Diciannove anni e stiamo ancora lì: a fissare la stessa villetta di via pascoli. A fare l’analisi logica e grammaticale di perizie riciclate e vecchi verbali in momenti come questo in cui, bisogna ammetterlo, c’è niente di nuovo da dire. Oh, c’è niente di male e funziona così. Però liquidare questo fenomeno bollando tutto come algoritmo, clickbaiting o morbosità da gira sugo significa non fare i conti con una realtà che è parecchio più spietata. Se il Paese resta incollato a questo fascicolo, forse hanno ragione quelli di Mondosanità a rintracciare la radice della faccenda in qualcosa di molto più profondo e viscerale rispetto a un semplice feed.
Sì, in questi giorni di grigliate e gavettoni, siamo incappati in un articolo (eccolo) che due riflessioni, inevitabilmente, ce le ha fatte fare. Al centro di questa ossessione, scrivono, “c’è quello che la psicologia chiama morbid curiosity, curiosità morbosa: il desiderio di conoscere eventi pericolosi, violenti o inquietanti pur non essendone direttamente coinvolti”. E non c'entra il sadismo. L’animale umano è una creatura spaventata che ha bisogno di recintare il male per credere di poterlo domare.
A Garlasco di male ce ne è stato tanto. E di marcio – ma marcio da fare schifo davvero – ce ne è stato ancora di più. Non perdere di vista l’orrore, ma mantenendosi a distanza di sicurezza, è una sorta catarsi a basso costo: “osserviamo il pericolo da una posizione protetta: accade sullo schermo, nelle cuffie o sulle pagine di un giornale, mentre noi siamo al sicuro”. Garlasco, carissimi, è una palestra per la nostra ansia dove alleniamo la mente a difendersi contro la casualità cieca. Della violenza. Dell’ingiustizia. E pure della giustizia quando non sa essere giusta.
Intorno a Garlasco, poi, c’è pure un disequilibrio inesauribile. “Nel caso Garlasco – si legge ancora nell’articolo di Mondosanità - esiste un ingrediente potentissimo: l’incertezza”. Il cervello umano odia il vuoto, non tollera i punti interrogativi quando sente odore di marcio e reagisce con la frenesia di chi deve per forza chiudere il cerchio: “Ogni nuovo dettaglio promette quindi qualcosa di estremamente gratificante per il cervello: la possibilità della soluzione definitiva”. Ma è una trappola: il bisogno di verità diventa un cortocircuito in cui ogni nuova informazione, invece di saziare, aumenta la fame. Solo che, a furia di masticare questa storia tutti i giorni, la realtà rischia di sfumare: “quando una storia viene ripetuta migliaia di volte rischiamo di trasformare persone reali in personaggi”. Chiara Poggi smette di essere solo una ragazza uccisa per diventare il pretesto di un’indagine che vuole accertare altro, mentre indagati e condannati si trasformano in pedine? Forse la risposta non riguarda solo il perché di tanta attenzione mediatica.