Per Pamela Genini e i suoi familiari più stretti la sofferenza non accenna a fermarsi. E come potrebbe, per una morte così violenta, improvvisa, crudele. Il suo corpo è stato oltraggiato una prima volta, nella notte tra il 14 e il 15 ottobre, in quell'appartamento di via Iglesias dove settantasei coltellate hanno interrotto la sua vita. È stato oltraggiato una seconda volta dopo la morte, quando qualcuno avrebbe asportato la testa dal suo cadavere per chissà che strano motivo. E ora, in aula, Pamela viene oltraggiata una terza volta: nella memoria. All'udienza contro Gianluca Soncin, ex fidanzato accusato dell'omicidio, è andato in onda un macabro film. Le riprese, provenienti dalla bodycam indossata da un poliziotto quella sera, mostrano il corpo di Pamela in una pozza di sangue, Soncin ancora con il coltello in mano, e soprattutto i suoi ultimi respiri. Il momento esatto in cui smette di vivere, proiettato in aula su un maxi-schermo. Era davvero necessario?
Certo, quelle immagini servono alla Corte per stabilire se Soncin abbia davvero opposto resistenza ai soccorsi, oppure se, come sostiene la difesa, l'imputato abbia collaborato. Ma rimane un sottofondo di macabro voyeurismo nel mostrare a tutti, giornalisti presenti e parenti della vittima compresi, quelle immagini. E ci si chiede allora dove sia il confine tra diritto alla prova e pornografia del dolore.
Eppure qualche alternativa c'era: la possibilità di disporre l'udienza a porte chiuse o le relazioni scritte dei consulenti tecnici, capaci di tradurre in freddi dati scientifici ciò che la bodycam mostra in modo fin troppo crudo.
Fotogrammi fortissimi, tanto da scuotere chi li ha vissuti in prima persona. Un giovane agente, chiamato a raccontare l'irruzione, ha retto fino a un certo punto: “Ho sentito le urla di sofferenza della ragazza...”, ha detto. Poi si è fermato. E ha pianto, in aula, davanti a tutti. È l'immagine di una giustizia che per essere giusta smette di essere umana, e soprattutto l'impressione è quella di una morte che diventa spettacolo, sulle pagine dei giornali, nei talk e ora anche in aula. Mentre impassibile, in prima fila, è apparso Gianluca Soncin. Durante il resto dell'udienza sono stati messi sotto esame i primi testimoni, familiari, amici, investigatori, con l'obiettivo di ricostruire il rapporto tra la vittima e l'imputato e il clima che ha preceduto e preparato l'omicidio. Ma, di fronte a questo la domanda da porsi è: quanti altri pezzi di Pamela dovranno ancora essere esposti, analizzati, proiettati, prima che le venga restituita anche solo la dignità del silenzio? Se esiste un diritto all'oblio per i vivi, dovrebbe esistere, a maggior ragione, per chi non c'è più. Il cadavere di Pamela non appartiene al pubblico, ed esporlo nella sua massima vulnerabilità significa privarla dell'ultima cosa che le era rimasta, l'intimità e la sacralità della propria fine.