C'è una cosa che manda fuori di testa quasi tutti i cantanti. No, non sono le critiche di MOW. Ma vedere una propria canzone strappata dal suo contesto e trasformata in uno slogan che dice esattamente il contrario di ciò per cui era stata scritta. È successo di nuovo, stavolta con Katy Perry. L'account TikTok ufficiale della Casa Bianca ha pubblicato un video dei raid americani contro l'Iran accompagnandolo con Firework. Non una scelta casuale: il celebre “boom, boom, boom” del ritornello è stato sincronizzato con le esplosioni dei bombardamenti, in una specie di montaggio da meme militare. La cantante ha reagito duramente, spiegando di non aver autorizzato l'utilizzo del brano e ricordando che Firework era nata come un inno alla speranza, alla resilienza e all'autostima, non certo come colonna sonora di una campagna di comunicazione bellica. Ma, è risaputo: Trump fa sempre come gli pare. Ci sembra eccessivo, per non dire utopistico, pretendere da lui valori che non gli appartengono, come il rispetto.
La vicenda, al netto dello scontro politico con Donald Trump, racconta qualcosa di molto più interessante, ovvero che gli artisti, spesso, non si arrabbiano perché qualcuno usa le loro canzoni senza autorizzazione, ma quando qualcuno ne cambia il significato e le strumentalizza. Pensate se usassero una vostra frase, estrapolandola completamente dal contesto in cui l’avete detta, per diffondere un messaggio che si oppone totalmente ai vostri valori. Ci incazzeremmo tutti per una cosa del genere. Questo, tra parentesi, è anche un discorso simile al dibattito che ruota intorno all’intelligenza artificiale: l’idea che qualcuno possa utilizzare la nostra voce per farci dire ciò che preferisce. Il punto non è solo la mancata autorizzazione, ma soprattutto l’intento che si cela dietro questo atto. Chiaramente i social media manager di Trump volevano postare un video figo con una canzone figa come Firework perché, si sa, tira più una hit che un pelo di fi*a. Ma è anche vero che non ci vuole una laurea in comunicazione per capire che la musica è il mezzo più efficace per rendere un messaggio valido e plausibile: pure se si tratta di bombardamenti. E allora l’Iran bombardato diventa quasi cinematografico sulle note di Katy Perry. Che succede? Che i social media manager in questione rischiano (volontariamente) di rendere, non solo legittimo, ma anche spettacolare il bombardamento di un Paese.
E in Italia un precedente clamoroso c'è stato parecchi anni prima, con Francesco Guccini. Nel 2012, a Roma comparvero manifesti dedicati al 25 aprile che rendevano omaggio ai “ragazzi di Salò”. Lo slogan pescava una frase da La locomotiva: “Gli eroi son tutti giovani e belli”. Un'appropriazione che lasciò Guccini furioso. Il motivo era intuibile. La locomotiva non è mai stata una celebrazione dell'eroismo fascista. Anzi. Quella frase aveva un'evidente sfumatura ironica, inserita dentro una canzone che racconta tutt'altro. Guccini spiegò che il verso era stato completamente frainteso, decontestualizzato e “maltrattato”, ricordando che il 25 aprile rappresenta la Liberazione dal fascismo e che mettere sullo stesso piano i partigiani e la Repubblica Sociale significa cancellare la storia. Disse anche una frase rimasta celebre: “Tra quelli di Salò ci sarà stata anche gente in buona fede, ma stava dalla parte sbagliata”. E aggiunse che la Resistenza combatteva per la libertà, mentre la Repubblica Sociale combatteva accanto ai nazisti. Appropriarsi di un brano di Guccini per quell’occasione significa associare l’alta cultura al nazismo, pensate l’assurdità, ma soprattutto la pericolosità di questa associazione. Il copyright, in casi come questi, è il male minore. È il senso che diventa il vero problema. Ed è esattamente quello che oggi sostiene Katy Perry: Firework è stata trasformata nel contrario di ciò che rappresenta. Un pezzo scritto per dare coraggio a chi attraversa un momento difficile diventa la colonna sonora delle bombe: è un paradosso. È un cortocircuito simbolico prima ancora che politico.
Trump, del resto, ha una lunga storia di rapporti complicati con i musicisti. L'elenco è ormai sterminato. I Rolling Stones gli hanno intimato più volte di smettere di usare You Can't Always Get What You Want. Bruce Springsteen ha contestato l'utilizzo della sua musica nei comizi. Neil Young è arrivato persino alle vie legali per l'uso di Rockin' in the Free World. La famiglia di Prince ha protestato per Purple Rain. Rihanna ha chiesto di interrompere l'utilizzo di Don't Stop the Music. Gli eredi di Sinéad O'Connor hanno definito “disgustoso” l'impiego di Nothing Compares 2 U. Celine Dion ha ironizzato pubblicamente quando My Heart Will Go On è stata fatta risuonare durante un comizio, chiedendosi, con sarcasmo, “davvero quella canzone?”. E negli ultimi mesi anche Ariana Grande, Olivia Rodrigo e Sabrina Carpenter hanno preso le distanze dall'uso delle loro canzoni in video ufficiali dell'amministrazione Trump dedicati ai raid dell'ICE e alle politiche migratorie.
Naturalmente non è un'esclusiva della destra americana. Da decenni la politica prova ad appropriarsi della musica, perché una canzone arriva dove un comizio non arriva: è più la musica che serve alla politica. Perché condensa emozioni e costruisce identità, crea appartenenza. Se riesci a fare di un brano cult la colonna sonora di un comizio o di un video per i social, hai già vinto metà della battaglia comunicativa. Il problema nasce quando quella colonna sonora racconta un'altra storia. È successo con Guccini, quando un brano profondamente lontano dall'immaginario della Repubblica Sociale è stato piegato a sostenere un messaggio nostalgico. Succede oggi con Katy Perry, quando una canzone sull'autostima viene usata per accompagnare immagini di guerra. La storia si ripete. Le canzoni, una volta pubblicate, vivono di vita propria ed è anche questo il bello della musica: entrano nelle case, nelle manifestazioni, negli stadi, nei funerali, nei matrimoni, nei cortei, a seconda di come vengono interpretate. Ma questo non significa che possano essere svuotate del loro significato originale senza che chi le ha scritte abbia qualcosa da dire. La libera interpretazione rimane sacrosanta, l’appropriazione, invece, è tutta un’altra storia.