Roberto Vannacci ci è riuscito di nuovo. Negli ultimi giorni sono circolati sui social alcuni deepfake realizzati con l'intelligenza artificiale che lo mostrano truccato da donna, con atteggiamenti caricaturalmente effeminati, mentre dichiara il proprio amore per il mondo LGBTQ+ e immagina un governo composto da persone della comunità. Il generale ha reagito parlando di “satira squallida e volgare” e denunciando il doppio standard: quando lui aveva condiviso un video in cui lui stesso appariva come un condottiero romano che assisteva all'eliminazione simbolica di Elly Schlein e Giuseppe Conte nell'arena del Colosseo, era scoppiato uno scandalo nazionale. Adesso che il bersaglio è lui, sostiene, tutto tace e al massimo ci si fa una risata.
La tentazione è liquidare la questione con un “ha ragione” oppure con un “non è la stessa cosa”. In realtà il punto da focalizzare è un altro: chi ha realizzato quei video probabilmente pensava di metterlo in difficoltà, invece gli ha regalato un assist politico enorme. E il motivo è molto semplice: in politica la vittimizzazione funziona sempre. Se costruisci la tua immagine come quella di un uomo perseguitato dal sistema, censurato, ogni attacco personale rafforza la tua narrazione. Vannacci vive politicamente anche di questo. E qui ci sarebbero da osservare delle contraddizioni nella sua narrazione: lui si erge a uomo alpha, ma poi piagnucola per un video di stampo satirico sul suo conto. Ma a Vannacci non interessa la coerenza, né tantomeno la credibilità, gli interessano i consensi che poi potrebbero diventare voti. E in Italia, più che in ogni altro Paese al mondo, più sei vittima più piaci. Cosa fanno allora quei video? Gli consentono di riproporre esattamente il copione che preferisce: “quando colpisco io è scandalo, quando colpiscono me va tutto bene”. È un frame che mobilita i suoi sostenitori e rende più difficile discutere davvero delle sue idee.
Ma c'è un secondo motivo, ancora più interessante e decisamente più grave. Per prendere in giro un politico accusato da anni di avere posizioni ostili nei confronti degli omosessuali, la scelta è stata trasformarlo in una macchietta gay. Il trucco marcato, la voce artefatta, una gestualità stereotipata e atteggiamenti caricaturali. Il sottotesto è evidente: “guarda che ridicolo se fosse gay”. Solo che, così facendo, il bersaglio smette di essere Vannacci e diventa l'omosessualità stessa. Il punto è che questa non è semplicemente una mossa sbagliata o poco intelligente, è una mossa che svela ancora una volta che in Italia è omofobo anche chi non lo è. O chi dice di non esserlo. Se riteniamo che qualcuno possa essere un omosessuale represso perché "attacca" i gay, noi potremmo essere omofobi repressi perché attacchiamo un omofobo servendoci della ridicolizzazione dell'omosessualità: ci avete pensato? Davvero per fare un dispetto a Vannacci ci serve travestirlo da macchietta? Come se fosse necessario, poi. Come se la sua personale narrazione non fosse già abbastanza teatrale e contestabile. E lui questo vuole: vuole essere contestabile. E noi cosa facciamo? Ci caschiamo e lo contestiamo. Riproponendo il suo modello comunicativo di basso livello e incentrandolo su un’associazione elementare: Vannacci uguale gay. È un paradosso enorme. Si pretende di difendere la comunità LGBTQ+ utilizzando proprio gli stereotipi che per anni hanno alimentato discriminazioni e bullismo. Si combatte un pregiudizio riproducendolo. È la vecchia idea, mai davvero scomparsa, secondo cui l'insulto peggiore per un uomo sarebbe insinuare che sia omosessuale. Cambia il colore politico di chi lo fa, ma il meccanismo è identico. Se essere associati all'omosessualità continua a essere usato come arma per ridicolizzare qualcuno, significa che quell'associazione viene ancora considerata degradante o ridicola, allora non stai combattendo il pregiudizio: lo stai confermando.
Lo stesso vale per la teoria del “gay represso”. È una scorciatoia narrativa che piace molto ai social: chi esprime posizioni omofobe, in fondo, sarebbe un omosessuale che non accetta sé stesso. Può anche accadere, certo. Ma trasformarla in una spiegazione universale è un errore. In primis perché non ci sono elementi per sostenerlo. La satira deve far sorridere e deve avere in sé una riflessione. Se Vannacci truccato vi fa sorridere, c’è un problema strutturale. Se si ritiene che Vannacci abbia una visione sbagliata delle persone LGBT, e le sue dichiarazioni pubbliche degli ultimi anni offrono parecchi motivi per contestarla, allora bisognerebbe attaccare quella visione. Smontarne gli argomenti. Evidenziarne le contraddizioni. Mostrare gli effetti concreti di un certo modo di raccontare la diversità. Ma soprattutto: lasciar cadere le sue provocazioni (come per il caso del video fatto con IA riproposto da lui). Non serve vestirlo da donna con l'intelligenza artificiale. Perché, alla fine, succede esattamente il contrario di quello che si voleva ottenere. Da una parte gli si offre l'occasione perfetta per presentarsi come vittima della doppia morale. Dall'altra si trasmette un messaggio implicito secondo cui essere gay, o apparire gay, sarebbe di per sé qualcosa di comico. Ed è qui che la satira sbaglia bersaglio e a dire il vero non è neanche più satira.
L'omosessualità non dovrebbe aver bisogno di essere “marcata” come se fosse una condizione speciale. Dovrebbe semplicemente essere considerata normale. E proprio per questo non dovrebbe diventare né il bersaglio di chi la disprezza né l'arma di chi pensa di combattere chi la disprezza. Se per criticare Vannacci bisogna ricorrere agli stessi stereotipi che lui, secondo molti, contribuisce ad alimentare, allora non è lui ad aver perso, sono quelli che volevano colpirlo ad avergli fatto un favore. Vannacci “vuo fà l’americano” come Trump, ma non ha il suo potere, vogliamo essere noi a consegnarglielo?