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2 luglio 2026

Intervista totale a Renzo Rubino: “A Sanremo oggi non mi sentirei comodo. I talent? Sono pericolosi. Porto Rubino è il festival della lentezza e dell’attenzione dove il mare è una frequenza musicale”

  • di Marika Costarelli Marika Costarelli

2 luglio 2026

Le parole di Renzo Rubino, la serenità con le quali le scandisce, descrivono perfettamente l’atmosfera che si respira a “Porto Rubino”, il festival pugliese che unisce arte e mare e che quest’anno giunge alla sua ottava edizione. Abbiamo parlato con lui delle sue partecipazioni al Festival di Sanremo, della musica mainstream e dei talent. Mondi che possiedono una dimensione diversa da “Porto Rubino”, che conserva caratteristiche come lentezza e attenzione. Un evento artistico che fa del mare un elemento complementare

foto di Clarissa Ceci

Intervista totale a Renzo Rubino: “A Sanremo oggi non mi sentirei comodo. I talent? Sono pericolosi. Porto Rubino è il festival della lentezza e dell’attenzione dove il mare è una frequenza musicale”

A Renzo Rubino l’aria da uomo di mare non manca. E lo senti anche dalle sue parole, il mare. In quelle parole che scandisce con serenità, senza alcuna fretta.
Prima di queste otto edizioni di Porto Rubino, il nome di Renzo Rubino era associabile alla sua musica. Cantautore che ha esordito ed è tornato diverse volte sul palco dell’Ariston. La prima volta nel 2013 al Festival di Sanremo, categoria giovani proposte, presenta Il postino (amami uomo), classificandosi al terzo posto. Stesso posizionamento l’anno successivo, quando Renzo Rubino gareggia con Per sempre e poi basta e Ora, ma stavolta nella categoria Big. Passerà da Sanremo poi una terza volta, nel 2018, con il brano Custodire.
L’anno successivo l’artista dà vita a uno dei più importanti festival pugliesi: Porto Rubino, appunto, che quest’anno giunge all’ottava edizione. Il festival continua a navigare seguendo una rotta tutta sua. Nato da un'idea dello stesso Renzo, è diventato negli anni un appuntamento unico dell'estate italiana, capace di trasformare porti, scogliere e coste pugliesi in palcoscenici dove musica, parole e mare si incontrano.
Per il 2026 il viaggio si rinnova ancora il 14, 16 e 18 luglio con tre tappe: pensare, ballare e cantare. Tanti gli ospiti e una formula che torna a mettere al centro il concerto nella sua forma più completa, senza rinunciare agli spazi di confronto e contaminazione che hanno reso Porto Rubino un progetto riconoscibile e in continua evoluzione. Ne parliamo con lui, ideatore e direttore artistico del festival, per raccontare questa nuova edizione e la rotta che continua a guidare il suo viaggio.

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Locandina di Porto Rubino 2026

Com’è stato esordire in un palco così ambito come l’Ariston? E che tipo di aspettative avevi?
Quello è proprio il sogno che si avvera, la cosa più bella che mi sia capitata. Se torno indietro mi viene in mente la meraviglia che vivevo stando sul palco, ma anche dietro le quinte. Il fatto di far parte del mondo della musica, pur essendo un ingranaggio microscopico, dopo tanta gavetta e sacrifici, è stato assurdo. Vedere lì i miei genitori, i miei nonni, il mio maestro d’orchestra, che erano tra i pochi che credevano in me è stato bellissimo. Un sogno ad occhi aperti che non è replicabile. Sanremo l’ho rifatto altre volte, ma non si può paragonare alle emozioni della prima volta. Nel mio lavoro non ho mai avuto aspettative, perché sento la fragilità del mondo della cultura e dell’arte, quindi ho sempre vissuto il momento senza proiettarmi in avanti.

 

Nel 2013 esordisci a Sanremo con un brano coraggioso: “Il postino (amami uomo)”. Una canzone del genere potrebbe avere oggi lo stesso impatto di allora?
“Il postino (amami uomo)” era semplicemente una canzone d’amore. Mi sarebbe piaciuto che all’epoca fosse passata inosservata, anche se non è stato così. Non è neanche una canzone di denuncia, ma d’amore tra due uomini. All’epoca se ne parlava, ma penso che in alcuni contesti oggi abbiamo fatto dei passi indietro. I valori dell’umanità - anche delle persone al potere - si sono dimezzati, irrigiditi. Il periodo storico che stiamo vedendo è pregno di violenza, anche nella parola, nel giudizio. Ancora oggi, quindi, bisogna parlarne anche esagerando, in modo che venga trasmesso il messaggio: “noi siamo liberi di essere noi stessi e non abbiamo paura di mostrarci”.

 

Bisogna essere provocatori?
Per me non esiste un modo provocatorio. Sono decisamente più provocanti alcune battute che fanno certi politici. Mostrarsi per quello che si è è una grande forma di libertà e bisogna continuare a farlo perché evidentemente la violenza da parte di chi non accetta questo è purtroppo all’ordine del giorno.

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Porto Rubino durante un'edizione passata Ilenia Tesoro

Parteciperesti un’altra volta al Festival di Sanremo?
La vedo una cosa remota, perché ho intrapreso un altro percorso, lontano da quello mainstream. Non che il mainstream non mi piaccia. Semplicemente non ero più comodo in quel percorso lì. Oggi in un contesto sanremese una mia canzone non avrebbe molto risalto, perché non risulterebbe estremamente popolare. Semplicemente non mi sento affine a quel mondo lì. Io mi sento più comodo in altri contesti: in luoghi anche più piccoli, ma dove c’è attenzione verso un racconto. Non voglio dire che non mi piacerebbe partecipare, magari un giorno sarebbe bello tornarci, ma credo che oggi sia difficile. Non per una mia volontà, ma per una volontà generale, per come sta andando oggi la musica, che non è meno bella, semplicemente è diversa.

 

Cosa premia oggi nell'ambiente musicale?
Non voglio essere presuntuoso nella risposta, però credo che abbia a che fare con il saper parlare alle generazioni attuali. Credo che il modo di parlare, il suono della musica, debba avere tanto a che fare con la nuova generazione. Deve essere il più possibile comprensibile. E poi se penso al mainstream ci sono degli esempi che trovo di grandissimo valore, come Marracash e Caparezza, che parlano ai giovani nonostante loro siano più grandi. Bisogna parlare a loro. Chiaramente in questi anni è subentrato un aspetto comunicativo che va oltre la canzone stessa, ossia l’immagine, il mondo dei social e tutto quello che viene costruito intorno all’artista.

 

Secondo te i talent servono davvero a chi vi partecipa?
I talent secondo me sono pericolosi, perché è vero che possono portare a un successo immediato alcuni, ma possono portare anche dallo psicologo tanti altri. La cosa che non viene spiegata è che il talent non ti dà il successo, ti mostra cosa succederebbe se avessi successo: attenzioni, interviste, follower. Ma quella lì è solo un’idea, non è la realtà. Il problema subentra quando i ragazzi escono dal talent e quella roba lì si sgonfia, devono essere loro poi a trovare la strada per arrivare a un traguardo. Alcuni ce la fanno. Per esempio Francamente è menzionata nella cinquina del Premio Tenco, o Nico Arezzo (che è anche ospite di Porto Rubino). Ma sicuramente per andare a un talent bisogna avere le spalle larghe, la capacità di affrontare una cosa che rischia di creare delle illusioni.

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Renzo Rubino si esibisce insieme a Levante, ospite di un'edizione del festival Ilenia Tesoro

Porto Rubino si svolge in varie località della Puglia (Taranto, Savelletri e Otranto). Come mai la scelta di questa location?
Volevo fare qualcosa per la mia terra. Io sono innamorato dell’elemento mare e di tutte le storie legate alla marina. Mi ricordo che nel 2019 (quando nacque Porto Rubino) si parlava della possibilità di chiudere i porti. E io, che avevo la mia barchetta e che ho sempre amato vivere il mare, mi sono reso conto che non c’è una cosa più accogliente del porto. Lì convivono un sacco di personalità diverse: ci sono i pescatori e le pescatrici, i cantieri navali con dentro gente di ogni nazionalità. C’è un grande senso di comunità. Quando si è in mezzo al mare di notte, quando si alza il vento e sei in una situazione di difficoltà e cerchi il faro, ti rendi conto che il porto è l’elemento salvifico. Io volevo creare il mio porto sicuro, un luogo dove la musica possa esprimersi anche se diversa. A Porto Rubino ci sono diversi generi musicali. Il porto è vivo e ha diversi linguaggi che io ho voluto rappresentare attraverso la musica.

 

Tra gli ospiti del festival ci sono nomi più mainstream e altri più di nicchia. Come avviene la selezione degli artisti?
All’inizio, quando è nato Porto Rubino, ho chiesto aiuto agli amici, tra cui Diodato e Giuliano Sangiorgi, che sono stati tra i fondatori artistici del festival. Io mi sono spesso allontanato cercando di lasciare spazio anche al resto. Ogni anno serve trovare un tema, nuovi linguaggi, altrimenti diventerebbe un semplice concerto sul mare e invece non è così. Poi bisogna trovare un equilibrio tra tutti gli artisti. Noi cerchiamo di trovare una comunità anche in termini musicali, ecco perché anche quest’anno esploriamo tantissimi generi. C’è la musica che io chiamo “del pensiero”, ossia quella che dà molto valore al testo, e un esempio di ospite che la rappresenta è Carmen Consoli; si passa poi alla musica elettronica con artisti come Dardust, per esempio; c’è spazio anche per la musica mainstream pop Come Ditonellapiaga e Venerus. Ci sono anche artisti che stanno crescendo come Nico Arezzo, Angelica Bove, Vale LP e nuovi emergenti che hanno vinto un contest che abbiamo lanciato, purtroppo ne abbiamo scelti soltanto tre, ma anche gli altri meritavano un sacco. Insomma è un festival ricco: dal pensiero al divertimento.

 

Porto Rubino sembra conservare una dimensione molto intima. Che tipo di messaggio porta un festival del genere ad una società come quella odierna che rincorre i numeri?
Sicuramente indurre a rallentare. I valori del festival sono proprio la lentezza, il rispetto del luogo, l’attenzione. Porto Rubino si svolge in posti che possono contenere al massimo mille persone, perché non sempre tutto è accessibile. Anche la dimensione è legata ai movimenti costanti delle onde del mare calmo, che procedono con attenzione e lentezza. Porto Rubino vuole invitare a viversi l’adesso con profondo rispetto per lo spazio in cui ci si trova. Credo che questa sia una dimensione a cui si dovrebbe tornare: meno gente e più attenzione.

 

C’è un artista giovane con il/la quale ti piacerebbe collaborare?
Mi piace molto Madame che scrive davvero bene.

 

Porto Rubino ti vede anche direttore artistico. Ti senti più affine a questo ruolo o a quello di cantautore che si esibisce sul palco?
Nel mondo dell’organizzazione dei festival io mi sento decisamente scomodo. Si parla di un lavoro che non riguarda l’arte direttamente. Io sono più un animale da palcoscenico, da studio. Mi piace più il momento della creazione della musica, ho bisogno di emozionarmi. Diciamo che mi nutro da una parte per sfogare dall’altra. Però non ti nascondo che un domani mi piacerebbe levare gli ormeggi e lasciare Porto Rubino, lasciarlo andare per la sua strada e dedicarmi esclusivamente alla musica, con la consapevolezza di aver creato qualcosa di speciale per il mio territorio.

 

Se dovessi descrivere l’atmosfera che si respira a Porto Rubino, che parole useresti?
Prima ho utilizzato la parola “lentezza”, ma mi viene in mente un termine nautico che forse è anche più adeguato: il rollio. Quel movimento che si crea quando sei su una barca e le onde ti attraversano, mentre la barca lentamente si muove. Ecco questa è la sensazione che si ha quando si partecipa a Porto Rubino. Si ha l’impressione di essere sospesi su un’unica grande imbarcazione e il mare che è la frequenza musicale che non ti abbandona mai durante tutto il festival, non è una cosa scontata. Il rumore delle onde, dall’inizio alla fine, sono una frequenza attiva del festival, mentre alle spalle c’è tutta la città.

https://www.youtube.com/watch?v=qyCAv_YrKCQ&t=1400s

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