Dura lex, sed lex. Per Mario Roggero è finita anche in Cassazione: condanna a 14 anni e 9 mesi per aver sparato ai rapinatori della sua gioielleria, uccidendone due e ferendone un terzo. La legge è dura, ma per una volta la si applica fino in fondo, senza sconti e senza eccezioni per chi ha dalla sua l'opinione pubblica, mezza classe politica e cinque anni di solidarietà.
28 aprile 2021, tardo pomeriggio, gioielleria Roggero, frazione Gallo di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo — oggi cercandola su Google esce la scritta “chiusa definitivamente”, un'altra sentenza. Tre uomini col volto coperto entrano nel negozio armati di un coltello e di una pistola che si rivelerà giocattolo. Dentro ci sono il titolare, la moglie e la figlia. I banditi non vanno per il sottile: la moglie viene imbavagliata, la figlia bloccata con delle fascette da elettricista. Svuotano la cassaforte, escono dal retro, raggiungono l'auto parcheggiata a pochi metri. Roggero, già vittima di numerose rapine, questa volta sceglie di non stare a guardare — nel 2015 si era beccato anche un naso rotto — e invece di restare al sicuro nel negozio, li insegue. Impugna la pistola che teneva legalmente in cassa e spara, cinque colpi in rapida sequenza. Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli muoiono sul colpo, Alessandro Modica resta ferito a una gamba e viene arrestato poche ore dopo.
Il video e la tesi della legittima difesa
Agli atti dell'inchiesta finisce un video di sorveglianza che ricostruisce l'intera sequenza, dall'irruzione dei tre banditi fino alla sparatoria nel parcheggio. Sono le immagini di quel filmato a diventare decisive: Roggero da subito parla di legittima difesa, dice di aver temuto per la vita della moglie, di aver creduto che i rapinatori l'avessero portata via con loro. Ma le telecamere raccontano un'altra storia, ed è quella che finirà per prevalere in tutti e tre i gradi di giudizio: quando i colpi partono, la rapina è già chiusa, i banditi sono in fuga verso l'auto, nessuno sta più minacciando nessuno.
Le sentenze
La Corte d'Assise di Asti, in primo grado, non fa sconti: 17 anni, tre in più di quanto chiesto dalla stessa procura. Legittima difesa esclusa, eccesso colposo pure. Il pericolo, scrivono i giudici, non c'era più nel momento dello sparo.
In appello, a dicembre 2025, la Corte d'Assise d'Appello di Torino lima la pena a 14 anni e 9 mesi, ma non tocca la sostanza: “l'azione aggressiva da parte dei rapinatori era totalmente conclusa”, si legge nelle motivazioni, e l'imputato ne era consapevole. Confermato anche il risarcimento ai familiari delle vittime, fissato in via provvisoria a 780mila euro. Un'altra beffa.
Resta un'ultima carta, la Cassazione. Ma il 15 luglio 2026 la Suprema Corte chiude definitivamente la partita: ricorso respinto, tutto confermato e Roggero si costituisce già in giornata.
Nel mezzo, il solito contorno politico, con tempismo quasi comico: il 14 luglio, un giorno prima della sentenza, il governo approva un ddl sicurezza con una norma ribattezzata “Salva Roggero”, che esonera dal risarcimento chi si difende da un reato. Peccato che non sia ancora legge, e che comunque non potrebbe scalfire un giudicato. A sostenere il gioielliere gran parte della destra, partendo dal giornalista Giuseppe Cruciani, Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, che ha fatto del caso una vera e propria bandiera, parlando di un uomo finito davanti a un giudice solo perché qualcuno era entrato nel suo negozio. Matteo Salvini, che dopo la sentenza ha rincarato la dose parlando apertamente di sentenza ingiusta, rivendicando la battaglia per la legittima difesa e promettendo di allargarla ancora per legge. Anche Giorgia Meloni, fin dal 2021, si era schierata pubblicamente al fianco del gioielliere.
In mezzo a tutto un uomo di 72 anni, che probabilmente non rivedrà più la sua libertà personale, e il suo dramma morale e umano. L'aver agito di istinto, per rabbia, per paura. Ma se da un lato è comodo schierarsi dalla sua parte, dall'altra c'è un principio che nessuno Stato di diritto può permettersi di piegare, quello della sacralità e dell'inscalfibilità della legge. Oltre che l'esigenza di porre dei confini ben definiti ai casi in cui la difesa si trasforma in vendetta. Se ogni cittadino armato potesse decidere da sé quando la minaccia finisce davvero e quando invece è lecito farsi giustizia, ci ritroveremmo in un far west. E purtroppo, un giudice non decide sulle emozioni, ma sui gesti.