Che il racconto supereroistico, dal cinema passando per i fumetti e arrivando anche in altri media, non se la passi proprio benissimo negli ultimi anni è ormai evidente. Dopo “gli anni d’oro” del Marvel Cinematic Universe, dal 2019-2020 in poi il sentimento generale del pubblico è cambiato. Se fino a Avengers: Endgame ogni nuovo film Marvel (e non solo) era atteso con trepidazione e i botteghini esplodevano, oggi la situazione è molto diversa: i flop di Thunderbolts e del nuovo reboot dei Fantastici 4 lo dimostrano chiaramente. E anche in casa DC, nonostante l’ottimo Superman di James Gunn, le cose non vanno meglio.
I supereroi (o meglio, il racconto supereroistico in senso lato) sono quindi destinati a tramontare, a meno che non si trasformino in parodie dichiarate come The Boys e Invincible? La risposta è complessa, ma un videogioco uscito quest’anno per PC e PlayStation (con una release piuttosto particolare) sembra aver rimescolato le carte. Si tratta di Dispatch, titolo d’esordio di AdHoc Studio, fondato nel 2018 da alcuni veterani di Telltale Games, con la consulenza di Critical Role, la crew che ha rivoluzionato il modo di comunicare e divulgare Dungeons & Dragons al grande pubblico.
Ma cos’è esattamente Dispatch? In termini semplici, è ciò che un tempo avremmo chiamato “avventura grafica”. Attraverso scelte di dialogo e una componente gestionale tanto semplice quanto intrigante, impersoniamo una sorta di “centralinista” di una squadra di supereroi di serie B. Anzi: di serie Z. Il protagonista è Robert Robertson III, alias Mecha Man, una versione più popolare e sgangherata di Iron Man che, nei primi minuti di gioco, viene non solo sconfitto, ma perde anche la sua armatura. Quando tutto sembra perduto, una sorta di “Supergirl” (Blonde Blazer) gli offre un ruolo nella sua minuscola agenzia, come coordinatore delle missioni di un gruppo di eroi in disgrazia.
Da qui il gioco si biforca: da un lato la parte gestionale, in cui associamo i vari eroi alle richieste di aiuto in base ai loro punti di forza e debolezza; dall’altro, la parte narrativa più pura, in cui seguiamo Robert nel tentativo di ricostruire la sua armatura e, soprattutto, di ritrovare il suo posto nel mondo.
Al di là del comparto tecnico, con animazioni da film Disney, regia pulita ed eleganza visiva ormai rara persino nel cinema d’animazione, è la scrittura a colpire davvero. Dispatch è una boccata d’aria dopo anni di “racconti liofilizzati” che, nel tentativo di accontentare tutti, hanno finito per scontentare tutti. Qui i personaggi non sono figurine piatte: sono esseri umani con fragilità, difetti, inciampi reali. E a differenza di The Boys, dove spesso sesso e violenza diventano quasi un marchio di fabbrica, in Dispatch questi elementi non appaiono mai gratuiti: la storia rimane sempre intima, corale, mai pacchiana — pur facendo ridere, spesso e di gusto.
Nel percorso di Robert si può riconoscere un po’ chiunque: un uomo schiacciato da un’eredità familiare ingombrante e al tempo stesso animato dal desiderio sincero di “fare qualcosa di buono”, anche se quel qualcosa non è mai del tutto chiaro. Le scelte che compiamo non riscrivono radicalmente la trama (è e rimane sempre uno story driven, la direzione è comunque guidata dagli sceneggiatori) ma la qualità della scrittura rende il tutto paragonabile a una grande serie TV. Una di quelle che mancavano da tempo.
Una cosa molto curiosa, poi, è anche il fatto che il gioco è stato rilasciato a puntate. Infatti, il titolo è composto da otto “episodi” o capitoli che sono stati rilasciati a distanza di una settimana a coppie di due. Un ottimo modo per rendere costante l’attenzione e anche per dare modo al pubblico di riflettere e pensare bene a cosa avesse appena giocato (ed è anche il consiglio che vi do: se avete modo, cercate di spezzettare l’esperienza videoludica proprio ad episodi, anche perché la fine degli stessi è contraddistinta da bellissime canzoni proprietarie che sono un mezzo narrativo potente).
A rendere tutto ancora più efficace c’è la voce del protagonista, affidata ad Aaron Paul, volto storico di Breaking Bad. Il risultato è sorprendente: analizzando il supereroe nella sua vulnerabilità, nel suo senso di fallibilità e persino nella sua fatica quotidiana, Dispatch diventa il miglior racconto supereroistico degli ultimi anni. E, paradossalmente, anche la miglior serie TV del genere, pur essendo in tutto e per tutto un videogioco.
Essere supereroi non è mai stato così alla portata di…controller.