La street art è Alice Pasquini. Tra le artiste e gli artisti più affermati a livello internazionale, le sue opere entrano in contatto con chi cerca l’immagine e la connessione con l’ambiente intorno. In effetti, la street art, è questa cosa qui. Guardare quello che c'è vicino a noi, per poi tornare a guardare dentro di sé e così creare. Alice, che ha lavorato ovunque, è stata fondatrice del Cvtà Street Fest, il festival internazionale che ha trasformato con l’arte il borgo molisano di Civitacampomarano (CB). Da pochissimo, qui, è nata una galleria. Si chiama No Panic e sarà visitabile fino al 27 ottobre. Più che uno spazio espositivo, lo immaginiamo come un punto di incontro per gli artisti (è prevista anche la residenza) e per le persone. Che tornano, dove da tempo mancavano. Magari per fare arte. E guardare cose chiare. Tutto in un tempo “lento”.
Alice Pasquini. Sei diventata un punto di riferimento nel mondo della street art internazionale. C’è stato un primo lavoro, un murale di un artista che all'inizio della tua carriera ha acceso qualcosa dentro di te?
In realtà io ho cominciato a dipingere sui muri quando il termine street art non esisteva proprio; per cui, era difficile avere dei punti di riferimento in quel senso, allora i graffiti venivano considerati “brutti e cattivi” e basta. Ricordo un fumetto di Luca Enoch, la protagonista si chiamava Sprayliz e faceva graffiti da sola. In un momento in cui i writer erano solo maschi, mi sono molto identificata in quel personaggio, e nonostante avessi diversi amici in quell’ambiente, ho compreso presto che avrei fatto qualcosa da sola. Parliamo sempre degli inizi, di un periodo in cui i graffiti erano solo lettering, non esisteva quasi nulla di figurativo. Da lì ho portato in strada la mia voce che era molto diversa, se vuoi, dalla scena dell’epoca.
Scrivere sui muri, street art, murali. C'è ancora molto lavoro da fare per quanto riguarda l’educazione del pubblico a questo genere artistico?
L’avanguardia artistica che riguarda l’arte pubblica ha portato tante cose nuove nel mondo dell’arte contemporanea, mentre l’arte contemporanea ho l'impressione che non abbia tirato fuori grandi innovazioni negli ultimi anni, quando studiavo io in accademia ricordo la land art, l’happening e la pittura sembrava morta e sepolta, eppure si tende ancora a mettere insieme qualsiasi cosa venga realizzata sul muro, considerando la superficie o lo spray come fosse tutto simile. Sono linguaggi diversi. La volontà di un artista che fa un lavoro per un posto specifico, che possa integrarsi in un determinato contesto è una volontà diversa, ad esempio, dal nome scritto sul muro da un adolescente in crisi. D’altra parte, da quanti anni Basquiat o Keith Haring sono nei musei? A me sembra che oramai questa forma d’arte sia chiaramente entrata nei manuali. Dopodiché sì, c’è questa tendenza ad accomunare un po’ tutto. (…)
Detto questo però è anche una cultura in cui io mi identifico, riesco a capire chi prende lo spray per la prima volta, chi invece ha studiato il lettering, ha sviluppato un alfabeto personale o una tecnica particolare, quella è un'altra cosa. Siamo sempre più abituati al muralismo e meno, invece, a quella che chiamiamo street art. C’è stato un passaggio chiave nei primi anni Duemila quando è entrato in voga questo termine, anche per il successo di Banksy, periodo in cui sono nate le prime gallerie, i primi festival, il mercato della street art.
Come funziona il mercato della street art?
Essendo stata una delle prime donne a fare murali così grandi, dal 2009 mi hanno chiamato da tutto il mondo, prima ancora dell’Italia, stavano nascendo festival veri e propri, anche le istituzioni iniziavano a interessarsi al fenomeno. In quegli anni è nato un mercato parallelo fatto di gallerie specializzate, di aste di street art... Parliamo di prezzi che non sono come quelli del mercato dell’arte, d’altronde come si fa a rendere elitaria una cosa popolare? A partire dall’interesse delle persone, si è sviluppato questo genere anche negli anni in cui sono esplosi i social. Quando io ho cominciato a dipingere in strada nessuno di noi aveva la macchina fotografica dietro o condivideva immagini. Era un linguaggio per pochi. Attraverso questi canali la street art ha trovato la sua diffusione, i cittadini fotografavano e condividevano le opere come fossero loro.
Spesso l’arte contemporanea è una terra ignota e incomprensibile o addirittura guardata con timore. Penso al concettuale, all’Informale. Come mai la street art arriva prima e più facilmente al pubblico?
Beh, c’è una grande differenza tra quando leggo sul giornale che c’è una mostra, mi vesto bene, guardo un’opera e magari non capisco niente, leggo il comunicato stampa per comprendere il lavoro e penso sia geniale ciò che ha fatto l’artista, e camminare sullo stesso percorso tutti i giorni, da casa mia al lavoro e (notare, ndr) all’improvviso qualcosa che parla con me in maniera diretta. Ecco, questi due tipi di fruizione dell’arte sono completamente diversi. (La street art, ndr) è un’arte democratica, facile da comprendere, l’arte ha l’intenzione di rimanere elitaria, per pochi, credo non voglia diffondersi, tanto è vero che uno dei motivi per cui ho cominciato a dipingere in strada è stata proprio la reazione all’accademismo, la reazione al fatto che il fumetto, l’illustrazione o forme di altra arte siano considerate di serie b in Italia, se pensiamo alla Francia non è così.
Ho l’impressione che l’arte contemporanea non stia lanciando più grandi artisti. È così?
Siamo rimasti a ciò che avevo imparato io in accademia quando la pittura era, come dire, “morta”, se c’è una cosa che ha (ri)fatto la street art è stata riportare in auge la pittura. Non c’era più. Questa cosa va riconosciuta. D’altra parte se prendi una mia opera la levi dal muro e la metti dentro una galleria è chiaro che la carica comunicativa si dimezzi, perché il supporto fa parte dell’opera stessa. La differenza è cosa motiva l’artista, se il dialogo con la persona e la città o l’imposizione egocentrica del proprio stile o del proprio nome, senza curarsi di ciò che ha intorno. Ed è un atteggiamento completamente diverso. La cosa che secondo me ha portato le persone a interessarsi di nuovo della pittura, della street art e tutto il mercato, di conseguenza, con loro, è stata la facilità di comprensione e l’effetto sorpresa. Diventa curiosità, dialogo, le persone mi scrivono ‘ho visto questa tua opera, mi sono sentita a casa’.
E torniamo all’arte per pochi. Passiamo al cuore della nostra conversazione. Perché aprire un universo, una galleria e un festival dedicato alla street art proprio a Civitacampomarano e perché farlo ora?
Tutto è nato da una coincidenza incredibile. Sono tornata a Civitacampomarano nel 2015 senza rendermi conto che quello fosse il borgo di mio nonno che lui aveva lasciato negli anni Settanta. Così ho ricevuto un’email, con un invito a dipingere lì, e sono partita. Devo dirti che da un punto di vista emotivo è stata una grande emozione ritornare in quel luogo e come artista di strada era una sorta di parcogiochi, c’erano case abbandonate… e così ho cominciato a dipingere scene di vita laddove non c'era più e poi escono un articolo, un servizio sul telegiornale, sono arrivati i turisti. E da quel momento abbiamo capito che potevamo farcela. Il festival è durato dieci edizioni e fino all’anno scorso ha portato a Civitacampomarano tantissimi artisti e una nuova comunità. Nuovi bar, ristoranti. Dopo dieci anni di esperienze, tante nuove famiglie, nuove persone si sono trasferite e hanno salvato le case. Adesso però ho pensato che fosse arrivata l'ora di cambiare l’esperienza, questo per riprendere dei ritmi ancora più lenti, meno festa enorme per pochi giorni e più tempo per restare anche per gli artisti coinvolti; quindi, da qui nasce l’idea della residenza e della galleria che abbiamo inaugurato da poco.
L’arte non dovrebbe aver scopi, ma in questo caso l'obiettivo non può che essere quello di riunire le persone e far riscoprire terre nascoste o dimenticate. Per tornare ad abitarle, a comprenderle.
Quello che ho capito è che quando c’è desiderio e voglia di comunità niente è impossibile. Un paese destinato a sparire come Civitacampomarano ha cambiato il suo destino grazie alla volontà di una comunità, Civitacampomarano ha accolto l’arte perché è diventata una speranza per loro; quindi, secondo me sì, è incredibile come con la coincidenza personale sia stato possibile cambiare il destino di questo borgo. Il nostro festival ha fatto tanta scuola credo, sono nate tante realtà come la nostra, il festival era volto anche al recupero della cultura rurale, a partire dallo stesso nome. All’inizio facevamo anche corsi di cucina, di cucito, di dialetto, l’idea era questa: stiamo perdendo i nostri anziani, una parte della nostra cultura e rischiamo di non recuperarla più. Questo è stato l'esperimento interessante, ossia come un'arte così contemporanea come la street art possa aver messo in luce la bellezza antica.