“È difficile sentire le cose, poi è un gioco al massacro, però è l’unico che io riesca a portare avanti nel tempo.” (A. Pazienza intervistato da Clive Griffiths nel 1988)
In Andrea Pazienza. Non sempre si muore, mostra curata da Giulia Ferracci e Oscar Glioti al Maxxi di Roma, ci sono gli anni di tenerezze e di lettere, di uno strano senso di inadeguatezza e paura, il Dams, gli amori, Bologna, i suoi Pentothal, Zanardi, Pertini, Pompeo, persino il murale che realizzò dal vivo, in appena tre ore, nel 1987 alla Mostra d’Oltremare, durante la quarta Fiera del Fumetto. Un nucleo di oltre cinquecento tavole a fumetti.
Leggere i suoi versi di ribellione sparsi nelle teche e scritti in una grafia perfetta ci servono per rintracciare lui, l’essenza di Paz, l'artista che in pochissimi hanno saputo descrivere e ancora meno sono riusciti a far parlare, ma anche per permettere a quella parte addormentata, sopita dentro ciascuno di noi, di venire fuori, spalancare gli occhi, aprire la bocca. In Non sempre si muore c’è un giovane Pazienza che è stato giovane sempre e lo sarà per l’eternità. Paz che sentiva tutto, forse troppo, da dentro.
Son pieno d’amore
per gli altri,
son pieno d’amore
e il mio amore
è un fluido magnetico
passato al setaccio.
(A. Pazienza, Cerco la rima, poesia integralmente presente in mostra).
La commozione nei primi disegni, la formazione al liceo artistico a Pescara, l’esperienza di Convergenze. Il pubblico, senza saperlo, da Paz stava aspettando Paz e dunque i suoi personaggi. Era il 1977 quando uscì sulle pagine di “Alter alter”, Le straordinarie avventure di Pentothal. Il racconto di un fuori sede che attraversava i tempi della contestazione giovanile. Erano gli anni degli scontri di piazza, della morte di Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua ucciso da un carabiniere con un colpo d’arma da fuoco. Evento che segna profondamente Andrea che deciderà di sostituire l'ultima tavola delle sue avventure di Pentothal con un chiaro riferimento al tragico evento.
Il '77, quella tensione, e quei fumetti, avevano spalancato le porte per far entrare nell'arte un'aria nuova. Era strano il progetto di Pazienza. A metà tra un diario personale ma ricco di fantasia e uno strumento critico con cui scendere fuori ed esplorare la vita.
Nella mostra che arriva come un dono nell’anno in cui avrebbe compiuto settant’anni - una menzione speciale anche al critico musicale Gino Castaldo per la playlist ideata in occasione dell'esposizione - c’è tutto. L’esperienza alla rivista “Cannibale”, il settimanale “Il Male”, le vignette di Pazienza su Pertini, in lui vede “l’ultimo protagonista di una stagione irripetibile”. Zanardi. Il “cattivissimo” Zanardi che nasce quando nasce la nuova testata “Frigidaire”.
Proprio ieri è uscito un vecchio video della Rai dedicato a lui, in cui Pazienza risponde così a una domanda: “Prima si diceva che ero velocissimo. Poi che ero lentissimo. La verità è che sono semplicemente folle”. Questa immediatezza, questo ritmo discontinuo, questa implacabile velocità unita alla sospensione, la sentiamo rimbombare attorno, chiamarci nei disegni, la vediamo apparire e scomparire nelle rapide interviste video che ci sono rimaste. Era veloce Paz, che in trentadue anni ci ha lasciato un’arte cinica, anarchica, “sbagliata”, forte, attenta, a volte dolorosa altre semplicemente fragile. Era veloce lui, ma non la sua mostra che va vista lentamente, per non rischiare di confondersi. Tanti sono i capitoli della carriera di Andrea Pazienza da conoscere.
Arriviamo così all'ultimo momento. Il più difficile da guardare, anche se lo si poteva prevedere. Siamo alla fine ma torniamo all'inizio, a quell’intervista che abbiamo citato più volte in cui Pazienza al conduttore televisivo comincia a parlare, per pochi istanti, degli artisti che muoiono giovani. Andrea Pazienza sarebbe morto a giugno di quello stesso anno, il 16 giugno 1988 a trentadue anni.
Pazienza aveva pensato altre volte alla morte, ne aveva scritto, l’aveva disegnata persino. A quindici anni aveva rappresentato in un quadro il giorno del suo funerale, a diciannove aveva disposto il suo testamento. Anni dopo aveva ipotizzato la data della sua scomparsa, sbagliando solo di un paio d’anni, poi Il segno di una resa invincibile e, a trentuno, mentre stava completando le ultime tavole di Pompeo, aveva raffigurato la storia di Campofame che attende la Morte per sconfiggerla in un corpo a corpo. Eppure, come ci ricorda la mostra e i suoi testi, la morte del personaggio del disincantato Pompeo non è la morte di Andrea Pazienza. “La morte di Pompeo è la morte di qualcuno che Pazienza cercava con tutte le forze di allontanare da sé”. Tant’è vero che le ultime cose che osserviamo al termine del percorso intorno al giorno e alla notte di Paz sono proprio le idee sul suo futuro, dopo Pompeo, “sogna il figlio che verrà che gli chiede conto della sua dissolutezza.”
Andrea Pazienza. Non sempre si muore è un'occasione: è conforto per chi avrebbe voluto conoscerlo e le sue opere un atto di resistenza contro la maledetta ignavia che ci passa attraverso.