In 1984, George Orwell descriveva i "Due Minuti d'Odio": un appuntamento quotidiano in cui il Partito riuniva i cittadini davanti a uno schermo per convogliare tutta la loro frustrazione, paura e rabbia repressa contro un nemico comune. L'obiettivo non era risolvere i problemi della società, ma offrire alle persone una valvola di sfogo violenta che le facesse sentire, per un attimo, meno impotenti.
Oggi, la nostra piazza virtuale funziona esattamente allo stesso modo. Lo dimostra l'ondata di indignazione collettiva che ha travolto l'opinione pubblica dopo la sentenza sul caso del gioielliere della provincia di Cuneo. Un riflesso incondizionato che non cerca la giustizia, ma il sollievo immediato della vendetta.
Quattordici anni e nove mesi per un uomo di 72 anni. Questa la condanna che Mario Roggero dovrà scontare. Il gioielliere aveva rincorso e sparato a due dei ladri che avevano fatto irruzione nella sua gioielleria, puntato la pistola in faccia ai suoi familiari e compiuto un reato. Questo è il fatto. E il fatto non lascia spazio alle legittime emozioni che il signor Roggero deve aver provato: rabbia, paura, adrenalina. Quelle sì che sono legittime, ma legittima la difesa non lo è, non è neanche una difesa. O almeno non in questa circostanza. Perchè la legittima difesa si compie nel momento attuale, non dopo aver attuato un inseguimento, come nel caso specifico. Quella di Mario Roggero risulta a tutti gli effetti un’esecuzione, un atto di vendetta e questa non è un’opinione così come non è un giudizio alla persona. Qualunque giurista lo confermerebbe.
Se lo Stato avesse legittimato l’omicidio, avrebbe comunicato due messaggi di enorme gravità: che lo Stato stesso si arrende e si autocertifica non in grado di garantire sicurezza ai cittadini e che li lascia quindi liberi di farsi giustizia da soli. E questo delinea solo un possibile scenario: far west.
Centinaia i commenti sui social a sostegno di Roggero, politici e personaggi dello spettacolo che manifestano solidarietà. Certo che il signor Roggero non è un criminale, certo che nessuno può giudicarlo per ciò che ha fatto, ma la legge sì. E la legge lo ha fatto nel modo più coerente possibile. Incredibile che nessuno calcoli le conseguenze che avrebbe sortito una mancata condanna. Aver assolto Mario Roggero avrebbe significato creare un precedente.
Immaginate un mondo in cui al primo torto subito fossimo legittimati a compiere un’esecuzione. Immaginate se fossimo noi, comuni cittadini, a decidere chi merita di vivere e chi di morire.
La nostra legge non contempla la vendetta, neanche nei casi più estremi di questo, per esempio quando qualcuno uccide un nostro caro. E menomale. Non siamo governati dalla legge del taglione. E menomale.
Perchè se la legge fosse governata dall’emotività vivremmo in uno stato animale, non di certo in uno Stato di diritto quale, fino a prova contraria, è ancora l’Italia.
E allora sapete perché questa storia attira a sè tanta indignazione? Perchè l’umanità è arrabbiata, non si sente più sicura, è spaventata. Esattamente come lo era Mario Roggero. E pertanto empatizza, si identifica in lui.
Il problema però non è provare emozioni negative, il problema è far sì che queste emozioni legittimino un omicidio. Il problema è, come al solito, la polarizzazione: schierarsi pro o contro il signor Roggero, illudendosi che si tratti di un caso giuridico con un nome e un cognome. Quando invece quello di Mario Roggero è un caso sociale e per garantire l’ordine sociale lo Stato non avrebbe potuto fare altrimenti.
Chi commette un omicidio riceve una condanna, punto. Il contesto può influire sugli anni della condanna, che infatti in questo caso sono notevolmente ridotti rispetto agli standard giuridici, ma non può sollevare chi lo compie dalla responsabilità.
Uno Stato che non riesce a tutelare degli onesti cittadini ha fallito, ma cittadini che gridano alla vendetta hanno fallito umanamente, perché si sono lasciati abbrutire dalle ingiustizie e si sono dimenticati che per essere umani bisogna dimostrarlo mettendo in atto i valori umanistici, non quelli che vengono applicati nella legge della giungla.
Ma la mente umana è programmata per scegliere la soluzione più facile: se tu mi fai del male devi soffrire/morire. Un’equazione matematica. Peccato che farsi governare dalle emozioni non è un tratto caratteristico delle persone “di cuore”, è una resa, una dichiarazione di impotenza di fronte alle circostanze esterne. E soprattutto la causa di un’epoca di disagio sociale evidente agli occhi di tutti.
Difendiamo chi spara, difendiamo chi picchia per strada perché quelle azioni ci sollevano momentaneamente dalla nostra rabbia. Siamo una società legittimamente arrabbiata. E il confine tra l’essere arrabbiati ed essere assetati di sangue è ormai sottilissimo.
Lo vediamo nella politica che è lo specchio della società. Chi sono i politici che ricevono maggiori consensi? Quelli che trovano un nemico da combattere, fanno leva sulle emozioni degli elettori e ottengono così il potere. Se solletichi la mia paura, la mia rabbia, la mia frustrazione e mi fornisci una soluzione, io ti ascolto, ti seguo, ti voto. Non importa se sia una soluzione che rema contro le regole del buon senso o se contempli la violenza, ciò che è importante è che tu, politico, mi liberi da queste emozioni spiacevoli in cui io non so stare. È una soluzione a breve termine? È una promessa che non verrà mantenuta? Non è importante, perché nel frattempo mi dà sollievo. È la strategia di comunicazione più vecchia del mondo.
Il punto è che noi la soluzione a lungo termine non vogliamo vederla. Perché vedere nel ritorno ai valori umanistici la soluzione significherebbe mettersi in gioco singolarmente come esseri umani, conoscere e saper gestire le proprie emozioni senza farsene governare. Un’evoluzione risolutiva che richiede costanza e capacità di disciplinare la mente, difficile da attuare per noi occidentali.
È più facile fermarsi alla soluzione più semplice e stordire il sintomo anziché scavare per curarne la causa.
È questa la fotografia dell’Occidente contemporaneo: un mondo che guarda continuamente fuori, senza mai guardare dentro se stesso. Perciò ci va bene ciò che richiede meno sforzo. E allora Due Minuti d’Odio saranno sufficienti.