Nel 2004 Billie Joe Armstrong cantava “Do you wanna be an American Idiot?” davanti a milioni di persone e la bandiera americana si macchiava di verde punk. Era il momento in cui i Green Day avevano smesso definitivamente di essere solo una band punk per diventare un simbolo generazionale. Ma la storia più interessante inizia prima. Quando nessuno voleva ancora ascoltarli. Quando non c’erano stadi o copertine dei magazine. Solo tre ragazzi della East Bay, un furgone e una quantità quasi irresponsabile di fiducia nel fatto che una canzone potesse cambiare tutto. Il nuovo film NIMRODS torna proprio lì: al caos prima del successo, al punk prima che diventasse il mito. Prima dei Grammy e prima di diventare una delle ultime grandi rock band capaci di parlare a intere generazioni, i Green Day erano tre ragazzi della California con un furgone, qualche canzone e un’idea semplice: suonare ovunque fosse possibile. È da quella dimensione che nasce NIMRODS, il nuovo film prodotto dalla band, un road movie punk che guarda ai primi anni del gruppo, quando la fama era ancora soltanto una possibilità lontana e il successo non era un destino scritto ma una scommessa.
Il film arriverà nei cinema italiani dall’11 al 18 agosto, distribuito da Nexo Studios, e vedrà protagonisti anche Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool nei panni di loro stessi. Ma attenzione, perché NIMRODS non è il classico biopic rock in cui si ripercorre una carriera già trasformata in mito. È qualcosa di più strano e forse più interessante. È un film quanto accaduto prima del successo.
La storia segue Tommy (Mason Thames), un giovane musicista che riceve una telefonata apparentemente incredibile: lui e la sua band sarebbero stati scelti per aprire il concerto di Capodanno dei Green Day. Il problema è che l’invito è falso. È uno scherzo organizzato dal fratello maggiore Wayne (Keen Ruffalo). Tommy però non lo sa e, convinto di aver ricevuto l’occasione della vita, decide di giocarsi tutto. Ruba l’auto del fratello, carica i compagni della sua band, gli Analog Dogs, e parte verso Los Angeles. Quello che segue è un viaggio pieno di imprevisti e incontri assurdi, intervallato a situazioni al limite del surreale. Una classica commedia di formazione on the road, ma con una differenza fondamentale, perché la strada percorsa dai protagonisti è la stessa strada emotiva attraversata dai Green Day prima di diventare i Green Day. Come raccontato anche da Variety, il film nasce proprio dall’idea di recuperare gli anni della gavetta, quelli precedenti all’esplosione mondiale di Dookie, quando la band viveva ancora la musica come una forma di sopravvivenza quotidiana e non come una macchina da milioni di dollari. Il successo in questa storia arriva dopo, prima c’è il caos.
Per capire NIMRODS bisogna tornare nella California di fine anni Ottanta. La zona è quella della East Bay, tra Berkeley e Oakland, uno dei luoghi più importanti per il punk americano. Qui nasce una scena lontana dai riflettori, fatta di piccoli locali riempiti da gruppi indipendenti con concerti organizzati dal passaparola e musicisti che imparavano facendo. Billie Joe Armstrong e Mike Dirnt iniziano proprio in quell’ambiente. Prima del successo internazionale ci sono gli anni dell’etichetta indipendente Lookout! Records, i primi album come 39/Smooth e Kerplunk! e una quantità infinita di concerti. Era il mondo del “do it yourself”, tradotto: se volevi pubblicare un disco, lo facevi; se volevi andare in tour, trovavi un modo; se volevi essere ascoltato, dovevi costruirti il pubblico. È una mentalità che il film prova a recuperare e - ci permettiamo di dire - a discapito del successo facile promesso dai talent e dai social nella scena musicale contemporanea. Questo film si prospetta godurioso anche perché regala il contrasto con l’immaginario attuale, in cui gli artisti arrivano già “masticati” dai meccanismi dell’industria discografica che li spinge. Il film sembra particolare perché non si focalizza sul momento in cui una band viene scoperta, ma quello in cui una band decide di non mollare, che ricorda un po’ Bohemian Rhapsody, il film che racconta la scalata dei Queen e l’assoluta determinazione di Freddie Mercury.
Il 1994 cambia tutto. Con Dookie, i Green Day passano dai piccoli club alle radio di tutto il mondo. Basket Case, Longview e When I Come Around diventano inni generazionali e improvvisamente quella scena punk che per anni era rimasta ai margini entra nel mainstream. Ma il successo porta con sé una domanda complicata: cosa succede quando una band nata contro il sistema diventa parte del sistema? I Green Day non scelgono la strada più semplice. Dopo Dookie arriva Insomniac, un disco più aggressivo e nervoso, poi il gruppo decide di cambiare ancora. La risposta arriva nel 1997 con Nimrod. Ed è qui che il titolo del film diventa molto più di una semplice citazione. Nimrod è uno dei dischi più curiosi della carriera dei Green Day. Arriva nel momento in cui la band avrebbe potuto tranquillamente replicare la formula vincente di Dookie. Invece sceglie di rischiare. Il disco contiene punk velocissimo, influenze ska, momenti acustici, elementi folk e una scrittura più personale. È l’album di una band che prova a capire se cambiare significhi tradire le proprie origini oppure proteggerle. Dentro ci sono Nice Guys Finish Last, Hitchin’ a Ride e soprattutto Good Riddance (Time of Your Life), una ballad acustica che inizialmente sembrava quasi una deviazione rispetto all’identità punk del gruppo e che invece sarebbe diventata uno dei brani più riconoscibili della loro storia. Il titolo stesso è ironico: “nimrod” in inglese può essere usato per indicare una persona sciocca, ma richiama anche la figura biblica di Nimrod, il grande cacciatore. Un nome pieno di contraddizioni, esattamente come quel periodo della band. Dietro NIMRODS c’è anche una vecchia ambizione di Billie Joe Armstrong, ossia realizzare un film capace di raccontare una band senza trasformarla semplicemente in una celebrazione. In un’intervista riportata da The Hollywood Reporter, Armstrong ha spiegato che tra le ispirazioni principali c’erano film come A Hard Day’s Night dei Beatles, Rock ’n’ Roll High School dei Ramones e Quadrophenia degli Who. Non semplici film musicali, ma fotografie di un’attitudine. Perché alcune band non rappresentano soltanto delle canzoni. Rappresentano un modo di vivere e i Green Day appartengono proprio a quella categoria.
La band protagonista del film, gli Analog Dogs, non esiste realmente. È un’invenzione narrativa. Ma la situazione che vive è profondamente legata alla storia dei Green Day. Prima di suonare negli stadi, Armstrong, Dirnt e Cool hanno passato anni viaggiando per gli Stati Uniti a suonare nei piccoli locali, vivendo quella precarietà che accomuna moltissimi gruppi emergenti. Come ha sottolineato anche Rolling Stone, NIMRODS guarda proprio ai cosiddetti “salad days” della band: gli anni della fame, dell’energia incontrollabile e della sensazione che tutto potesse ancora succedere. È il periodo in cui un concerto poteva finire con una nuova amicizia o un problema con la polizia, in cui una notte passata dove capitava. Niente di più punk di questo immaginario. Oltre ai tre membri dei Green Day, nel cast troviamo Mason Thames, Kylr Coffman, Ryan Foust, Ignacio Diaz-Silverio, Keen Ruffalo, Jenna Fischer, Angela Kinsey, Fred Armisen, Bobby Lee, Sean Gunn e Mckenna Grace. La musica avrà naturalmente un ruolo centrale. La colonna sonora, in uscita il 31 luglio, comprenderà 30 tracce: 22 brani dei Green Day che attraversano tutta la loro carriera, il nuovo singolo I’m Never Gonna R.I.P., quattro registrazioni live inedite dal concerto al Palladium di Los Angeles e materiale legato agli artisti coinvolti nel film. Non sarà quindi soltanto una raccolta di grandi successi, ma una sorta di archivio emotivo della band, dal punk degli inizi fino alla maturità.
Dopo oltre trent’anni di carriera, i Green Day non devono dimostrare più nulla. Hanno venduto milioni di dischi, sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame e hanno trasformato il punk melodico in un fenomeno mondiale. Eppure il loro primo vero film sceglie di non raccontare la gloria. Sceglie il momento in cui la gloria non esisteva ancora. Perché forse il modo migliore per capire una band è tornare al punto in cui aveva ancora tutto da perdere. Un furgone, qualche canzone e una strada da percorrere. E la convinzione assurda che, da qualche parte là fuori, qualcuno avrebbe ascoltato. Non era poi tanto assurda.