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16 luglio 2026

Ma hanno fatto bene a condannare Mario Roggero o no? Parla l’avvocato Francesca Florio: “Lo Stato ha fallito nel proteggerlo, ma era un esito obbligato”. E ci spiega perché la grazia che Nordio gli vuole concedere può dare un messaggio pericoloso…

  • di Michele Larosa Michele Larosa

16 luglio 2026

Perché la Cassazione ha confermato la condanna del gioielliere Mario Roggero? L'avvocato Francesca Florio ci spiega il caso che sta spaccando l'opinione pubblica: dal requisito dell'attualità del pericolo alla provvisionale ai familiari delle vittime, fino alle ipotesi sulla grazia del Presidente della Repubblica
Ma hanno fatto bene a condannare Mario Roggero o no? Parla l’avvocato Francesca Florio: “Lo Stato ha fallito nel proteggerlo, ma era un esito obbligato”. E ci spiega perché la grazia che Nordio gli vuole concedere può dare un messaggio pericoloso…

Si è chiuso ieri uno dei casi di cronaca più chiacchierati degli ultimi anni. Un dramma umano prima di tutto, finito per diventare bandiera ideologica sui temi della sicurezza e della legittima difesa. Ma dura lex sed lex, la legge a volte sa essere antipatica e impopolare, ma resta pur sempre legge. E noi abbiamo preferito lasciar perdere i rumori della pancia e affidarci a uno sguardo “di diritto”. Abbiamo intervistato l'avvocato Francesca Florio, penalista e divulgatrice social sui temi giuridici, per farci spiegare perché Mario Roggero è stato condannato e dove passa davvero la linea di confine tra difesa e vendetta.

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L'avvocato Francesca Florio

Lei da avvocato si aspettava questa sentenza? E perché?

Sì, la conferma della condanna era l'esito, a mio parere, più probabile se non proprio obbligato. Dovremmo naturalmente attendere le motivazioni della Cassazione, ma la sentenza d'appello poggiava su un dato fattuale non superabile in sede di legittimità, ovvero le immagini delle telecamere che tutti abbiamo visto. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, quando Roggero ha preso la pistola, è uscito dal negozio e ha raggiunto i rapinatori, questi stavano fuggendo. La Corte ha per questo escluso l'attualità del pericolo che rappresenta il presupposto essenziale della legittima difesa. In parole povere, la difesa per essere tale deve intervenire per fermare un'aggressione che è in corso in quel momento; se il pericolo è cessato (come nel caso dei rapinatori in fuga) non è più difesa. La Cassazione, inoltre, non celebra un terzo processo sul fatto storico ma verifica la correttezza giuridica della decisione e la tenuta logica della motivazione; davanti a una sentenza che ricostruisce gli elementi del fatto grazie a delle videoriprese, un annullamento appariva oggettivamente improbabile.

La giustizia è stata giusta nei confronti del condannato? E soprattutto, la giustizia a volte ha il dovere di essere anche impopolare?

La sentenza può apparire durissima sul piano umano, specie se consideriamo la violenza della rapina, la presenza di moglie e figlia e il trauma accumulato nelle precedenti rapine subite dalla famiglia. Sul piano giuridico, però, il punto è molto più netto: possiamo comprendere la paura, la rabbia e persino l'impulso di inseguire chi ci ha appena terrorizzati, senza tuttavia tradurre quella comprensione e quell'empatia nella liceità dell'uccisione di persone in fuga. La giustizia ha certamente il dovere di essere impopolare quando l'alternativa consiste nell'applicare la legge sulla base della simpatia — nel senso etimologico del termine — delle persone coinvolte. Il fatto che le persone uccise avessero appena commesso un delitto gravissimo incide sulla valutazione complessiva della vicenda e sul piano sanzionatorio, ma non può in ogni caso cancellare la tutela della loro vita nel momento in cui il pericolo è terminato. La riduzione della pena operata in appello dimostra, peraltro, che il contesto nel quale sono maturati i fatti è stato preso in considerazione e ha avuto un peso importante.

Serve, come dice qualcuno, rivedere la norma?

No, questo caso non dimostra affatto che la norma sulla legittima difesa debba essere modificata; anzi, il requisito dell'attualità del pericolo deve rimanere invalicabile. La legittima difesa autorizza il privato a difendersi, non a vendicarsi, e modificare la norma per far sì che ricomprenda condotte di inseguimento e rappresaglia significherebbe riconoscere al cittadino il diritto di punire personalmente chi ha commesso un reato. Credo che, nel corso dei secoli, ci siamo evoluti abbastanza da comprendere che la vendetta privata e la logica della faida non sono un buon modello giuridico da seguire. Il vero terreno sul quale intervenire è invece la capacità dello Stato di proteggere i cittadini, prevenire le aggressioni, presidiare i territori ed impedire che commercianti e privati maturino la convinzione di essere stati abbandonati e di dover provvedere autonomamente alla propria sicurezza.

Cosa pensa della provvisionale di 480mila euro riconosciuta ai familiari delle vittime?

È probabilmente il punto che suscita la maggiore reazione emotiva, perché nell'immaginario collettivo quelle persone restano anzitutto “i rapinatori”. Giuridicamente, però, la provvisionale risarcisce in parte il danno derivante dall'uccisione e dal ferimento di tre esseri umani, non la condotta criminale che avevano tenuto: il risarcimento non rappresenta un premio per la rapina ed è ovvio che non esprime alcuna rivalutazione morale delle persone coinvolte. Comprendo che la cifra possa apparire urticante, specie dal punto di vista del gioielliere, ma non possiamo chiedere che la legge valuti la vita di chi ha commesso un reato grave come priva di alcun valore.

Quanto è pericoloso, secondo lei, che un caso giudiziario venga trasformato in bandiera politica prima ancora che i giudici si pronuncino?

È molto pericoloso, soprattutto quando la bandiera viene sventolata eliminando dalla narrazione pubblica i fatti e gli elementi che rendono il caso giuridicamente complesso. Limitarsi a dire che “un gioielliere è stato condannato per essersi difeso” orienta l'opinione pubblica prima ancora di consentire alle persone di conoscere la dinamica accertata nel processo: la cessazione della rapina, l'inseguimento e gli spari esplosi contro persone che provavano a fuggire. La politica ha pieno diritto di criticare una legge e proporne la modifica, dovrebbe però evitare di delegittimare i giudici per aver applicato la disciplina vigente a fatti ricostruiti attraverso le prove. Quando una sentenza viene presentata in anticipo come accettabile solo se coincidente con il sentimento di piazza, il messaggio implicito è che i giudici debbano ratificare una decisione già presa sui social.

La vicenda Roggero può suscitare solidarietà umana; questa solidarietà non attribuisce però automaticamente fondamento giuridico alla legittima difesa. Confondere i due piani produce una pessima informazione, alimenta aspettative incompatibili con la legge e trasforma il processo in uno strumento di propaganda.

Roggero aveva già subito numerose rapine. C'è anche il tema di uno Stato che non riesce a garantire ai commercianti la dovuta sicurezza?

Assolutamente sì, ed è l'unico tema politico serio che questa vicenda dovrebbe sollevare. Un commerciante che subisce ripetutamente rapine violente può sviluppare la convinzione di essere solo, vulnerabile e costretto a farsi giustizia da sé. Il fallimento dello Stato in questo campo deve essere riconosciuto e affrontato con serietà, senza tradursi in una licenza privata di inseguire e uccidere chi fugge dopo aver commesso un crimine. Le due responsabilità coesistono: lo Stato ha fallito nel proteggere il gioielliere e il gioielliere, come affermato dalle sentenze, ha oltrepassato i limiti della difesa consentita. La risposta politica dovrebbe concentrarsi su prevenzione e sicurezza, evitando di utilizzare l'inefficienza dello Stato per giustificare il passaggio dalla difesa alla rappresaglia.

La proposta della norma "salva Roggero" nasce da questo caso. È giusto che una vicenda personale diventi lo spunto per cambiare una legge?

Un caso concreto può certamente far emergere una lacuna normativa, molte riforme nascono anche da vicende individuali; ciò detto, quando la legge viene costruita per produrre una risposta simbolica a un singolo caso, sotto la pressione dell'opinione pubblica, nasce sotto una cattiva stella, perché viene scritta e promulgata senza valutare opportunamente le conseguenze che potrebbe generare. Se il principio diventa che chi commette un reato perde automaticamente ogni diritto al risarcimento, il rischio è di creare una zona franca nella quale qualsiasi reazione successiva venga, almeno sul piano civile, sostanzialmente tollerata. Potremmo trovarci davanti a condotte manifestamente sproporzionate, punitive o vendicative che restano prive di una tutela risarcitoria adeguata soltanto perché la persona danneggiata aveva precedentemente commesso un reato. Il Parlamento deve certamente ascoltare il sentire sociale, ma ha il compito di trasformarlo in una disciplina razionale, generale e coerente con i principi dell'ordinamento.

Pensa che la grazia arriverà? E esiste un rischio, se casi come questo si moltiplicano, che si crei un precedente informale di "tolleranza" verso l'uso letale delle armi?

Non credo sia possibile prevedere seriamente la decisione del PdR. La grazia è un potere presidenziale esercitato all'esito di un'istruttoria e fondato sulla valutazione di circostanze eccezionali, soprattutto di carattere umanitario. Può incidere sulla pena ma non cancella la sentenza né trasforma retroattivamente il fatto in legittima difesa. Al posto del Presidente valuterei con grande attenzione l'età di Roggero, le sue condizioni familiari e di salute, il trauma accumulato, il comportamento successivo ai fatti e la funzione che una pena così lunga può concretamente svolgere nel suo caso. Terrei però ben separata questa valutazione dall'idea che la grazia possa correggere politicamente la sentenza o riconoscere un diritto generalizzato a sparare ai malviventi in fuga. Una grazia motivata e comunicata come smentita dell'operato dei giudici trasmette un messaggio istituzionalmente pericoloso: l'uso letale delle armi potrebbe essere considerato tollerabile quando la vittima appartiene a una categoria socialmente detestata e l'autore gode di ampia solidarietà pubblica.

La grazia può avere senso come atto individuale di clemenza, fondato sulla specifica situazione della persona condannata, ma non deve diventare il veicolo attraverso cui affermare che la legge non vale quando il fatto incontra il favore dell'opinione pubblica.

https://www.youtube.com/watch?v=T6on1N3RSzk&t=20s

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