Odissey. Dici Nolan dici dibattito, quest’anno pure polemica. Ma dici anche film da sold out e successo, al botteghino come di critica, dici operazione coraggiosa, ingegnosità, dici no CGI, ne dici tante. Nolan è uno dei pochi registi a cui realmente si adatta il proverbiale “fa discutere”. Quest’anno, con un film dedicato all’Odissea, ha lavorato a uno dei progetti più ambiziosi in assoluto e lo ha fatto con intelligenza, per alcuni anche troppa. Il canto delle sirene? Solo Ulisse (Matt Demon) può ascoltarlo e dunque neanche noi spettatori lo sentiamo. Scilla e Cariddi? È il problema di etica pratica dell’uomo grasso. La felicità dietro la menzogna della vita con Calipso (Charlize Theron)? Una provocazione antiplatonica e antikantiana. Infine: la legittima vendetta (o legittima difesa?). Due cose mi hanno colpito del film. L’uso del nero e l’uso del suono. Nolan non è nuovo alla sperimentazione musicale, grazie al genio di Hans Zimmer. Stavolta la musica non può ciò in cui riesce il rumore. L’urlo del ciclope figlio di Poseidone e causa del suo viaggio, quando Ulisse dà ordine ai suoi di trafiggergli l’occhio, la forza della tempesta e il ruminare dei porci, il battito del rhàbdos dell’aedo (Travis Scott) nella sala rumorosissima con i pretendenti di Penelope. Il suono della corda dell’arco pizzicata da Odisseo prima della caccia. E poi il buio: della caverna del ciclope la prima volta che appare, chiudendo dietro di sé l’ingresso nella grotta; del ventre del cavallo di legno (a sua volta scuro) mentre i greci affogano nell’attesa di vincere la guerra; il buio della notte e della tempesta e del mare quando la nave che li avrebbe dovuti riportare a Itaca viene distrutta per un torto fatto agli dei; il nero notte dell’armatura di Agamennone (Benny Safdie). In fondo il messaggio mi è parso chiaro. Ogni tappa di Ulisse è un’estensione del suo lungo naufragio, all’interno del quale il rumore e il buio gli impediscono di pensare e, dunque, di tornare a casa.