Cos’è il Paradiso? Renzo Rubino ci pensa un attimo e risponde: “È l’attesa”. Poi argomenta. Siamo seduti su di una bitta da rimorchiatore nel porto di Otranto, saranno le nove di sera, del formidabile rosato dalle cantine San Marzano alleggerisce il caldo torrido della Puglia. Nico Arezzo sta suonando su di un caicco turco e prima di congedarsi dedica a chi lo ascolta Lu pisce spada di Domanico Modugno. È una storie d'amore intensa, racconta di un gruppo di pescatori che durante un'uscita in barca si imbatte in una coppia, appunto, di pesce spada: con un po' di fortuna catturano la femmina e notano il maschio che le nuotava a fianco, pensano a come fiocinare anche lui. Non ce n’ bisogno però, perché quello si lancia dentro la barca con uno slancio disperato per morire assieme alla compagna. Così inizia la serata conclusiva di Porto Rubino 2026, arrivato alla sua ottava edizione, in una città in grado di risultare poetica anche agli occhi di un redneck dell’Alabama.
Per capire meglio l’evento bisogna prima avere un’idea dell’uomo che l’ha immaginato, Renzo Rubino: 38 anni, pugliese di Martina Franca, l’uomo che ti racconta di aver scelto la locandina del festival quando in casa, alla ricerca di un’idea, gli è cascato in testa un quadretto comprato in anni prima un mercatino dell’antiquariato. “Con tutta questa intelligenza artificiale mi è sembrato che potesse essere una buona soluzione”, ci racconta con una risata. E così la locandina di Porto Rubino è l'acquerello di una barca a vela. “Al mio Renzo di otto anni fa direi di stare fermo, di non fare un evento del genere che è un casino! A parte gli scherzi è un festival molto difficile, siamo in aree portuali, in posti un po’ complicati da occupare. Bisogna stare attenti a diverse cose, poi però ti ritrovi in serate come questa: sta calando il sole, c’è la barca ormeggiata… è un’emozione”.
La serata di Otranto prevede cinque esibizioni: DDuma, Nico Arezzo, Venerus, Vale LP e Ditonellapiaga, oltre allo stesso Rubino che “faccio un po’ da tappabuchi”, seduto al piano alternando pezzi immortali, qualche sua canzone e arrangiando le suggestioni dal pubblico. È in uno di questi momenti che Renzo telefona a sua nonna - prima al cellulare, che però è spento, poi al numero di casa - per farla cantare. Di certo non è stata la prima volta, eppure il livello di improvvisazione è altissimo, riesce clamorosamente. Più tardi ci porterà al suo after party in una villa tra le colline, un’atmosfera da festa di matrimonio dove buona parte del suo team finirà per cantare al microfono: tocca pure a Roberta, il suo ufficio stampa, la donna che ci ha portati a Otranto e che si produrrà a sorpresa in una micidiale interpretazione di Amore Disperato. In breve, è come se Renzo avesse trovato nella musica un piccolo segreto e volesse raccontarlo alla gente.
Non è facile per un cantante, che con l’ego che si ritrova vorrebbe solo far sentire la sua musica al pubblico, organizzare qualcosa in cui i grandi protagonisti sono i suoi colleghi. Renzo si prende gli angoli, i piccoli momenti. Non che l’ego gli manchi, eppure pare che goda della musica soprattutto in quanto rito collettivo. Al quarto bicchiere di rosé “Sessantanni” gli chiediamo cosa sia per lui il paradiso, visto che nella sua testa un concerto è portare la gente a sentire la musica su di un palco galleggiante di fronte al sole che scende nel porto di Otranto. “Il paradiso è l’attesa. Nel mio caso quando non ho nulla da recriminare e nulla da dimostrare, è un momento sospeso. Come quando sono in barca, da solo. Sono piccoli momenti che hanno qualcosa a che fare con la serenità, con la pace. Non tanto con la felicità. Quella roba lì per me è il paradiso. Una bella bolina… e una bella bollicina”.
DDuma, che è arrivata sul palco a piedi scalzi dopo aver vinto il contest “Ti Porto Rubino”, canta in dialetto con una voce potente, sembra antica. Più tardi Venerus si lancia in un set di quasi un’ora, a lui chiediamo come gli vengano le idee migliori: “Un po’ facendo, un po’ lavorando e un po’ entrando in quella risonanza in cui ti applichi tanto a qualcosa e lo reiteri in continuazione. È come se si generassero delle frequenze. Un po’ invece mi succede quando viaggio: quando guido mi vengono tanti pensieri, anche in maniera spontanea. Come se il cervello andasse in una stanza… quando sono alla guida ho accesso a questo luogo più facilmente”.
È quasi mezzanotte quando, con una coppa martini da mezzo litro nella mano sinistra, Ditonellapiaga prende il comando delle operazioni, che non lascerà prima di un’ora e mezza. Un grande show. Ci prendiamo cinque minuti con lei e, tra le altre cose, le chiediamo come scriverebbe ‘Che Fastidio!’ dopo la botta di fama che ha prodotto l’ultimo Sanremo: “Parlando seriamente a darmi fastidio oggi sono le cose più legate al mondo e a come si sta evolvendo, c’è tanta violenza. Mentre se penso al tour è il caldo: questa cosa la fai in due col pubblico, e se hai caldo tu e ce l’hanno loro diventa complicato. Ogni tanto uso una pistola d’acqua, provare con l’idrante potrebbe essere una buona idea”.
Chiuso il porto saliamo su di un furgone nero diretto a Casa Borgia per il gran finale. Altre due ore a ballare, assieme, prima che Renzo torni a dedicarsi al piano bar, cosa che evidentemente lo diverte moltissimo. È come se ci riportasse ad avere vent’anni, una spiaggia davanti e qualcuno con una chitarra tra le mani seduto di fronte. La mattina dopo lasciamo Otranto per le stesse sette ore di treno a cui ci eravamo dedicati il giorno prima per raggiungere l’evento. Porto Rubino era sembrata una trappola del direttore, che ti manda dall’altro capo dell’Italia a scrivere di un concerto nel caldo della Puglia, invece è stato intenso, sincero, potente. Portare la musica sul mare non è una rivoluzione, eppure la rivoluzione si fa così: si insiste in un gesto forte, difficile e d’amore. Che quest’anno ha suonato forte per l’ottava volta.