Il 13 febbraio 2025 doveva essere il suo compleanno, ma Danilo Cancedda quel giorno non ha mai fatto ritorno a Cagliari per festeggiarlo. O almeno, non da vivo. Quel giorno, infatti, qualcuno telefona al centralino dei Vigili del Fuoco. C’è un uomo impiccato ad un albero davanti al centro commerciale “I Fenicotteri” a Santa Gilla. Lo stesso centro commerciale in cui lavorava la commessa Maria Natuca, svanita letteralmente nel nulla otto mesi dopo. Non che le due vicende siano necessariamente collegate, ma ecco, quel giorno Danilo indossa una divisa della vigilanza Coopservice e ha le ginocchia poggiate per terra. La dottoressa del 118 accorsa dopo la chiamata constata l’assenza del rigor mortis sul corpo, perché Danilo è morto da meno di due ore. E’ una cintura di sicurezza quella che in un cappio si stringe al suo collo. Il pm non ci mette troppo per chiedere l’archiviazione del caso come suicidio, ma dall’ordinanza del Gip di Cagliari di cui siamo entrati in possesso, il primo luglio la Gip di Cagliari Claudia Sechi ha accolto l’opposizione di Mattia Alfano, avvocato della famiglia della vittima, e ha disposto ulteriori accertamenti. Sono troppi i punti oscuri e le carenze nella precedente indagine, inclusa la mancata escussione di un teste evidentemente cruciale per la ricostruzione dei fatti.
Dalla Grande Punto rossa di Danilo, abbandonata nei parcheggi del centro commerciale, mentre il suo corpo pende in ginocchio ancora dall’albero, manca effettivamente una cintura di sicurezza, ma il numero di serie di quella rinvenuta sulla scena del crimine (ante litteram, forse) non combacia. In tasca Danilo ha solamente le chiavi della sua macchina, un taglierino poco affilato e il tesserino dell’azienda per cui lavora. Niente telefonino, né portafogli. Quelli verranno rinvenuti solo in seguito nella sua casa a Cagliari dove la madre, al ritorno dalla camera mortuaria ritrova qualcosa di decisamente inquietante. I jeans di Danilo sono appesi al gancio usato dal figlio per il sacco da boxe. Sono appesi con lo stesso nodo del cappio con cui Danilo è stato trovato impiccato. Quel nodo, però, non la convince affatto. Ne scatta una fotografia, agli atti. Nulla lasciava presagire un gesto del genere e infatti né la madre, né la sorella credono alla storia del suicidio. Sono troppe le incongruenze e soprattutto le mancanze nella precedente indagine. Le tipiche lesioni che presentano le ossa e i tessuti del collo di un impiccato sono assenti su Danilo.
Sarebbe potuto morire per soffocamento, forse, dato che aveva le ginocchia appoggiate a terra, solo qualora fosse stato prima drogato e poi lentamente strozzato con il cappio di quella cintura, ma nessun esame tossicologico è mai stato effettuato. Una macchia rossastra da 15 cm di diametro sull’alto addome destro, poi, viene notata solo dai parenti di Cancedda in camera mortuaria, ma non viene repertata dal medico legale. La cintura adoperata come cappio, poi, presenta un taglio netto che, come contestato dal pm Alfano, è incompatibile con la lama del taglierino rinvenuto nelle sue tasche. La cintura, inoltre, presenta un numero di serie che nelle precedenti indagini non è stato rilevato come prova. Doveva inoltre incontrarsi con un amico verso le 17. Questi sono solo alcune delle incongruenze che hanno convinto la gip a disporre l’approfondimento di varie criticità. Dagli ultimi spostamenti di Danilo prima della morte, alle incongruenze negli ultimi messaggi scambiati con i suoi contatti, fino alla mancata escussione di un teste in particolare.
“Il nostro punto di partenza è stata una relazione che ha formulato il nostro consulente di parte, il professor Bacco”, ci ha spiegato l’avvocato Alfano. “Anche alle Camere nazionali, autopsia alla mano, si è smentita la ricostruzione dal punto di vista scientifico secondo cui si sarebbe trattato di suicidio. Ci sono state tutta una serie di omissioni, ovviamente non volontarie. Capisco il punto di vista della Procura, nel momento in cui un medico legale parla di suicidio, con certezza. Il punto è che, se non si può parlare più di suicidio, allora si deve trattare inevitabilmente di omicidio e quindi non si può escludere alcuna pista. Laddove non fossero sentite le persone che abbiamo individuato, li citeremmo con una serie di memorie, le chiameremo noi in investigazione difensiva. In questo momento noi abbiamo fiducia nell’attività del Pubblico ministero e siamo consapevoli che di fronte ad un omicidio verranno poste in essere tutte le attività necessarie per trovare i colpevoli, verosimilmente, ancora a piede libero”.