Gianmarco Cellini vive in Belgio da sempre, ma le sue radici sono italiane e lui non ha mai smesso di comprenderle per comprendersi, di ricercarle per trovare una propria identità personale, ma anche artistica. Al telefono ci confessa di non parlare perfettamente l’italiano, a causa dell’accento belga che compromette la pronuncia. In realtà lo parla benissimo e dal modo in cui parla della sua storia si percepisce un profondo legame con il Bel Paese.
A 900 metri sotto terra, nelle miniere del Limburgo belga, una generazione di italiani ha costruito una nuova vita lontano da casa. Tra quei lavoratori c’erano anche i nonni di Gianmarco, musicista belga nato a Maasmechelen e cresciuto tra le radici marchigiane della famiglia paterna e quelle siciliane della madre. Oggi, a ottant’anni dall’inizio dell’emigrazione italiana in Belgio, Cellini compie il percorso inverso: torna in Italia con la sua musica, vicino ai luoghi da cui la sua famiglia è partita. Il suo progetto Anemoia era nato proprio da questa frattura: la nostalgia per qualcosa che non si è vissuto direttamente, ma che è rimasto attraverso racconti, immagini, sapori e assenze. Dopo anni passati tra ricerca d’archivio e riscoperta di tradizioni popolari quasi dimenticate dalla comunità italo-belga, Cellini ha trasformato quella memoria in un disco che unisce percussioni del Sud Italia, ritmi mediterranei ed elettronica.
Il 1° agosto sarà a Roseto degli Abruzzi per Transumare Nello Spazio, l’appuntamento che porta il percorso di Transumare Fest oltre il festival estivo, aprendo la serata prima del concerto de I Cani. Un contesto particolarmente significativo per un artista che ha fatto del movimento, delle migrazioni e del rapporto tra musica e territorio il centro della propria ricerca. Abbiamo parlato con Gianmarco di eredità familiari e identità italiana all’estero, di quelle tradizioni perdute che ricordano cosa significhi tornare in un luogo che appartiene alla propria storia prima ancora che alla propria memoria.
I tuoi nonni sono partiti dagli Appennini per andare a lavorare sotto terra in Belgio. Tu dal Belgio sei voluto tornare. Cosa ti ha spinto a farlo?
Sette anni fa i miei nonni sono morti e a quel punto ho capito che la storia che raccontavo sempre, cioè il fatto che io sia nipote di un ex minatore che ha fatto questo viaggio, non era più una storia viva, ma raccontava del passato. Per capire meglio da dove sono venuti i miei nonni e le mie radici, sono ritornato un paio di anni fa in questi piccoli paesi di montagna. Da lì è nato l’album e ho capito che tornare in Italia con la mia musica sarebbe stato l’omaggio perfetto per questa generazione. L’ho fatto anche per conoscere la mia identità. Perché quando sono in Belgio mi chiamano “l’italiano” e quando torno in Italia sono “il nipote del Belgio”. Sono tornato in Italia proprio per creare una nuova identità, che fosse data dalle mie radici italiane, ma anche del mio presente belga.
Giochiamo sui pregiudizi: qual è la cosa più italiana che fai senza rendertene conto?
Con i miei amici del Belgio litighiamo sempre sul tema cibo. Per esempio, quando fanno una carbonare con la panna, si divertono a mandarmi le foto per farmi arrabbiare. E poi in Belgio c’è un’usanza che non esiste, ma da noi nella comunità italiana - Maasmechelen - sì, è legata ai bar, che una volta erano i bar dei nonni. La mattina passo a prendere il solito caffè veloce al bancone e vedo che i belgi non capiscono questa abitudine, passano ma non entrano.
E la cosa più belga che fai?
Arrivare in tempo. In Belgio, un po’ come in Germania, fanno le cose in maniera più strutturata. Dal Belgio ho imparato questo. Lo sento soprattutto quando devo andare al consolato di Bruxelles, per esempio per il passaporto. In Belgio prendi un appuntamento e basta.
Nel tuo studio hai la foto della chiesa dei tuoi nonni, come fosse un oggetto religioso quasi. Tu credi che il legame che hai con questo immaginario sia nostalgia o un’idealizzazione?
Nasce sicuramente da questa idealizzazione del ritorno che i nonni avevano in mente. Loro mi parlavano sempre di questi posti, come se l’Italia fosse il Paese dove tutto andava bene, un vero e proprio ideale. Sono cresciuto con questa idea dell’Italia, invece ora quando torno vedo anche le cose che non vanno bene. Sicuramente io sono cresciuto sentendo una storia dell’Italia che nasceva dalla nostalgia dei miei nonni. Quello che volevo fare era tornare con la musica, è più un ritorno simbolico.
Le pappardelle ai porcini sono un po’ un simbolo della tua storia. Da cosa nasce?
Mi ricordo che da noi, a settembre, mi portavano sempre nei boschi a cercare i porcini. I belgi ci guardavano strano perché li mangiavamo. E per noi quel momento, quel cibo è diventato motivo di orgoglio. Mio padre li portava a casa, li cucinava e quell’immagine ritorna ogni anno, a settembre. Adesso anche i miei amici belgi mangiano le pappardelle ai funghi nella mia comunità. Ho importato la tradizione marchigiana. Sono gli italiani che hanno portato in Belgio l’importanza della connessione con la natura.
Gli italiani in Belgio sono stati una comunità straniera per molti anni. Oggi molti italiani guardano alle nuove migrazioni con sospetto. Cosa ti interessa mettere in risalto di questo aspetto?
Quando ero piccolo qui in Belgio sentivo un sacco di cose che sento in Italia. A mio zio dicevano: “Venite qua per rubarci il lavoro, il nostro pane”. Negli anni ‘70/’80 c’erano anche dei cartelli con su scritto: “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Negli anni ‘90, invece, arrivarono i turchi e i marocchini e la “passione” di questi politici del popolo si è spostata su di loro. Aver vissuto da italiano all’estero ti dà un’idea molto chiara di come la gente possa avere pregiudizi su un determinato gruppo di persone. Per questo per me è importante raccontare la mia storia da immigrato, per far capire agli italiani che eravamo noi quelli additati, è importante non dimenticare la nostra storia. Poi io, essendo parte della terza generazione, non ho quasi neanche sentito questo pregiudizio, se non in maniera leggera quando ero bambino, ma le generazioni precedenti lo hanno vissuto eccome, soprattutto quelli che venivano dal Sud Italia. Alla fine nel mirino dei politici ci sono altre “categorie”, ma il principio rimane sempre, purtroppo.
“Anemoia”, il tuo album, parla della nostalgia per un luogo che non abbiamo mai vissuto. Pensi che questo sentimento appartenga alla tua generazione?
Questo è il simbolo che ho trovato, perché sentivo tantissimo anche in altre persone questa nostalgia per ciò che era lontano dal nostro mondo, quasi come non si trattasse realmente di una nostra nostalgia, ma più di quella dei nostri nonni o antenati. Si tratta di stare sempre tra due mondi. L’ho sentito la prima volta che sono tornato in Italia, vicino a questa chiesa: mi sentivo a casa, nonostante io non sia mai stato in montagna né ero mai stato in Italia prima di quella volta, però la connessione c’è. Per me l’album è una ricerca tra questi due mondi. Forse proprio lì in mezzo c’è una nuova identità, perché ho attraversato diverse fasi: ho voluto sentirmi solo italiano, poi solo belga, ma alla fine nell’album ho trovato la risposta e cioè che va bene avere due identità e starci in mezzo. Ho fatto quasi pace con questo aspetto. Per esempio, non riesco a sentirmi mai totalmente italiano perché anche se parlo la lingua, c’è sempre questo accento belga che non mi fa sentire abbastanza. Ma è tipico anche della nostra generazione non sentirsi mai abbastanza. C’è da dire che io qui non parlo quasi mai in italiano, in generale qui nessuno lo fa. Paradossalmente senti più dialetti italiani. Per esempio alcune persone del Campobasso che vivono qui in Belgio parlano ancora un dialetto che si parlava ottant’anni fa.
La musica popolare e la musica elettronica apparentemente sono due mondi molto distanti. Come sei riuscito a trovare un compromesso?
Per me era importante non suonare musica popolare, perché non l’ho vissuta, ma solo riscoperta, dato che appartiene a una parte della mia storia. Io sono cresciuto soprattutto con la musica elettronica e quella belga. Per me era importante capire i ritmi e le intenzioni della musica popolare, cosa c’era dietro e poi lasciarlo andare. Nell’album lo senti, non suono la musica popolare ma ci sono strumenti o influenze che la ricordano. Questo per me è un simbolo della mia identità italo-belga: possiamo usare le nostre radici e portarle nel futuro, ma non copiare. Serve capire da dove viene la musica popolare e quindi da dove veniamo anche noi. Spesso mi chiedono che genere sia la mia musica, forse il genere si chiama proprio “italo-belga”.
Hai suonato anche al Tomorrowland. Cosa ti ha dato quel mondo?
Dal 2019 fino al 2023 ho suonato ogni anno al Tomorrowland, l’ultimo anno ho suonato al main stage. L’esperienza mi ha fatto capire che avevo bisogno di cercare una storia con i musicisti e con la musica. Non riuscivo a raccontare questa storia in un DJ set. Da quel momento, anche dopo un tour in Sudamerica, ho deciso che dovevo smettere per un paio di mesi, non suonare più per la gente e capire meglio quello che volevo raccontare. Da lì sono tornato in Italia e ho iniziato a comporre. Mi sentivo meglio rispetto a quando suonavo in questi grandi festival, c’è una grande differenza e avevo bisogno di cambiare, perché quello che facevo nei DJ set era più intrattenimento.
In Italia ci sono ancora diversi pregiudizi sulla musica elettronica. Ti dà fastidio l’idea che la tua musica diventi un sottofondo da aperitivo?
Da noi in Belgio c’è la cultura della musica elettronica, si capisce cosa c’è dietro. Ci sta che si pensi che sia anche da lounge bar. Quello che è importante è capire la differenza tra i musicisti e quelli che usano sample già esistenti o producono con l’IA. Purtroppo c’è in giro tanta musica che non ha “il cuore dentro” e penso che anche la gente che non si occupa di musica lo senta quando c’è, magari non sa spiegare le ragioni, ma lo sente.
Se dovessi scegliere una canzone per raccontare la tua famiglia quale sarebbe?
C’è una canzone di Rocco Granata, il cantante di Marina. Lui viene dal nostro paese, in Belgio. C’è un’altra delle sue canzoni che si chiama Straniero, dove in fiammingo racconta la sua storia. Ma in un fiammingo pessimo, quasi come il mio italiano o peggio (ride). Un fiammingo che parlavano i miei nonni, che non lo parlavano bene, com'è tipico dei migranti. Straniero parla proprio del fatto che ovunque andasse lui si sentisse straniero. Penso che questa sia un po’ la sintesi della mia storia.