Sono diventati una questione viva, gli insegnanti social. Questione viva, mica ClasseViva. Quella è tutta un’altra storia, che rimanda peraltro a un altro tema da prendere con le pinze: la delicatissima triangolazione studenti-docenti-famiglie. Ma torniamo al rapporto fra insegnanti e social media. La nostra Grazia Sambruna, aprendo il caso Vincenzo Schettini, ha anche evidenziato come gli insegnanti-celebrità amino divulgare, educare, talvolta concionare, ma incassino mal volentieri le critiche che i canali social ti sbattono in faccia senza troppi complimenti. Un atteggiamento che sembra attraversare buona parte dell’ecosistema in cui influencer di varia sorta sono ormai diventati “il verbo”, a giudicare dal modo drammatico con cui – come racconta Selvaggia Lucarelli su Substack – la psicoterapeuta Stefania Andreoli ha reagito ai messaggi ricevuti in risposta a un suo video in cui afferma che “ai figli ti amo non si dice” (punto sul quale, peraltro, per quanto possa contare, mi trovo pure d’accordo). Insomma, quando i divulgatori social vengono punti sul vivo si parla spesso di atto di lesa maestà. E allora noi abbiamo intervistato Nicola Donti, che per stile, contenuti e visione, pare provenire da un altro mondo rispetto a buona parte dei suoi colleghi. Tutt’altro che istrionico, molto asciutto e “di sostanza”, Donti insegna Filosofia delle scienze e del linguaggio alla facoltà di Medicina a Perugia. Viaggia leggero sulle ali della provocazione intellettuale. Stimola a pensare, a tenere in allenamento le meningi.
Ora, lui che ama definirsi “nomade, spesso in viaggio”, è anche in teatro. Il prof che porta la filosofia fuori dalle aule sarà infatti in scena giovedì 7 maggio al Teatro Delfino di Milano (già sold-out) con “L’ora di recupero (Per prenderla davvero con filosofia)”. Prodotto da Chimera Agency (To Be All Group) e Talia Media, lo spettacolo tornerà giovedì 21 maggio al Nuovo Teatro Orione di Roma.
Qual è il filo conduttore dello spettacolo?
Dobbiamo tornare bambini. Non infantili, bambini. La terza metamorfosi, in “Così parlò Zarathustra” di Friedrich Nietzsche, è quella del fanciullo cosmico. Dobbiamo tornare bambini. Non scimmiottare i bambini, sarebbe patetico. Dobbiamo riconquistare uno sguardo carico di stupore, lo sguardo con cui il bambino guarda il mondo. Quello stupore che noi colpevolmente smarriamo è anche l’innesco della filosofia, ciò che può permetterci di crescere nonostante il nostro sguardo saturo e disincantato.
Filosofia e realtà. Quale filosofia, oggi, è più distante dalla società odierna?
A malincuore dico quella greca antica, presocratica. E quella di Nietzsche, tante volte equivocato e incompreso. Fatichiamo ancora oggi a capirlo, a capire che non era lui il nichilista. Oggi Nietzsche direbbe, da sconfitto e non certo da trionfatore, che ha vinto il nichilismo. Il nichilista per lui è “l’ultimo uomo”, quello più meschino, sedotto dal nulla. Così Nietzsche, nella terza fase, parla del fanciullo cosmico dicendoci che bisogna gettare ponti oltre gli abissi.
Quella più vicina, invece, alla società odierna?
Probabilmente quella marxista, perché dentro di essa c’è una critica radicale al capitale. E quella di Heidegger, perché narra di una società che ha stretto un patto faustiano con la tecnica, che ora ha preso il sopravvento su tutto il resto (oggi diremmo la tecnologia).
Gli insegnanti social. L’obiettivo è rimpinguare stipendi quasi da fame o è una questione di protagonismo, di uscire dall’anonimato?
Sono in tanti, oggi, a rimbalzare sui social o comunque a pubblicare sé stessi mentre tengono lezioni o intervengono in convegni vari. Anche Umberto Galimberti, Massimo Recalcati o Alessandro Barbero, a loro modo, sono insegnanti social. Poi ci sono gli insegnanti come me che vanno sui social. Nel nostro tentativo, che può anche essere quello di uscire dall’anonimato, cerco comunque di vedere il positivo. Un insegnante social è colui che insegue gli studenti sul loro terreno, cerca di trovarsi nello stesso posto frequentato dagli studenti. Poi, è chiaro, c’è il narcisismo, che costituisce la “dark side of the moon” di questa dimensione. Ossia, l’insegnante da strumento diventa protagonista. L’insegnante è il messaggio, e così mette in ombra i contenuti.
A sentirla parlare così, verrebbe da pensare a Vincenzo Schettini. Che voto gli diamo come insegnante-influencer?
Basso, ahimé. Molto basso. Perché, al di là delle recenti polemiche, c’è un modo di raccontare/divulgare in cui il personaggio è molto più preponderante dell’argomento trattato.
E a Enrico Galiano?
Aspetta… Galiano… Non lo ricordo, al momento. Che materia insegna?
Si occupa di didattica, pedagogia, del mestiere di insegnare.
(Cerca il profilo di Galiano sullo smartphone ed esulta, ndr). Ah, bravissimo! Ho capito chi è! Ed è ottimo il fatto che non ricordi al volo il suo volto, ma ricordi bene i suoi contenuti.
Lei ha pubblicato dei contenuti forti sul concetto di potere, su come il potere esercitato come dominio sia solo una dimensione, quella peggiore, del potere in senso lato. Un maestro, invece, è colui che dà potere ai suoi allievi. Nel senso che da loro tira fuori il meglio. Ho capito male?
Il maestro deve essere un volano, deve togliere la zavorra e favorire il volo. Il tuo volo. Quindi prima di darti le ali, ti dà le radici. Ti fa sprofondare in te stesso per permetterti di conoscere te stesso. Aristotele parlava della felicità come di “eudaimonia”, ossia restare vicino al buon demone (eudaimonia come fioritura dell’anima). E sono d’accordo. Non amo quelli che hanno l’etichetta di vincenti appiccicata addosso. Amo chi ha conosciuto il proprio inferno, lo ha frequentato, ed è risorto con nuova consapevolezza e nuova visione. L’inferno terreno, in fondo, è vivere contro sé. Fabrizio De André in “Canzone per l’estate” dice: “Com’è che non riesci più a volare?”. Il vero potere del Sé non è il dominio, bensì la capacità di rinnovarsi. Si tratta di un concetto chiaro anche alla nostra Costituzione. Articolo 3, comma 2: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Non è più sano e conveniente avere dei cittadini, se non felici, almeno realizzati?
Quindi la sua ora di recupero sarà anche un’ora autobiografica in cui si narra di come si esce dall’inferno?
Sì, perché noi parliamo di noi stessi anche quando parliamo del tempo atmosferico. Cerco di rendere la mia storia universale, di comunicare qualcosa in cui tutti possono riconoscersi. Raccontando anche i miei inferni.
Ce ne dice uno, di questi inferni?
Quando, in stile Checco Zalone, ho conquistato il posto fisso e mi sono accorto che stavo diventando un “docente da PowerPoint”. Mi sono inabissato in un mondo di schede, di standard da osservare. Avevo barattato il mio talento, quello di raccontare la filosofia e il linguaggio con humour, con le procedure e le linee guida.