I palazzinari fanno schifo in Italia come in Romania. Cambiano le bandiere, le lingue, i governi ma il cemento parla sempre la stessa lingua, quella dei soldi, degli interessi e del potere. Quella insomma dei fondi immobiliari, degli hotel di lusso, degli appartamenti trasformati in investimenti e delle città che smettono di essere città per diventare prodotti. Radu Jude ambienta Kontinental '25 a Cluj, ma potrebbe averlo girato a Milano, a Barcellona, a Parigi. Ormai l'Europa, e forse buona parte del mondo intero, assomiglia sempre di più a un immenso mercato immobiliare. Tutto comincia con uno sfratto: Orsolya, un'ufficiale giudiziaria, esegue un provvedimento come ne avrà eseguiti decine, ma questa volta l'uomo costretto a lasciare il garage in cui vive decide di suicidarsi. È da quel momento che Radu Jude sposta il film altrove: non gli interessa tanto raccontare la tragedia quanto interrogarsi su cosa significhi sentirsi colpevoli in un mondo in cui tutti si limitano a fare il proprio lavoro e nessuno sembra più davvero responsabile delle conseguenze. Jude non cerca il colpevole e non assolve o condanna nessuno. Preferisce mostrare un mondo dove tutti fanno semplicemente la loro parte: il giudice, il prete, il rider, il piccolo imprenditore, il professionista. Tutti ingranaggi di una macchina che produce crescita economica e, insieme, esseri umani lasciati indietro. La Romania che racconta è quella del piccolo miracolo economico degli ultimi anni. Cluj cresce, costruisce, attira investimenti ma mentre sorgono nuovi alberghi e nuovi quartieri, aumentano anche quelli che non riescono più ad abitare la città. C'è un rider che studia diritto e continua a consegnare cibo perché una laurea non basta più. È una figura che potrebbe uscire da qualsiasi città europea, magari siete voi stessi o un vostro amica, oppure vostra cugina. Siamo a Cluj, insomma, ma potremmo essere ovunque. I centri storici diventano parchi tematici per turisti con il trolley e le periferie enormi dormitori dove si torna soltanto per dormire. E qualcuno continua a vivere in un garage mentre fuori ci sono venti gradi sotto zero e la città, semplicemente, tira dritto.
La Storia, però, non sparisce mai. Cluj è Transilvania, è ex Impero austro ungarico, è Trianon, è una frontiera che continua a esistere nella testa delle persone. E allora il razzismo assume mille forme diverse. Da quello contro gli immigrati a quello contro i rom. Arrivando a quello tra ungheresi e romeni, tra romeni e ungheresi, in un continuo rimpallo di diffidenze e rivendicazioni. C'è una scena bellissima in cui il giovane rider, romeno, gira con il tricolore nazionale e con una scritta sullo zaino, “Sono romeno”, quasi dovesse giustificare la propria presenza sulle strade della sua stessa città per evitare di essere preso di mira dagli automobilisti. È assurda. E proprio per questo è vera. Dentro tutto questo c'è anche il desiderio. Il sesso arriva senza annunciarsi, quasi con naturalezza. La notte tra la professoressa e il suo ex studente, oggi rider, non è una provocazione né una parentesi erotica. È il punto di arrivo di una serata passata a bere, discutere, parlare di filosofia, di lavoro, di vita. Ed è curioso come quella lunga conversazione trovi il suo riflesso quasi perfetto in un'altra, apparentemente lontanissima, quella tra la donna e il pope sul peccato e sul senso di colpa. Cambiano gli interlocutori, uno è un ragazzo precario, l'altro un sacerdote, ma la domanda è sempre la stessa. Quanto siamo responsabili del male che produciamo semplicemente facendo il nostro mestiere?
La sceneggiatura è favolosa. I dialoghi sono scritti benissimo, fanno ridere, pensare, discutere. A volte perfino troppo. Jude si innamora della propria intelligenza e alcune conversazioni sembrano non voler finire mai. È un difetto reale, perché il film perde ritmo proprio quando dovrebbe colpire di più. Ma è anche il prezzo di un cinema che non ha paura delle parole in un'epoca in cui tutti sembrano aver paura perfino delle idee. L'incipit però è da applausi. Un clochard che attraversa un parco preistorico popolato da dinosauri animatronici. È un'immagine ridicola, malinconica, quasi kafkiana. Fa ridere e mette a disagio nello stesso momento. Dentro quella scena c'è già tutto il film. L'umorismo funziona sempre, anche se non raggiunge quella leggerezza quasi miracolosa di Aki Kaurismäki. Jude è più feroce, più verboso, più intellettuale. Ti strappa una risata e subito dopo ti costringe a chiederti da cosa stessi ridendo. Kontinental '25 non è un film perfetto. È un po’ troppo lungo, a tratti si compiace della propria brillantezza, rischia perfino di soffocare sotto il peso delle idee. Ma sono difetti che appartengono ai film vivi, non a quelli costruiti con il pilota automatico. E soprattutto è uno di quei rari film che uscendo dalla sala continuano a inseguirti. Perché alla fine capisci che non parlava della Romania. Parlava dell'Europa, di un continente che costruisce alberghi, vende appartamenti, inaugura grattacieli e intanto lascia qualcuno a morire in un garage. E la cosa più inquietante è che quasi nessuno se ne sente davvero responsabile.