Salari, competitività, crisi energetica, una manovra autunnale che dovrà doppiare le Colonne d’Ercole della fine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Che scenari attendono l’economia italiana? Alla luce dei dati dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che ha rilevato come dal 1990 al 2026 i salari reali nel Paese sono calati del 6,6%, abbiamo parlato del tema con Marco Leonardi, professore di Economia Politica all’Università degli Studi di Milano e attento studioso delle dinamiche produttive, industriali e competitive del sistema-Italia, che analizza anche in diversi approfondimenti pubblicati da Il Foglio.
Professor Leonardi, quali problematiche sconta oggi il mondo del lavoro italiano? Da dove ripartire per rafforzare i salari?
Il mondo del lavoro italiano sconta problematiche ben note da tempo e consolidate. Tra queste possiamo indicare in particolar modo la mancanza di tecnologia d'avanguardia, il numero basso di laureati, che si conferma nelle nuove coorti di giovani, in rapporto agli altri paesi europei, il fatto che abbiamo moltissime piccolissime imprese, la bassa produttività del lavoro e i bassi investimenti in capitale. Questo è un quadro noto da tempo e su cui negli ultimi cinque anni si è innestato un fattore aggiuntivo che ci ha colti impreparati: il ritorno dell’inflazione in un contesto che per un trentennio non era più stato abituato a sperimentarlo. In questo contesto il nostro sistema di relazioni industriali, che ha retto a lungo, di fronte al mutato paradigma è andato in crisi, soprattutto nel settore dei servizi. L’Industria, infatti, impiega molti meno dipendenti, mentre nel settore dei servizi i ritardi dei rinnovi dei contratti collettivi hanno prodotto una drammatica perdita di potere d’acquisto di fronte alla crescita dell’inflazione. Per rafforzare i salari, dunque, è sicuramente importante, come si dice da decenni, rafforzare la produttività e favorire la crescita delle imprese, ma è altrettanto importante rivedere il sistema di contrattazione collettiva nazionale, pena il rischio di ritrovarci di fronte a un nuovo aggravamento della situazione se l’inflazione imposta dal blocco dello Stretto di Hormuz si aggraverà nel prossimo anno. Questo potrebbe comportare nuovi ritardi e nuova perdita di potere d'acquisto soprattutto nei contratti di settori come commercio e turismo.
Salari e produttività vanno di pari passo? Come consolidare la seconda in un clima di competizione globale?
Nell’ultimo trentennio effettivamente noi abbiamo avuto una crescita di produttività molto, molto modesta, forse quasi pari a zero e corrispondentemente una crescita di salari sul trentennio pari a zero. Per fare un confronto, Francia e Germania hanno avuto aumenti di produttività del 30% e corrispondentemente un aumento dei salari reali del 30%. La Spagna ha avuto un aumento del 13% dei salari reali, in termini reali. Ma non è necessariamente vero che salari e produttività vanno sempre di pari passo. Anche in questo ultimo trentennio ci sono alternati periodi in cui la produttività aumentava più dei salari e viceversa.
E la fase storica recente del nostro Paese spiega che la relazione resta comunque complessa…
Nell'ultimo quinquennio, con il ritorno dell'inflazione, è sbagliato pensare di spiegare il crollo del potere d'acquisto dei salari italiani unicamente con il crollo della produttività. Non c'è stato nessun crollo della produttività in questi ultimi cinque anni tale da spiegare un crollo dei salari reali dell'8%. In tale caso, la spiegazione è piuttosto di natura istituzionale, non certo di produttività, sebbene essa sia salita lentamente, anche a causa di un vero e proprio boom dell'occupazione: noi siamo a livelli massimi dell'occupazione di sempre, ben oltre i 24 milioni di lavoratori. Il crollo dei salari, a mio avviso, invece è spiegato dai ritardi nel rinnovo dei contratti collettivi nel settore dei servizi, molto vasto e molto poco produttivo.
In questi anni l’Italia ha portato avanti il Pnrr: vista l’anemia della crescita del Paese e i problemi dell’Italia le sfide che ha posto sono state occasioni perse? In che direzione remano gli scenari futuri del Paese in Europa?
Il Pnrr non è un’occasione persa, anche se probabilmente abbiamo preso troppi soldi e molte cose potevano essere meglio realizzate. Tante riforme trasformative mancano: la scuola e i trasporti non sono migliorati rispetto a cinque anni fa, la sanità forse è perfino peggiorata. Molti comuni, soprattutto quelli medio-grandi, hanno potuto realizzare opere altrimenti mai cantierabili, come l’edilizia scolastica e ospedaliera o le case di comunità, e abbiamo avuto opportunità di spesa nell’alta velocità, nell’economia green, nella transizione energetica: la sfida sarà rendere tutto questo la base per una crescita permanente. L’eredità del Pnrr è un’eredità di procedure: i comuni hanno imparato a spendere fondi pubblici, cosa che prima non sapevano fare, e questa capacità va ritenuta attiva e non dispersa. Per quanto riguardo gli scenari futuri dell’Europa in cui si muove l’Italia, credo sia ottimale aspettare l’esito del decisivo voto francese del 2027, che potrà consolidare l’ondata sovranista o capire se si potrà stabilizzare il contesto delle forze tradizionali.
Sul fronte contingente, che panoramica economica affronta oggi l'Italia e quali sfide si trova ad affrontare il governo in vista della manovra?
La fine del Pnrr pone un tema: non ci saranno più i 40 miliardi di euro circa che il piano garantiva ogni anno; tuttavia, ci saranno ancora molti fondi di coesione da spendere, c’è la nuova programmazione per i prossimi anni. Un’attenta scelta potrà compensare questa mancanza, e in particolar modo sarà da vedere come il Paese saprà fare politica industriale per la crescita. Un fatto che può aiutare sia la crescita del Pil che spingere quella dei salari. Per ovvie ragioni, poi, dovremo spendere di più in Difesa e questo imporrà necessità di destinare apposite risorse di bilancio. Resta, poi, aperto il tema energetico, che genererà nuova inflazione. E con un’inflazione crescente, non avendo corretto i difetti già manifesti del 2022-2023, dovremo aspettarci un miglioramento meccanico dei conti dello Stato: l’alta inflazione chiama l’incremento delle entrate fiscali e il calo del costo del debito pubblico in conto capitale. Questo lo scenario, sperando che prevalga lo stimolo per una manovra di visione ampia piuttosto che di una Legge di Bilancio pre-elettorale.
A proposito di inflazione, come vede l’attuale scenario di crisi energetica che sembra essere il principale driver dei rincari?
La crisi energetica è un problema particolarmente grave per un Paese che ha i prezzi energetici più alti d’Europa, soprattutto per le piccole-medie imprese, e che ha fatto meno degli altri in termini di rinnovabili anche al netto dei progressi degli ultimi anni. Mi chiedo in particolare perché il golden power sia utilizzato per ogni settore, anche per la compravendita di aziende agricole, e non si sia pensato invece al suo utilizzo per mantenere le raffinerie più importanti sul territorio italiano, in modo tale da controllare la capacità di raffinazione del petrolio e del diesel che servono al Paese. Questo è un mistero che resta insoluto.