Abderrahim Fakir non è solo il nome di una vittima, ma anche il centro di un dibattito sociale e politico su cui molti si schierano con facilità. E i rapper? Tra le poche voci che si sono esposte c'è quella di Inoki Ness, che in un reel pubblicato su Instagram ha invitato la politica a smettere di alimentare l'odio. In questa intervista racconta il suo legame con la periferia bolognese, il ricordo di Fakir, cresciuto nella sua stessa compagnia, e spiega perché, secondo lui, il rap abbia perso la sua funzione politica mentre la politica continua a strumentalizzare qualsiasi vicenda.
Nel reel che hai pubblicato su Instagram hai detto che conoscevi la vittima, Abderrahim Fakir. Ti va di raccontarci chi era fuori dai racconti che stanno circolando negli ultimi giorni?
Io non lo conoscevo così bene. Facevamo parte della stessa compagnia da piccoli. Ho scoperto che ci conoscevamo tramite un carissimo amico in comune, che invece lo frequentava sempre. Da premettere che a Bologna, per quanto sia una città piuttosto grande, ci si conosce tutti. Io non vivo più lì da tanti anni, ma ho sempre contatti molto stretti. Appena è successo il fatto, questo mio caro amico in comune mi ha raccontato quello che faceva Fakir negli ultimi anni. Sottolineo che la mia, quindi, è una voce “di seconda mano”. Lui era un ragazzo che lavorava, anche se aveva avuto dei problemi con la legge da giovane, era tutta roba che aveva già scontato. Da tanto tempo era un lavoratore regolare, a Bologna lo sanno tutti, aveva anche la partita Iva e dei dipendenti italiani, da quello che so. Da voci che mi sono arrivate ho saputo che lui non stava molto bene, da più o meno un anno aveva perso la madre e gli avevano scoperto una brutta malattia. Era sicuramente una persona in crisi. Le voci che circolano a Bologna sono queste. Nei video si vede una persona in evidente stato di alterazione e di sofferenza. Da quello che appare non stava aggredendo nessuno, ma era in forte difficoltà.
Nel reel inviti a fermare odio e razzismo nei commenti. Sui social sta prevalendo davvero il razzismo o sono i social che danno più visibilità a determinati contenuti?
Io credo che le persone buone e intelligenti non perdano troppo tempo a commentare. A volte ci casco anche io e poi mi rendo conto che effettivamente è una grandissima perdita di tempo. Mi sembra che sia più gente che non ha niente da fare, o che è talmente repressa e bisognosa d’attenzione che deve per forza insultare qualcuno sui social. Credo che sia un problema psicologico nel rapporto che hanno le persone con i social.
Perché si sente questo bisogno di schierarsi nettamente e in modo frettoloso sulle vicende di cronaca?
Credo che sia dovuto proprio a quello che ho detto. Sembra che non si riesca a ragionare con la propria testa. Sembra che tutti facciano copia e incolla di ciò che dicono altri, non mi sembra reale. Parliamo di egocentrici, megalomani che usano queste tecniche per essere notati. E poi c’è un razzismo importante in Italia, va detto. Il Paese è razzista per colpa di politiche come quelle della Sardone, di Salvini, di Vannacci ecc. Gli stranieri, come gli italiani, possono commettere reati. Ma trasformare ogni episodio in una condanna collettiva verso un'intera comunità è profondamente sbagliato.
In “La verità” parlavi proprio di razzismo. Alla luce di quest’ultima vicenda, secondo te quindi il linguaggio di certi politici sta contribuendo ad aumentare l’odio razziale?
Ho la sensazione che certi messaggi vengano amplificati da un clima politico e mediatico che alimenta continuamente la contrapposizione. Le persone deboli e ignoranti sono molto facilmente manipolabili. Attraverso la rabbia i politici riescono a manipolare questa gente, sono pensieri che gli vengono imposti dall’alto. Sinceramente ho anche paura che dietro a Vannacci ci sia altro. Non credo che Vannacci sia capace di generare tanto odio da solo.
Cosa intendi?
Penso che ci siano dei poteri più forti dietro che cercano di spingere in questa direzione. Però siamo all’esasperazione. Bisognerebbe che si calmassero tutti un attimo e andassero a vedere caso per caso, andando oltre alle definizioni di marocchino, italiano, senegalese o altro.
Vannacci ha usato gli scontri di Bologna per affermare che “la violenza è a sinistra”. Pensi che sia effettivamente una strumentalizzazione?
Tutti stanno strumentalizzando tutto. Non se ne può più. Io, come tutti, sono stanco della destra e della sinistra. Ho l'impressione che oggi la politica sia diventata soprattutto comunicazione e spettacolo. Si pensa più a creare scontro che a risolvere i problemi. C’è rabbia. Per quanto riguarda Bologna, è successa una cosa brutta, è normale che la piazza si ribelli. Credo che serva andare oltre a destra e sinistra, dovremmo cercare di risolvere i problemi tutti insieme. Questa dinamica divisiva ci sta veramente logorando.
Nelle periferie che racconti spesso nelle tue canzoni ci sono diversi disagi dati anche dal rapporto complicato con le forze dell’ordine. Credi che il rapporto tra ragazzi di periferia e forze dell’ordine sia effettivamente peggiorato o ora è solo più esasperato dai social?
Secondo me i social esasperano qualsiasi cosa. La comunicazione del 2026 lo fa. Sono problemi che ci sono sempre stati. Io negli anni non ho mai avuto belle esperienze con le forze dell’ordine, però non me la sento neanche di prendermela con loro.
E il rap? Sei stato uno dei pochi a schierarsi sulla vicenda Fakir. Perché gli altri rapper non lo fanno?
Io non sono nel cervello degli altri rapper. A me questa cosa ha toccato perché è successa in un quartiere in cui ho vissuto, a una persona che faceva parte della mia compagnia. Mi ha toccato particolarmente e mi sono sentito di espormi. Ma a parte questo fatto, io penso che i rapper non si espongono perché ormai sono tutti schiavi del sistema e del denaro. Li conti sulla punta delle dita quelli che non lo sono. Anche i rapper sono manipolati dal sistema dell’industria discografica e pur di non perdere consensi, soldi e follower non hanno il coraggio di esporsi. O forse semplicemente nella loro coscienza non c’è niente che si muove. Io credo che sia un insieme delle due cose. Oggi purtroppo il rap non ha più un peso politico e non fa più paura a nessuno. Molti hanno scelto di non mettere più a rischio la propria posizione. Il rap una volta dava fastidio al potere; oggi, nella maggior parte dei casi, convive con il potere. Io ho sempre preferito perdere qualche opportunità piuttosto che rinunciare a dire quello che penso.
Pensi che questo riguardi anche la vicenda di Mario Roggero? Alcuni rapper si sono schierati in suo favore. Credi che questo sia contrario ai principi del rap?
Ognuno risponde alla propria coscienza. Io non giudico chi ha preso una posizione diversa dalla mia. Personalmente penso che la legge debba valere per tutti e non mi sono mai sentito di schierarmi a favore di Roggero.
Cosa potrebbe cambiare affinché si crei una fiducia reciproca tra cittadini e forze dell’ordine?
Ci vogliono rispetto, empatia, lucidità, coscienza, da entrambe le parti. E poi i politici la devono smettere di fomentare odio e devono smettere ora. Perché loro, più dei rapper e dei poliziotti, hanno una grande responsabilità.
Cosa diresti ai ragazzi che si riconoscono nelle tue parole?
Direi ai ragazzi di usare sempre la propria testa. Di dubitare degli slogan, delle tifoserie politiche e delle verità preconfezionate. Informatevi, ascoltate punti di vista diversi e costruitevi una coscienza vostra. È molto più difficile che fare il tifo, ma è anche l'unico modo per essere davvero liberi.