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16 luglio 2026

“Le rovine non ci fanno paura”. Lo scrittore Fulvio Abbate racconta la guerra civile spagnola e i “re della pistola operaia di Barcellona” a 90 anni da quel sogno di libertà

  • di Fulvio Abbate Fulvio Abbate

16 luglio 2026

Il sogno di un’utopia chiamata libertà, la guerra, la violenza, l’amore e le parole poetiche e fierissime che hanno accompagnato la guerra civile spagnola. A novant’anni dall’inizio di quelle prove generali della Seconda Guerra Mondiale, lo scrittore Fulvio Abbate racconta la lotta, le barricate e il “libero amore” degli anarchici e cosa, quella voglia di rivoluzione, ci ricorda oggi
“Le rovine non ci fanno paura”. Lo scrittore Fulvio Abbate racconta la guerra civile spagnola e i “re della pistola operaia di Barcellona” a 90 anni da quel sogno di libertà

“A las barricadas!”, così pronuncia, solenne, l’inno anarchico spagnolo. Merito dell’algoritmo, questi giorni di luglio, su Instagram, offrono allo sguardo pagine che riportano sulla superficie dell’acqua memoriale le immagini del luglio 1936 - novant’anni fa - un portfolio fotografico della guerra civile spagnola. Cesserà nell’aprile del 1939, con la sconfitta del bando repubblicano e la vittoria dei nazionalisti di Francisco Franco, ciò che per gli anarchici prendeva invece nome e forme insurrezionali di una vera “rivoluzione sociale”, punteggiata dalle bandiere rosso-nere dei libertari in armi. “Ni dios ni amo”, né dio né padroni, tracciato con grafia operaia o contadina sui muri di Spagna. “L’orgasmo della storia”, nella lettura “desiderante” dei Situazionisti, che nella rivolta irriducibile degli anarchici del 1936 si riconobbero, includendo, come esergo, nei trattati di Guy Debord, il testamento morale di Buenaventura Durruti, forse il leggendario combattente anarchico: “Le rovine non ci fanno paura, noi erediteremo il mondo, portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori e questo mondo sta crescendo mentre ne parlo”. L’“eroe” Durruti morirà pochi mesi dopo l’inizio del conflitto, accidentalmente, oceanici i suoi funerali a Barcellona, anche la bandiera dell’ambasciata Usa a mezz’asta. In prima fila, oltre ai compagni di lotta, il console generale sovietico, Vladimir Antonov-Ovseenko, già protagonista della Rivoluzione d'Ottobre, con la presa del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado. Antonov, pochi mesi dopo, richiamato in patria, accusato di trotskismo, sarà condannato a morte da un tribunale di Stalin.

 

Nell’ideale album di quei giorni, tra le ramblas di Barcellona e il fronte di Saragozza, nell’Aragona pronta ad affermare il comunismo libertario, c’è modo di scorgere in strada i tram segnati dalla nuova livrea rosso-nera del sindacato CNT-FAI, lo stesso accadrà nelle insegne delle barberie e dei teatri altrettanto “collettivizzati”. Diego Camacho, biografo di Durruti, raccontava che in alcuni villaggi dell’Aragona, mentre i banditori proclamavano il “libero amore” (episodi analoghi li narra anche Luis Buñuel nelle sue memorie) c’era modo di assistere al rogo delle banconote, quasi che, estrema fiducia in una idea della storia progressiva e rivoluzionaria, il denaro non fosse più necessario, retaggio di un sistema economico dei “padroni” e del capitale, ormai deposti, cancellati, abbattuti a favore, appunto, del comunismo libertario, le terre collettivizzate, abolito anche esercito e disciplina militare in nome delle milizie vestite con il “mono”, la tuta blu degli operai, dove, banditi i gradi, ogni decisione va presa in modo assembleare. Gli anarchici di Huesca, sempre in quei giorni, batteranno una propria moneta, anche lì figura la bandiera della CNT-FAI, la Confederación Nacional del Trabajo, prossima alla Federación Anarquista Ibérica. La Spagna conquista i titoli d’apertura dei giornali di tutto il mondo il 17 luglio del 1936, un gruppo di alti ufficiali si solleva contro il legittimo governo repubblicano. Il generale Francisco Franco diventerà, in corso d’opera dei massacri, il capo riconosciuto della sedizione: l’“alzamiento”. Avrà il sostegno della Chiesa, la “Divisione Condor” di Hitler e il “Corpo truppe Volontarie” di Mussolini. Accanto al governo del Fronte popolare troveremo invece l’URSS di Stalin e il Messico rivoluzionario, erede delle gesta di Emiliano Zapata. Francia e Inghilterra, democrazie europee, sceglieranno la carta del “non-intervento”.

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I soldati "rossi" si arrendono alla fine della battaglia di Guadarrama (Foto del 1936)

raccontare di Juan García Oliver, l’anarchico spagnolo destinato a diventare ministro della giustizia. Juan García Oliver, in verità, nella vita aveva già conosciuto anche altri mestieri, e abiti non sempre splendenti. Cameriere, cospiratore, detenuto, organizzatore delle milizie armate libertarie in Catalogna, inventore della bandiera rossa e nera, infine esiliato. Ma soprattutto, in un particolare momento della storia del Novecento, Juan García Oliver, compagno di Buenaventura Durruti, divenne “l’idolo di Barcellona proletaria”, così lo onorò Carlo Rosselli in “Oggi in Spagna domani in Italia”. Nelle parole degli avversari, la sua presenza al ministero della giustizia venne marchiata invece come “mostruoso disonore della civiltà europea”. La stampa nazista trovò invece per lui l’appellativo di “padre amante di tutti gli assassini”. In ogni caso, Juan García Oliver, nel 1936, rivestì l’incarico di guardasigilli; riuscì a essere l’unico erede di Michail Bakunin cui sia mai spettato un simile peso nella storia del genere umano in rivolta, per poi raggiungere, in Messico, nel 1939, l’esilio, e la riprovazione di molti suoi compagni che non gli perdonarono d’essersi compromesso con l’autorità statuale. A lui ho dedicato più di vent’anni fa un libro, la decisione è giunta mentre mi trovavo a Burbank, Hollywood, nello stesso cimitero, dove riposano Stan Laurel, Buster Keaton, Marvin Gaye, Marty Feldman, Bette Davis e anche l’inventore della segreteria telefonica, a giudicare da un bassorilievo di bronzo che mostra una cornetta che levita tra le nuvole, Forest Lawn il nome del luogo. Non c’è traccia invece dell’ultima dimora dell’anarchico divenuto ministro. Juan García Oliver è rimasto a Guadalajara, stato di Jalisco, Messico, in un cimitero, privo di peso nell’anagrafe mortuaria planetaria. 

Personalmente, pensavo però che l’idea della Caduta, la stessa che ha suggerito ad Albert Camus un saggio, a suggerirmi il racconto. La tomba di Tina Modotti, fotografa, icona di bellezza rivoluzionaria, si trova invece al Panteón de Dólores di Città del Messico, Pablo Neruda così in sua memoria: “Puro es tu dulce nombre, pura es tu fragil vida. De abeia, sombra, fuego, nieve, silencio…”. La memoria più ampia della guerra civile spagnola, prova generale della seconda guerra mondiale, secondo la definizione ricorrente, “l’ultima guerra romantica”, la stessa guerra che trascinò al fronte e nelle retrovie migliaia di militanti antifascisti, garibaldini delle Brigate Internazionali, accanto a Ernest Hemingway, George Orwell, André Malraux, Louis Aragon, Camillo Berneri, Simone Weil e perfino l’inventore del dadaismo, Tristan Tzara, in questo modo era comunque salva. Aldous Huxley, rispondendo a un questionario: “Le mie simpatie vanno tutte al fronte del Governo, specialmente agli anarchici: poiché l’anarchismo mi sembra possa meglio guidare verso un cambiamento sociale auspicabile, meglio del comunismo accentratore, dittatoriale”. Alle stesse domande, il poeta Ezra Pound replicherà che “la Spagna è un lusso per una banda di dilettanti rincitrulliti”. “Il 19 luglio del 1936 è iniziata, in Spagna, la seconda guerra mondiale,” aggiunse Albert Camus, filosofo, per parte di madre spagnolo. La prima guerra accompagnata dalla comunicazione visiva degli eventi, basti ritrovare i reportage fotografici apparsi su “Life”. Buenaventura Durruti, grazie al suo esempio di “condottiero eroico” caduto al fronte, è invece riuscito a sopravvivere nella memoria del movimento libertario. Per “l’eroe” Durruti, anche un libro di Hans Magnus Enzensberger, “La breve estate dell’anarchia”, tascabile che negli anni Settanta risiedeva nelle borse di Tolfa di molti ragazzi che avevano trovato nell’anarchismo una risposta al bisogno di giustizia sociale e di liberazione individuale, distanti dal movimento comunista compromesso con lo stalinismo e il suo portato repressivo. 

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I funerali di Buenventura Durruti

Dario Evola, un mio amico fra i più cari, all’epoca giovane studioso di teatro e militante anarchico, racconta un viaggio a Barcellona per partecipare al primo meeting della CNT dopo la morte di Franco, le “Jornadas Libertarias”, ed era sempre luglio, sia pure già nel 1977. Tra Parc Güell e Montjuïch mezzo milione di persone corse a salutare il ritorno in patria del più forte movimento politico della Catalogna antagonista. Diego Camacho ne parlerà invece di un “entierro della CNT”, il suo funerale, requiem. Gli anarchici però, aggiungeva, non hanno fretta, non contano le ore, perché la Storia, la loro storia, vive nel tempo lungo, guai allora fare caso all’orologio. Il luglio del 1936 segna l’inizio della sedizione militare, mentre nel maggio del 1937 Barcellona avrà modo di assistere al conflitto “intestino”, anarchici e POUM (il Partido Obrero de Unificación Marxista, prossimo a Trotskij; Ken Loach, in “Terra e libertà” ne restituisce la tragica pagine) contrapposti ai comunisti fedeli a Stalin sul fronte opposto.  C’è una foto dove García Oliver appare insieme ai comandanti della colonna “Los Aguiluchos”, gli aquilotti, in partenza per il fronte d’Aragona, ed è già agosto; il tempo dell’entusiasmo rivoluzionario; le ragazze che corrono a baciarlo. Nel racconto d’altri, profughi antifascisti spagnoli, appaiono invece i giorni dell’esilio in Francia. Uomini e donne, stremati, si incamminarono verso la frontiera di Port Bou, lo stesso luogo dove, nel 1940, si toglierà la vita il filosofo Walter Benjamin; i vinti in cerca di scampo, dapprima i campi di raccolta, in attesa di ottenere il diritto d’asilo.  

 

Ancora adesso, la vicenda della Spagna in armi contro il fascismo resiste nel lessico fortificato della storia: “Guernica” di Pablo Picasso; la foto del miliziano colpito al Cerro Muriano, fronte di Cordova, scattata da Robert Capa; “quinta colonna”; “Pasionaria”; “No pasarán!”; l’effigie di Federico García Lorca; i fotogrammi dell’assedio dell’Alcázar. Un film di propaganda, realizzato per infiammare il popolo già in armi, attestato lungo il fronte, o in procinto di raggiungere la barricata cittadina, suggerisce gli obiettivi: annientare i militari traditori, abbattere il fascismo, per poi portare a compimento, appunto, la rivoluzione sociale, fino all’instaurazione del comunismo libertario. Nei manifesti affissi ai muri c’è il mondo cittadino, come gli anarchici spagnoli l’hanno sognato proprio nel 1936: i tram dipinti di rosso e nero, i colori del sindacato anarchico. Intanto una mano, con gesto di reggere un vassoio, mostra un’auto: “Nuestra obra, industria socializada”, lo stesso accade per i lustrascarpe e la centrale del latte. Davvero, nelle immagini della propaganda anarchica di quella stagione, felicità e uguaglianza sembrano a portata di mano, o almeno i lavoratori l’hanno finalmente ipotecata. Agli anarchici viene attribuita la distruzione e la profanazione delle chiese, Sagrada Familia compresa. Il poeta cattolico francese Paul Claudel: “Dove la CNT grugnendo di delizia ha mischiato la sua bava e il suo grifo... Chiudiamo loro con un pugno la gola, è più semplice: abbasso Cristo e viva il toro!” È il 29 novembre del 1938 quando Juan García Oliver raggiunge il cimitero monumentale di Barcellona per onorare Durruti. La guerra è in corso, il paese diviso in due zone distinte, i militari ribelli ne governano un vasto territorio; gli anarchici, benché la rivoluzione segni ormai il passo, continuano a fornire un contributo militare alla causa repubblicana. Durruti manca da due anni, morto durante l’assedio di Madrid, intorno alla sua fine vive il mistero: secondo la versione ufficiale, sarebbe stato ucciso da un sicario della “quinta colonna” franchista, forse dai comunisti o magari dai suoi stessi compagni, i più irriducibili. In realtà, racconteranno molti anni dopo i testimoni diretti, si è sparato da solo, mentre scendeva dall’auto un colpo è partito accidentalmente dal suo mitragliatore, colpendolo mortalmente.  

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Buenventura Durruti, 1936

Ai solenni funerali di Durruti, due anni prima, García Oliver indossava un lungo cappotto di cuoio scuro allacciato alla vita e il berretto da miliziano. Lo si vede solo per pochi secondi, cupo in volto, in seconda fila, terreo e meditabondo. Anche della cerimonia commemorativa per il secondo anniversario è rimasto un documento in pellicola, intitolato “20 de noviembre”. García Oliver lo si scorge in piedi, in doppiopetto, sebbene da tempo non sia più guardasigilli, l’uomo mantiene l’eloquio e i gesti di una personalità apicale della Repubblica. Appaiono le divise degli ufficiali, le milizie sono state nel frattempo sciolte a favore della militarizzazione e della disciplina dell’Ejército popular; sui berretti la stella rossa sovrasta le barre, le vecchie stellette a sei o più punte sono state infatti abolite. L’ex ministro anarchico García Oliver così pronuncia: “Il nostro gruppo anarchico si formò nell’anno 1923, in circostanze funeste per il movimento e per la classe operaia. Le orde poliziesche collaboravano a distruggere le nostre organizzazioni e i nostri uomini”. Poi García Oliver, tirando il fiato, solleva il pugno per dare forza alle parole: “Non mi vergogno a dire, anzi, confesso con fierezza, che fummo i re della pistola operaia di Barcellona, vivevamo e agivamo dispersi. Abbiamo scelto i migliori terroristi della classe operaia, capaci de rendere colpo su colpo, portando così alla vittoria il proletariato. Formammo un gruppo anarchico, un gruppo d’azione per lottare contro i pistoleros, contro i padroni e contro il governo. I colpi che abbiamo sferrato sono stati più duri di quelli che abbiamo ricevuto. Così quando siamo usciti di prigione dopo l’avvento della Repubblica abbiamo ricostituito il gruppo decidendo di chiamarci ‘Nosotros’, quelli che non hanno nome, che non hanno orgoglio, quelli che sono un unico blocco, quelli che pagano di persona, l’un per l’altro. I Nosotros continuarono a pagare, a compiere il loro dovere. La morte non è niente. Le nostre vite individuali non sono niente. Ed è per questo che siamo i Nosotros. finché uno di noi vivrà, Nosotros vivrà!” Occorre avere conosciuto lo sfruttamento, l’umiliazione, possedere una solida coscienza di popolo per parlare con la sua stessa convinzione, con certezza di classe.  D’altronde, “nei giorni dell’alzamiento”, quando occorreva fermare i fascisti, i generali Franco, Mola e Queipo de Llano, senza i fucili e le granate della milizia libertaria, senza gli anarchici della CNT-FAI, né Barcellona né Madrid e ancora meno l’Aragona avrebbero resistito.

 

I libri di propaganda dei franchisti insisteranno invece sul sacrilegio e la profanazione, l’esercito degli insorti fascisti mobiliterà anche la Madonna, le assegneranno i gradi di “capitana”. Nelle immagini votive presenti nella zona controllata d Franco appare la Virgen del Pilar come ombrello celeste. Il suo manto serve ora a proteggere la vecchia Spagna, facendo scudo alla città di Saragozza sorvolata da un bimotore repubblicano “enemigo de Dios”. “A Madrid, nella parrocchia di S. José, in Calle de Alcalá, il bambino Gesù fu vestito da pioniere comunista e gli si mise una pistola in mano. Nel convento delle Magdalenas, in Calle de Hortaleza, la statua della Madonna fu vestita da miliziana. Molte volte i fedeli stessi erano costretti a compiere l’opera sacrilega. Il caso più rivoltante è il lavoro forzato di 52 sacerdoti arrestati a Gerona e obbligati a demolire le diverse chiese con la burla grossolana del premio di un buono pasto dato a chi lavorasse meglio. Nel settembre 1937 alcuni di questi disgraziati lavoravano ancora ad abbattere la Chiesa dei Salesiani,” racconta un libro di parte franchista. Terminata la guerra, sconfitto l’esercito repubblicano, lontana ormai la memoria delle milizie, la reclame di un rispettabile negozio d’abbigliamento di Madrid, sentenzierà il ritorno all’ordine: “Los rojos no usaban sombrero”, ossia i rossi non portavano il cappello. Sono trascorsi novant’anni, e tuttavia la memoria dell’utopia anarchica resta intatta, lucente, immobile. 

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