Pietrangelo Buttafuoco è il trionfo definitivo della cultura italiana trasformata in soprammobile. Non più l’intellettuale tragico, non più il corsaro ideologico, non più il monaco guerriero della destra esoterica: ma il suo derivato televisivo, commestibile, nazionalpopolare. Una specie di cardinale barocco progettato da Mediaset dopo una full immersion di Franco Battiato, Julius Evola e “Linea Verde”.
Per anni ci hanno venduto Buttafuoco come figura irregolare, scandalosa, quasi indecifrabile. In realtà è perfettamente leggibile. Anzi: perfettamente italiano. Dietro le citazioni arabe, i turbamenti mediterranei, le pose levantine e la dizione da ierofante etneo, c’è il più classico prodotto culturale italiano: il democristiano estetico. Non la Democrazia Cristiana dei congressi e delle correnti — troppo faticosa — ma quella atmosferica, antropologica. Quella delle casalinghe che vogliono sentirsi colte senza correre il rischio di capire davvero qualcosa.
Buttafuoco infatti non è realmente radicale. È ornamentale. È il radicalismo trasformato in tappezzeria culturale. Lo ascolti parlare e sembra sempre che stia per rivelarti un segreto custodito dai sufi nel deserto siriano. Poi, dopo venti minuti di Bisanzio, Ibn Khaldun e l’Etna metafisico scopri che il concetto finale era: “la Sicilia è complessa”.
Ed è qui che emerge il suo vero talento: la trasformazione della profondità in atmosfera. Buttafuoco non argomenta, aromatizza. È il diffusore per ambienti della cultura italiana.
Persino la sua conversione all’Islam, che poteva essere un gesto destabilizzante, in lui diventa immediatamente salottiera. Non spaventa nessuno. È un Islam da terrazza di Taormina, da aperitivo con intellettuali Rai, da spezia culturale da spolverare sopra la solita malinconia italiana. Non c’è mai davvero il rischio del conflitto. Buttafuoco rende innocuo tutto ciò che tocca perché lo trasforma in scenografia.
Ed è precisamente questo che il sistema culturale italiano ama. Perché l’Italia non premia quasi mai gli intellettuali veramente pericolosi. Premia quelli che simulano il pericolo restando perfettamente integrabili. Buttafuoco è ideale in questo senso: sembra estremo ma è rassicurante. Sembra eretico ma è compatibilissimo col buffet inaugurale della Biennale. Sembra un derviscio antioccidentale ma parla come uno che non farebbe mai saltare un invito a “Che tempo che fa”.
La sua intera parabola racconta la trasformazione della destra italiana da tragedia ideologica a lifestyle culturale. Negli anni Ottanta il militante missino aveva il senso della sconfitta storica, della marginalità, perfino della violenza autolesionista. Buttafuoco prende quel mondo e lo converte in prodotto da libreria d’aeroporto elegante. È la museificazione della retorica dello sconfitto attraverso la retorica siciliana.
Anche il suo linguaggio, apparentemente ricchissimo, spesso funziona come una macchina del fumo. Un lessico sontuoso che crea l’illusione della profondità. In Italia basta pronunciare “Mediterraneo”, “Oriente”, “Bisanzio”, “zolfo”, “misticismo”, “saraceni” con sufficiente gravità e metà del pubblico va in trance. Buttafuoco lo sa benissimo. È un professionista dell’incantamento semantico.
E infatti il suo pubblico ideale non è il lettore feroce, né il vero reazionario, né il rivoluzionario. È il pubblico che vuole sentirsi intelligente senza essere disturbato. La borghesia italiana che desidera il brivido dell’eresia in confezione regalo. Le famose “casalinghe di destra colte” che vogliono poter dire durante una cena: “Sai, Buttafuoco ha una visione mediterranea molto interessante”.
In questo senso è profondamente nazionalpopolare. Nonostante le pose aristocratiche, Buttafuoco appartiene totalmente alla televisione italiana. Ne ha il ritmo, il compiacimento, la battuta preparata, la teatralità controllata. Anche quando cita René Guénon sembra stia facendo un provino permanente per un talk show del sabato sera.
Eppure — ed è questo il paradosso più irritante — rimane bravo. Perché possiede davvero cultura, memoria, stile. Non è un bluff totale. Sarebbe quasi più facile se lo fosse. Il problema è che usa quel talento soprattutto per costruire il personaggio Buttafuoco. Un personaggio perfetto per un Paese che ama gli intellettuali purché non diventino troppo intelligenti, i reazionari purché siano eleganti, i mistici purché facciano audience.
Così oggi Buttafuoco finisce naturalmente alla Biennale di Venezia, cioè nel luogo dove il sistema italiano consacra definitivamente i propri simulacri culturali. Ed è una nomina perfetta. Perché Buttafuoco è ormai questo: un simulacro riuscitissimo dell’intellettuale italiano. Una figura che dà continuamente l’impressione di custodire un segreto enorme mentre in realtà custodisce soprattutto il proprio personaggio.
È il Pasolini compatibile con gli sponsor. Il dandy antimoderno per rotocalchi evoluti. Il sufi da salotto Rai. Il democristiano esoterico. Il mistico televisivo. Il barocco prêt-à-porter.
E forse il suo vero genio consiste proprio qui: nell’aver capito prima di tutti che in Italia la cultura non deve più produrre idee. Deve produrre atmosfera.