Ai Rolling Stones si perdona tutto. Anche il fatto che ogni volta sembrano sul punto di diventare una leggenda del passato e invece no, eccoli ancora lì a rilasciare dischi nuovi come se il tempo fosse un dettaglio burocratico. Solo marketing? Con altissime probabilità. Anche perché, diciamoci la verità, non è che i nuovi brani siano poi così incredibili. È che ai Rolling Stones non gli puoi chiedere più di così. Superare se stessi sarebbe impossibile. Quindi pure la tracklist sciapa ce la facciamo andare bene. Il loro ritorno non stanca mai, pure se sono la copia di se stessi. È comunque bellissimo che siano tornati. Perché loro sono un po’ i nostri Avengers, i supereroi che continuano a propinarci al cinema in tutte le salse, ma di cui non ne abbiamo mai abbastanza.
Quando annunciano Foreign Tongues, venticinquesimo album in studio, non è davvero una notizia musicale. È un aggiornamento di stato dell’umanità. Tipo: “Sì, esistono ancora. Sì, fanno ancora dischi. Sì, suonano meglio di metà gente che ha un terzo dei loro anni”. È un modo per comunicarci che le leggende viventi esistono ancora.
L’album conterrà in tutto 17 tracce e l’uscita è prevista per il 10 luglio. A ben tre anni da Hackney Diamonds.
A Brooklyn mettono in piedi una première più che una conferenza stampa. Sul Red carpet con le loro facce da Oscar. Ed è qui che scatta il primo perdono: chiunque altro verrebbe massacrato per questa autocelebrazione permanente. Loro no. Perché se non si autocelebrano i Rolling Stones, chi può farlo?
Mick Jagger parla della sua età come se arrivare così a quasi 83 anni fosse più semplice di accendersi una sigaretta. Sì, bisogna allenarsi, ma niente di che. Il messaggio è: per stare sul palco devi lavorare. Anche adesso, anche dopo aver fatto praticamente tutto: mai abbassare la guardia, mai farsi viziare dal successo. È questa la truffa più beffarda della loro carriera: vendono ancora fatica reale dentro un mito che dovrebbe vivere di rendita da decenni.
Keith Richards invece resta fedele al personaggio: microfono lontano e frasi a metà che spezzano una risata e l’altra. Non si capisce tutto, ma si capisce abbastanza. E anche qui: chiunque altro verrebbe liquidato come caricatura di se stesso, ma lui no. Perché è Keith Richards e il caos, nel suo caso, rappresenta la coerenza di un marchio di fabbrica.
Ma andiamo al disco. Nasce veloce, in quattro settimane, roba che oggi fanno anche i ragazzini in cameretta. Ma loro lo raccontano come una scelta di vibrazione. Nessuna dispersione in quel piccolo studio di Londra, in cui si sono stati tutti stretti, vicini vicini. Sembra quasi che più comprimono lo spazio, più riescono a tenere insieme il senso della band. Nessuna ombra di nostalgia, solo metodo.
Dentro Foreign Tongues c’è pure Charlie Watts, che continua a suonare anche dopo essere uscito di scena, quasi a voler dare continuità naturale. Il testimone passa a Steve Jordan e anche qui nessun dramma o qualsivoglia accenno di retorica.
Poi infilano ospiti come se fosse la cosa più casuale del mondo. Paul McCartney capita in studio e suona. Robert Smith passa di lì e finisce nei cori. Giusto un paio di amici, insomma. Non c’è strategia, sembra più una porta sempre aperta dove chi entra diventa automaticamente parte della storia. D’altronde, si sa, i miti attraggono altri miti. È la magia che lega le leggende: non c’è pianificazione, solo visioni artistiche che si incrociano naturalmente.
In the stars - il singolo di lancio del disco - secondo alcuni fan suona in stile Hackney Diamonds. Che potrebbe essere interpretata come un’emulazione di se stessi (e forse lo è), un’idea terribile per qualsiasi altra band. E invece funziona, non perché sia un brano originale, ma perché è perfettamente in linea con il loro gioco preferito: confondere passato e presente finché non ha più senso distinguerli. È forse un modo per dirci che i Rolling Stones prescindono dal trascorrere del tempo.
Ma la cosa più strana è che nessuno parla di tour. La più grande live band della storia che forse smette di suonare dal vivo senza annunciarlo davvero. Oggi perfino il trapperino di quartiere annuncia pause o stop definitivi con la prosopopea da post sui social. Loro, invece, spariscono lentamente dal palco, senza dichiarazioni epiche. Forse perché dal palco non sono mai scesi, né mai scenderanno. Anche questo, in un mondo ossessionato dagli addii, è un lusso che si possono permettere solo loro.
E quindi sì, ai Rolling Stones si perdona tutto. Le autocelebrazioni, i revival e le stranezze durante le interviste, perfino le mezze non-risposte di cui non ci abbiamo capito un caz*o. Forse facciamo solo fatica a perdonargli di non aver previsto un tour. Perché ogni volta che sembrano essere fuori tempo, poi attaccano a suonare e il problema smette di esistere.