"Tutti insieme, disperatamente." È stato il primo pensiero che mi è venuto guardando il trailer di Avengers: Doomsday. Bastano pochi secondi per capire quale sia il piano: Avengers, Fantastici Quattro, X-Men, gli eroi di Wakanda, gli “Atlatidei”, Thor, Namor, Doctor Doom, New Avengers, incursioni, città che collassano, esplosioni, mondi che si sovrappongono, eserciti ovunque. Ogni trenta secondi entra qualcuno. Ogni inquadratura prova a convincerti che stai assistendo all'evento cinematografico della tua vita. Il trailer diventa un catalogo di apparizioni. Lo riconosci. Sorridi. Passi al successivo. Lo riconosci ancora. Un'altra comparsata. Un altro applauso. Un'altra strizzata d'occhio. C'è una fame quasi disperata di stupire, di dimostrare che la Marvel è ancora la Marvel, che il trono è ancora suo, che il re del blockbuster è ancora seduto sul trono. Il problema è che la fame si vede più dello spettacolo. C'è più ansia da prestazione che entusiasmo. Gli scontri si accumulano senza respirare, i tagli arrivano uno dietro l'altro, il montaggio sembra terrorizzato dall'idea che lo spettatore possa fermarsi un istante. Figurarsi provare un'emozione. E intanto la messa in scena continua a sembrare incredibilmente povera per un film che dovrebbe rappresentare il vertice del blockbuster contemporaneo. La fotografia resta slavata, grigia, piatta. Gli ambienti hanno la consistenza di un fondale digitale. Gli attori sembrano cartonati ritagliati e appoggiati sopra scenografie che non esistono davvero. I corpi non pesano. Gli spazi non respirano. A tratti l'immagine ha quasi la consistenza dell'IA slop, soprattutto durante lo scontro fra Thor e Doctor Doom. Persino gli effetti speciali, un tempo il grande vanto della Marvel, sembrano aver perso brillantezza. Fa impressione pensare che Infinity War, uscito anni fa, continui a sembrare più rifinito di un trailer presentato oggi.
Il punto, però, non sono i personaggi. Infinity War ed Endgame erano affollatissimi. La differenza stava altrove. Quando Captain America compariva sullo schermo o Tony Stark indossava l'armatura, il pubblico vedeva dieci anni di cinema, di amicizie, di sconfitte, di sacrifici, di battute, di addii. Quei personaggi avevano conquistato il loro posto. La Marvel Cinematic Universe aveva cementato un immaginario che ormai camminava da solo. Endgame non funzionava perché metteva insieme tutti. Funzionava perché quei "tutti" erano diventati parte della cultura popolare.
Oggi quella forza sembra evaporata. Il trailer continua a guardarsi alle spalle come se davanti non ci fosse abbastanza. Robert Downey Jr. torna nei panni di Victor Von Doom. Tornano Patrick Stewart e Ian McKellen. Tornano gli X-Men della Fox. Tornano i volti che hanno segnato un'epoca. I Fantastici Quattro arrivano spaesati, quasi fossero quattro Testimoni di Geova finiti per sbaglio a un festival metal. Namor ricompare con la speranza che qualcuno si ricordi ancora perché dovrebbe interessargli. I New Avengers cercano disperatamente uno spazio emotivo che il pubblico, finora, non sembra aver avuto alcuna intenzione di concedergli.
La Marvel continua ad allargare il tavolo perché le sedie si svuotano. E allora porta altre sedie.
L'ultimo grande film Marvel resta Guardiani della Galassia Vol. 3. James Gunn raccontava ancora persone prima dei marchi registrati. Rocket aveva una storia che faceva male. Peter Quill arrivava davvero alla fine di un viaggio. Gli addii avevano il sapore degli addii. Da allora ogni film sembra esistere soprattutto per preparare quello successivo. Ogni scena introduce il prossimo personaggio. Ogni dialogo promette che il vero evento arriverà più avanti. È una promessa continua. E il domani, puntualmente, si presenta chiedendo altro credito. Nemmeno il ritorno dei fratelli Russo basta a tranquillizzare. Sono sempre stati onesti mestieranti del blockbuster. Ottimi nel dirigere produzioni gigantesche, bravissimi a tenere insieme cast impossibili, molto meno interessati a imprimere una visione personale. The Winter Soldier resta probabilmente il loro film migliore. Infinity War ed Endgame arrivavano al termine di una costruzione durata oltre dieci anni. Oggi quella costruzione non c'è più. Pensare che basti richiamare gli stessi registi somiglia un po' all'idea che basti rimettere in campo gli stessi giocatori vent'anni dopo per rivincere la Champions.
Persino Pedro Pascal sembra attraversare il trailer con l'aria di uno che non ha ancora deciso se sia davvero Reed Richards o se stia semplicemente passando da un franchise miliardario all'altro. Victor Von Doom almeno possiede uno sguardo feroce. Robert Downey Jr. continua ad avere un carisma che riempie lo schermo ancora prima di parlare. Quegli occhi promettono qualcosa. Forse perfino una grande sfida con Thor e un grande ruolo da “vero” protagonista. Da soli, però, non bastano. Perché questo trailer chiede continuamente al pubblico di ricordare. Molto meno di immaginare.
Eppure, dopo tutto questo, saremo felicissimi di sbagliarci. Lo speriamo davvero. Perché al cinema di massa manca terribilmente una mitologia contemporanea. Manca quella sensazione di assistere alla nascita di personaggi destinati a restare, di immagini capaci di sedimentarsi nell'immaginario collettivo, di blockbuster che diventino un pezzo del nostro lessico comune invece di limitarsi a citare quello costruito dieci anni fa. La Marvel quella magia l'ha avuta davvero. L'ha inventata. L'ha coltivata. L'ha trasformata nel più grande racconto popolare del XXI secolo. Per questo fa ancora più male vederla inseguire continuamente il proprio passato. Se Avengers: Doomsday riuscirà a smentire tutte queste impressioni, saremo i primi ad applaudirlo. Nessuno ha interesse a vedere il gigante continuare a inciampare. Anzi. Abbiamo tutti voglia di uscire dal cinema con la sensazione di aver assistito a qualcosa di enorme, di necessario, di destinato a restare. Oggi, però, questo trailer racconta soprattutto un universo che continua ad aggiungere nomi perché fatica a creare nuovi miti. "Wakanda Forever", certo. La speranza è che, prima o poi, si possa tornare a dire anche "Marvel Forever". Non per nostalgia. Per convinzione.