Da un'idea nata tra appassionati di musica heavy e cultura rock, Luppolo in Rock è riuscito a ritagliarsi un posto di rilievo nel panorama dei festival italiani. Quest’anno si è svolto il 16, 17 e 18 luglio e sono già confermate le date per il 2027, mentre si lavora già alla line up. Anno dopo anno, l'evento di Cremona è cresciuto senza perdere la propria identità, coniugando grandi nomi internazionali, attenzione per le band emergenti e un'atmosfera che mette al centro il pubblico. Per ripercorrere le tappe di questo percorso e capire cosa c'è dietro l'organizzazione di un festival sempre più apprezzato, abbiamo intervistato Massimo Pacifico, tra gli ideatori e anima del progetto. Abbiamo deciso di attenzionare il festival perché nella loro pagina Instagram, un paio di giorni fa, è stato pubblicato un reel che ha fatto tanto rumore sul web. Evidentemente ha colpito nel segno, al momento giusto. Il discorso che Massimo fa sul palco non è preparato, anzi, risulta spontaneo e porta con sé un messaggio chiaro: a Luppolo in Rock no PIT, no token. E che è il pubblico che decide cosa pagare. Pertanto, al di là della denuncia al mondo dell’organizzazione dei grandi concerti, che anno dopo anno continua a lucrare sugli eventi a discapito del pubblico, Massimo sottolinea la responsabilità che hanno le persone nel momento in cui scelgono a cosa prendere parte.
Nel tuo intervento durante il festival evidenzi che voi non farete mai pagare i PIT e i token al pubblico. Qual è la trappola economica di questi meccanismi e perché avete scelto di non inserirli durante l’evento?
Noi partiamo dal presupposto che siamo dei fan. Di concerti ne abbiamo visti tanti, quindi tutte quelle trappole a noi, così come al pubblico, non entusiasmano. La differenza è che quando tu fai suonare gli Iron Maiden o i Metallica, tutti si fanno andar bene tutto: pit, token e altre porcherie. Si sa come funzionano i token: tu ne compri una quantità e non riesci mai a spenderli tutti, quindi a chi offre questo servizio rimangono mediamente un euro/un euro e cinquanta in tasca. Fondamentalmente equivale a rubare i soldi, anche perché il giorno successivo cambiano modello e non sono più utilizzabili. Se proviamo a pensare a un concerto degli Iron Maiden che hanno fatto 25.000/30.000 persone circa, a chi offre il servizio token rimangono circa 30.000 euro in tasca senza aver mosso un dito. Se guardi il numero di token che ti sono rimasti in tasca e moltiplichi il prezzo del token per il numero di partecipanti al concerto, i conti sono chiari. Sono porcherie legalizzate.
La vostra location consentirebbe di creare la zona PIT?
La nostra non è una location piccola. Noi abbiamo una capienza di 2700 persone. Ci avevano detto che non potevamo fare i PIT, ma non è vero perché abbiamo delle bellissime balconate. Quei posti potremmo venderli come PIT a chissà quanti soldi, magari con il tavolino e la birra al servizio. Ma non lo facciamo perché è una cosa odiosa. Io sono stato abituato a guadagnarmi il mio posto ai concerti: se volevo finire in prima fila andavo ai cancelli in largo anticipo. Oggi con lo sporco denaro se un fan può permettersi di più rispetto ad un altro, si può permettere di arrivare al concerto anche dieci minuti prima ed entrare nel PIT.
Quindi senza PIT e senza il margine di guadagno dato dai token, come si regge in piedi il Luppolo in Rock dal punto di vista economico?
Noi abbiamo investito tanto, in particolare io che otto anni fa ho creduto in questo progetto. Fortunatamente sono sostenuto da una quantità di persone che mi vogliono un bene dell’anima, tutti volontari che amano questa musica. Siamo persone che si sono ritrovate dopo tanti anni. Io avevo una birreria dove si ascoltava soltanto musica metal, da lì la compagnia si è riformata e da una festa della birra abbiamo deciso di tirare giù qualche rock star. Perché eravamo un po’ stanchi di continuare ad andare a Mantova, Padova, Verona ecc. a vedere concerti. Ci chiedevamo perché a Cremona non si organizzasse mai niente. Fondamentalmente non c’era un organizzatore matto come me che si metteva nella condizione di farlo. Non è facile, ma noi ci sosteniamo con i biglietti venduti e con la vendita della birra. Chiaramente se un anno sbagli e fai cinquecento persone, ti fai male. Se non hai le band giuste, il popolo risponde fino a un certo punto. Sto scrivendo anche un libro per raccontare come nasce il festival, i retroscena e come sono riuscito a sostenerlo. Parliamo comunque di un festival che costa 400.000 euro. Abbiamo perso due amici che se fossero ancora qui oggi si strapperebbero la pelle per valorizzare il Luppolo in Rock. Otto anni sembrano pochi, ma noi li viviamo intensamente, c’è tanto da raccontare. Lavoriamo un anno al festival e poi quando arriva vola via in un attimo.
Qual è lo spirito del Luppolo in Rock e il motivo per cui la gente dovrebbe scegliere di parteciparvi?
Il messaggio che ho lanciato dal palco era proprio questo: al Luppolo in Rock bisogna venire indipendentemente da chi suona. Noi portiamo fior fior di gruppi, in otto anni abbiamo fatto suonare almeno 250 band, da quelle più rinomate alle open act. Non è facile, per questo abbiamo bisogno di mille abbonamenti, di uno zoccolo duro che ci dia liquidità. Perché avere centomila euro in mano sin da subito, cambia tutto: ti puoi permettere di dare un deposito a una band dodici mesi prima e scritturarla per venire al Luppolo. Sennò rischi che tutte le altre agenzie di promoter e management si accaparrino tutto, perché magari hanno anche più storicità. Chiaramente sono differenti da noi, perché loro fanno i concerti e noi facciamo un festival, le condizioni per loro sono molto più agevolate. Non a caso gli Helloween hanno suonato due volte a distanza di sei mesi. Queste sono cose che chi è nel settore conosce. Poi il nostro non è un festival blindato, c’è un clima molto umano. Possono entrare acqua, cibo ecc. Quale festival te lo permette?
Nel reel dici che “non vi danno i gruppi”. Vuoi farci un esempio?
Ci sono diverse agenzie e ce n’è una di riferimento che è austriaca e si chiama Cobra. Questa agenzia nel loro roster ha una quantità di band molto rinomate: PowerFlow, Amorphis, per fare degli esempi. Se tu vuoi una di queste band e parli con Cobra, loro ti rimbalzano all’agenzia italiana. Noi negli anni abbiamo provato a lavorare con questa agenzia italiana, ora abbiamo deciso di non provarci più, perché non ci siamo mai trovati bene. Ti passano sempre i gruppi che dicono loro dandoti motivazioni che non reggono. Ci dicono che la location è piccola, che la band che abbiamo chiesto non è in tour: sono tutte palle. Loro non hanno mai voluto investire su di noi, probabilmente perché non sono mai riusciti a creare un festival come il Luppolo. Non si spiega altrimenti, perché noi facciamo un festival all’anno, non dovremmo dare fastidio. Dopo otto anni abbiamo trovato agenzie e management che si dicono interessati a partecipare al Luppolo in Rock. Certo che il manager dei Metallica non ci contatterà mai, ma non è neanche il nostro obiettivo. Noi non vogliamo perdere lo spirito umano del festival, quello che ci contraddistingue.
Avete mai richiesto la partecipazione di un gruppo, ma siete stati ostacolati?
Tantissimi. Quest’anno volevamo i Testament per chiudere la serata della domenica. Sapevamo che con loro avremmo fatto sold out, quindi 2700 persone. Ci siamo arrivati vicino perché le duemila le abbiamo superate. I Testament sarebbero stati disponibili, ma devi sempre passare dal manager che passa dall’agenzia Cobra che poi decide, probabilmente perché avevano firmato un’esclusiva, non so. Non è semplice portarli da noi: o hai tanti soldi e te la rischi con un’offerta folle, strapagandoli, oppure rinunci. Lo abbiamo fatto con i Saxon nel 2023 ma, come ti dicevo, si allontana un po' dallo spirito del festival.
Secondo te il rock in Italia sta soffrendo?
Non credo. Il live rock è sempre il live rock. Poi noi abbiamo una location molto bella che lo valorizza ancora di più. Sono tre o quattro ore di concerto. Il rock non morirà mai. Adesso ci sono tante band nuove che fanno nuovi generi e quindi molti giovani seguono ciò che in questo momento fa parte della loro vita, come io ero legato agli Iron Maiden da ragazzo. Ma ci sono tantissime band straniere e non che stanno emergendo. Poi non si sa perché le band straniere abbiano sempre più successo in Italia. Eppure noi abbiamo artisti impressionanti, ma riescono fare più successo all’estero. Vero anche che dipende da quanto vengono spinge dai manager. Noi abbiamo sempre dato la possibilità di poter suonare alle band italiane. Le band che si esibiscono al Luppolo in Rock, però, ci tengo a dirlo, suonano canzoni loro, non cover.