Dovevamo aprire la rubrica con lui, con l’ultimo romanzo di Emmanuel Carrère, con le sue quattrocento pagine e una lettura gratificante che si nascondeva dietro le parole del grande scrittore francese. Abbiamo così tenuto Kolchoz a giugno e ripreso Gli amori difficili di Calvino per “Ti porto al mare”, un piccolo spazio in cui, fino a settembre, anche sui nostri canali social, recensiremo e/o rileggeremo dei libri per consigliarvi testi da scoprire o riscoprire sotto l’ombrellone. Certo, l’ultimo titolo edito da Adelphi non è il più allegro, distensivo e leggero per una pausa estiva, ma è di sicuro un grande libro per poter, dopo mesi di duro lavoro, riassaporare il piacere delle cose scritte bene. Studiare. E quindi anche un modo per crescere.
Kolchoz di Carrère comincia quando finisce la vita di sua madre, Hélène Carrère d'Encausse, storica della Russia e segretaria perpetua dell’Académie française. Il racconto del suo funerale, i ritratti degli avi, il peso della storia. Carrère avvisa subito il lettore, conscio degli otto miliardi di esseri umani che vivono su questo pianeta, dell’Intelligenza artificiale che “ci inghiottirà”, del disastro ecologico “irreversibile”, della “fine della democrazia”, scrive nella prima parte del romanzo: “Davanti a tutto ciò non è forse completamente fuori luogo scrivere della propria piccola vita che sta finendo, della propria piccola famiglia, della giovinezza dei propri genitori?” (Da E. Carrère, Kolchoz, Adelphi, 2026). Ecco, l'autore non antepone la propria storia a quella del resto della Terra, ma mostra a chi legge uomini e donne che hanno vissuto altri tempi e altre circostanze, a volte sbagliate, altre ingiuste, difficili o complicate. Se è vero che il personale è politico, il familiare sembra esserlo ancora di più. In Kolchoz sono narrate le illusioni, descritti alcuni figli del Novecento, la Russia, le volontà, la letteratura come timone. In Kolchoz partiamo da una famiglia, dalle radici georgiane, dalla figura materna e si finisce a setacciare idee che non ci sono più e quelle che sono rimaste.
Cosa c’entra ora Gli amori difficili con Kolchoz? Niente, avevamo ammesso sopra. Un grande libro, lungo, anche stavolta, ma fatto di piccoli racconti, chiamate avventure. Almeno in una prima parte. La raccolta è divisa in due: Gli amori difficili, La vita difficile. E dentro quest'ultima sezione ci sono due racconti: la formica argentina, la nuvola di smog. Fermandoci però agli amori e alle avventure, ogni narrazione ha dentro di sé un silenzio, un momento d'attesa. Come poi accade con l’amore. Oppure con un'assenza. Non a caso nella presentazione della raccolta nell’edizione Oscar Mondadori del 1993 con un testo di Michele Rago, usano queste due parole per anticipare le pagine che sarebbero venute poi: “Amore e assenza”. Tanti sono i vuoti che incontriamo noi, riga dopo riga. L’avventura di un viaggiatore, nel vagone di un treno in viaggio verso la sua amata, che si crogiola e compiace del tempo di mezzo, e poi quella di due sposi, che non si vedono mai. La geniale avventura di un miope che indossa degli occhiali da vista e conosce l'esterno, perché “il mondo più nuovo che gli aprivano gli occhiali era quello della notte” (Da “L’avventura di un miope” in Gli amori difficili, Oscar Mondadori, 1993, pag. 93). E quell’esaltazione provata dall’uomo che ora vedeva destinata ben presto a finire.
Non so se Kolchoz e Gli amori difficili d’estate diano il meglio di loro, però su due cose sono sicura. Il romanzo di Carrère a due passi dal mare permette a chi lo legge di indagare, studiare, capire e conoscere cose che, durante l’anno, con la pesantezza dei lavori e degli impegni sulle spalle, non avrebbe recepito allo stesso modo. Con la calma attorno si legge meglio. Mentre sul secondo, la raccolta di Calvino, è tutto piuttosto evidente. Quale momento migliore dell'estate in cui esplode la malinconia per leggere storie incerte, appese, rimaste a metà?