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“Brunello, il visionario garbato” è il capolavoro dell’ideologia padronale. Fusaro distrugge il documentario di Tornatore: stucchevole e goffo, capitalismo travestito da sinistra trash

  • di Diego Fusaro Diego Fusaro

9 dicembre 2025

“Brunello, il visionario garbato” è il capolavoro dell’ideologia padronale. Fusaro distrugge il documentario di Tornatore: stucchevole e goffo, capitalismo travestito da sinistra trash
Ma davvero Brunello Cucinelli, “il visionario garbato”, è l’eroe che la sinistra idolatra? Diego Fusaro, un dei filosofi “più marxisti” d’Italia, distrugge il documentario di Torantore: è ideologia padronale mascherata con la morale radical chic, “sinistrash”, in cui l’ideale dell’utile contadino che si fa da sé è la maschera del capitalismo. Meglio Marx, Gramsci e quando il Pc era il Partito Comunista, non il Politicamente Corretto…

di Diego Fusaro Diego Fusaro

E adesso è arrivato Brunello, il visionario garbato, il documentario con cui Giuseppe Tornatore ripercorre a grandi pennellate la biografia di Brunello Cucinelli. La pellicola alterna variamente fiction, repertorio e voci di amici e collaboratori. Ne affiora un ritratto chiaramente agiografico e decisamente stucchevole, con un intento celebrativo che – con punte di lirica goffaggine - rasenta la beatificazione in vita. Insomma, il capolavoro dell’ideologia padronale e della sua velleità di fare sì che le masse diseredate dei descamisados della globalizzazione infelice – rectius, della “glebalizzazione” –, anziché insorgere nel nome di desideri di migliori libertà, amino con gratitudine le catene del sistema che quotidianamente le opprime e le mortifica. Che il modello Cucinelli, a tinte etiche e radicato nel territorio, sia preferibile a quello degli squali apolidi della finanza o dei capitalisti spietati descritti nei romanzi di Dickens, nulla quaestio: ma che detto modello sia l’ideale da beatificare e da celebrare con docile gratitudine pare massimamente questionabile. L’ideale dell’umile contadino che, tirandosi su le maniche, realizza l’american dream di farsi da sé e di ergersi a modello universale è qualcosa di già visto e che, francamente, auspicavamo appartenesse a un regime discorsivo, se non propagandistico, consegnato al museo delle anticaglie. E invece ecco che tornano a proporcelo con zelante insistenza. È, insomma, l’autogratificante narrazione padronale di un sistema che, pur fondando – oggi più di ieri – il paradiso dei pochi sull’inferno dei più, seguita a riprodursi indisturbato e magari anche a fare proseliti tra coloro i quali tutte le ragioni avrebbero a opporsi al capitalismo e, invece, con ebete euforia, sognano di essere inclusi nel suo regime di apartheid globale e di diventare, appunto, i nuovi Cucinelli 2.0. 

Brunello Cucinelli in "Brunello, il visionario garbato"
Brunello Cucinelli in "Brunello, il visionario garbato"

Lo asseriamo senza ambagi e senza perifrasi edulcoranti: se non altro, il vecchio capitalismo “grigio” della Coketown del romanzo Hard Times di Charles Dickens non ambiva a presentarsi come etico e istruttivo. Lo sfruttamento era lampante e ovunque presente: non andava in giro imbellettato e a glorificarsi come modello etico universalmente valido anche per i misérables che lo subivano. Il nuovo capitalismo arcobaleno dei nostri tempi si fa, per certi versi, ancora più paternalistico: pretende di farsi modello da ringraziare ossequiosamente, trasformando i suoi protagonisti – è accaduto con Marchionne, pace all’anima sua, e accade ora con Cucinelli – in altrettanti eroi a cui ispirarsi. La lotta di classe cede il passo alla competizione tra servi che aspirano a diventare ricchi, felici e – oltretutto – buoni come i loro padroni. Il modello Cucinelli piace a tutti, dall’estrema sinistra neoliberale all’estrema destra neoliberale (per inciso, Giorgia Meloni era presente all’anteprima della pellicola): e ciò che piace a tutti, senza spirito critico e per spirito di gregge, deve sempre essere sospetto e indurre al pluslavoro della critica. Il modello del top manager sorridente che, calzando il suo elegante cashmere, si innalza a paradigma etico è quanto di più surreale possa esservi, peraltro in coerenza con un’epoca in cui – potenza del pensiero unico liberal-capitalistico! – turbocapitalisti fashion-addicted e ammiragli senza frontiere del big business planetario cessano di essere connotati come nemici di classe e prendono a essere encomiati come filantropi o, con una categoria di nuovo conio della neolingua padronale, come filantrocapitalisti. 

Brunello Cucinelli in "Brunello, il visionario garbato"
Brunello Cucinelli in "Brunello, il visionario garbato"

In ciò si esprime perfettamente lo spirito del nostro tempo senza spirito, in cui – Pasolini docet – il capitalismo stesso pare funzionare meglio con un software di sinistra, liberal e progressista, edonista e permissivo: il modello, per intenderci, del radical chic, dell’abitatore della ZTL e del viaggiatore della executive class: liberale politicamente, liberista economicamente e libertario eticamente, egli è glorificato come modello e magari anche, come ora accade con la pellicola di Cucinelli, magnificato come modello a cui tutti dovremmo ispirarci. Ringraziamo per l’offerta ma a Cucinelli – ci perdonerete – continuiamo a preferire Marx, Gramsci e, au fond, il tempo in cui PC era la sigla di Partito Comunista e non di Politicamente Corretto, come invece è oggi con la sinistrash padronale, guardia fucsia della globalizzazione liberal-progressista.

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