Il paradosso è tecnico prima ancora che estetico. Perché non è un limite della camere digitali di oggi, che anzi potrebbero permettere un gioco molto più ampio tra chiaro e scuro. Eppure il cinema mainstream va nella direzione opposta: si illumina tutto.
A questo si aggiunge il ruolo dei LED sui set, che sono comodi da usare ma sacrificano la profondità (in senso tecnico e in senso astratto).
Poi c’è la fase finale, quella decisiva e spesso invisibile: la post-produzione. Color grading standardizzati, preset pensati per garantire coerenza, velocità ed esportabilità. È qui che le immagini perdono definitivamente le differenze, proprio perché l’obiettivo è quello di far funzionare tutto su qualsiasi dispositivo.
Ed è proprio lo schermo piccolo a dettare una parte della grammatica visiva contemporanea. Scene troppo scure diventano illeggibili e contrasti troppo forti diventano un rischio da evitare. Il compromesso è: si alza la luce, si sbiadisce la complessità.
Ma così il colore smette di essere un linguaggio emotivo e diventa un servizio. Le palette rendono tutto un eccesso di ordine e, non solo non si distinguono le scene dalle altre, ma neanche un film dall’altro.
Il film non è “brutto” visivamente, ma è una noia che tutto sia perfettamente funzionale. E quando tutto è funzionale allo stesso modo, tutto finisce per somigliarsi.
Anche il nuovo capitolo di Il Diavolo veste Prada entra in questa logica: un mondo visivo che privilegia accessibilità e scorrevolezza rispetto alla personalità. Un’estetica globale, pensata per attraversare piattaforme e dispositivi senza mai perdere leggibilità, ma inevitabilmente più piatta nel suo impatto. E se questo è il futuro, signori, forse preferiamo tornare indietro nel tempo.