“È giunta l'ora di andare. Ciascuno di noi va per la propria strada: io a morire, voi a vivere. Che cosa sia meglio, Iddio solo lo sa”. Serve l’inizio di tutto, ossia le ultime parole di Socrate, per raccontare l’ultima notte di Mario Roggero. Quella che arriverà stasera. Adesso che l’ora è infine giunta. Domani, 15 luglio 2026, i magistrati della Suprema Corte di Cassazione scriveranno l'epilogo definitivo sul suo destino umano e processuale. E pure sulla civiltà che siamo. Quattordici anni e nove mesi di reclusione pendono sulla testa di questo imprenditore. Quattordici anni e nove mesi di reclusione pendono sulla testa di questo padre. Quattordici anni e nove mesi di reclusione pendono sulla testa di questo marito. Quattordici anni e nove mesi di reclusione pendono sulla testa di questo lavoratore. Quattordici anni e nove mesi di reclusione pendono sulla testa di questo uomo di settantadue anni. Un uomo comune che, in una frazione di secondo impastata di terrore primordiale, rabbia ancestrale e adrenalina, ha scelto di non essere ancora una volta la vittima del crimine metropolitano. Ma a quale prezzo, biologico ed esistenziale, si compie questa scelta?
In questa ultima, interminabile notte prima del verdetto, il silenzio di Grinzane Cavour deve essere un peso insostenibile. Roba da percepire i battiti del cuore man mano che si avvicina l’ora. L’immagine? Roggero nell'oscurità della sua casa, a fissare le proprie mani. Quelle stesse mani che per una vita intera hanno montato ingranaggi svizzeri millimetrici, pesato carati e accarezzato metalli preziosi. E che poi, quel maledetto 28 aprile 2021, hanno impugnato un tamburo di ferro per difendere l'universo privato che aveva faticosamente edificato. Ha difeso sua moglie, atterrata da pugni feroci e selvaggi sotto i suoi occhi. Ha difeso sua figlia. Mario Roggero ha difeso il suo amore. “Ho agito per legittima difesa, forse con eccesso di difesa, ma volevo salvare mia moglie e scongiurare il rischio che, sapendo di essere stati visti, tornassero in negozio a ucciderci. Ho solo voluto proteggere la mia famiglia” - va ripetendo a se stesso e ai giudici da anni.
Signori, è il 2026 e si sta consumando una tragedia greca autentica. Ve ne siete accorti? La classica tragedia in cui non esistono innocenti assoluti, ma solo destini. Parossistici e in collisione macroscopica. Disperazione e reazione. Mario Roggero è l’Oreste di Eschilo nelle Coefore: un uomo spinto a un atto estremo da un dovere morale percepito come sacro e inviolabile — la protezione del proprio sangue e focolare — che si ritrova poi perseguitato dalle Erinni di uno Stato ideologicizzato che lo accusa senza mezzi termini di "illegittima vendetta". Ma lo Stato, questa entità astratta e spesso distante, dov'era quando, in un precedente assalto, gli vennero sottratti 250 mila euro di sacrifici personali liquidati poi dai tribunali con una pena ridicola e quasi offensiva? Se te lo chiedi sei un populista. Funziona così. “Quella volta – racconta Roggero – gli diedero due anni con la condizionale e mille euro di multa”. Capiremo mai che quando il patto sociale di sicurezza si incrina fino a spezzarsi, l'essere umano regredisce inevitabilmente allo stato di natura? È dannatamente umano.
La proprietà privata è solo possesso materiale come vorrebbero farci credere quelli che esecrano la ricchezza (quando non è la loro)? No, è l'estensione fisica, tangibile e spaziale della nostra stessa libertà e del nostro tempo vitale consumato per ottenerla. Basterebbe leggere un po’ John Locke nel suo Secondo trattato sul governo, il grande manifesto del pensiero liberale, quando azzarda che “ogni uomo ha una proprietà sulla sua propria persona, alla quale nessun altro ha diritto alcuno; il lavoro del suo corpo e l'opera delle sei mani sono propriamente suoi, e violare la proprietà privata significa di fatto attentare alla libertà stessa dell'individuo, poichè ne aggredisce i presupposti vitali”. Roggero ha difeso quel confine. Mario Roggero ha difeso il suo amore. Punto. “Se lui non mi avesse puntato la pistola – ripete - io non avrei sparato”. Ha reagito al terrore mentre era spogliato di ogni dignità e frodato di ogni sicurezza. Eppure, l'onestà intellettuale e la lucidità filosofica impongono un distanziamento rigoroso: arrogarsi il diritto assoluto di togliere la vita altrui, inseguendo i rapinatori ormai in fuga oltre la soglia fisica del negozio, costituisce l'istante fatale in cui la vittima rischia drammaticamente di mutarsi in carnefice. Non per il gesto, ma perchè smarrisce la superiorità etica sulla barbarie.
“È ovvio che col senno di poi non avrei dovuto farlo – ammette Roggero - ma quando hai la rabbia che bolle non ti riesci a controllare. Io non volevo che andassero via, volevo bloccarli”. È l'ammissione tragica e disarmante di un uomo spezzato, conscio che quell'episodio ha irrimediabilmente devastato l'esistenza della sua famiglia “moralmente, fisicamente e psicologicamente”. Dispiace per le vite spezzate, certo, ma la società non può ignorare il trauma originario. La sentenza della Cassazione di domani, dunque, non giudicherà semplicemente Mario Roggero e i suoi tragici quattro colpi. Giudicherà noi. La nostra collettività. Il nostro impianto valutativo. Dimostrerà se siamo un Paese ideologizzato che tutela la burocrazia del delitto rispetto all'umanità disperata della difesa legittima, o se siamo ancora capaci di comprendere l'abisso psicologico di chi viene brutalizzato tra le proprie mura. Roggero attende guardandosi le mani nel buio di un’ultima notte. Accompagnarlo chiedendosi, proprio come Socrate, se è lui o tutti noi insieme a lui che andiamo “a morire” è probabilmente tutto quello che si può fare, prendendo consapevolezza di quanto sia urgente ritrovare il senso profondo del confine tra amore, difesa e inviolabilità.