Il 5 luglio, durante un photocall a Londra per Odissey (il nuovo film d Christopher Nolan che abbiamo visto in anteprima e di cui vi abbiamo parlato qui), Zendaya ha mostrato un paio di orecchini descritti dal rivenditore Barron London — boutique di Mayfair specializzata in gioielleria antica — come "medaglioni d'oro di Ziwiye, Iran, primo millennio a.C.". I dischi, che avrebbero tra i 2.000 e i 3.000 anni, sarebbero stati incastonati con diamanti e oro giallo 18 carati dal gioielliere Glenn Spiro, utilizzando — secondo Barron London — una montatura "non invasiva" pensata per non alterare i reperti originali. Il pezzo apparterrebbe al cosiddetto Tesoro di Ziwiye, un'enorme collezione di gioielli, ceramiche e altri manufatti scoperta nel nord-ovest dell'Iran alla fine degli anni Quaranta e da allora dispersa tra musei e collezioni private in mezzo mondo — con oggetti conservati anche al Metropolitan Museum di New York, al Louvre e al British Museum. A far esplodere il caso è stata un'archeologa nota sui social con lo pseudonimo "Dr. Z", che ha pubblicato un video sostenendo come questi manufatti siano verosimilmente frutto di scavi illegali e sottolineando il paradosso di vederli indossati da un'attrice statunitense proprio mentre il suo Paese è in guerra con l'Iran. Nel suo intervento ha definito la scelta come pura "commodification" del passato — un modo per trasformare un patrimonio storico in status symbol — accusando chi celebra questi look di alimentare, anche solo con l'hype, il mercato nero delle antichità.
Alcuni utenti hanno difeso l'attrice sostenendo la sua buona fede — non potendo conoscere con certezza la provenienza esatta dei pezzi — mentre altri hanno sottolineato che, trattandosi di una professionista con uno staff di stylist ed esperti al seguito, la scelta avrebbe meritato una verifica più attenta. Interpellato dai media, il fondatore di Barron London ha dichiarato che gli orecchini non sono mai stati messi in vendita e restano parte della collezione personale dell'azienda. Secondo la sua ricostruzione, i medaglioni sarebbero stati autenticati dal mercante londinese David Aaron e venduti al gioielliere Glenn Spiro nel 2016, prima di essere acquisiti da Barron London nel 2025. L'azienda sostiene che i reperti vengano gestiti "in conformità con la provenienza documentata e tutti i requisiti legali applicabili". Resta però un punto controverso: diversi accademici fanno notare come l'espressione "provenienza non divulgata" o "collezione privata" sia spesso, nel mercato dell'arte antica, un modo elegante per dire che la storia dell'oggetto — cioè come e quando abbia lasciato il Paese d'origine — semplicemente non è verificabile. Un archeologo australiano, docente universitario di storia e archeologia, ha definito la vicenda "un enorme problema", spiegando che il mercato nero delle antichità mediorientali è alimentato da un mix di colonialismo e povertà: nei siti di scavo, i lavoratori locali percepiscono spesso compensi minimi, mentre chi guadagna davvero dal traffico sono i mercanti occidentali. Un esperto londinese di arte e storia islamica, dal canto suo, ha parlato di un atteggiamento "distaccato" e "orientalista" da parte delle celebrità occidentali, che tratterebbero la storia antica di Iran e Medio Oriente come patrimonio culturale scollegato dagli Stati moderni che oggi lo rivendicano.
La vicenda si inserisce in un trend più ampio di celebrities finite nella polemica per gioielli dal passato scomodo, a metà tra colonialismo e appropriazione culturale. Solo pochi mesi fa Margot Robbie ha indossato lo storico diamante Taj Mahal — realizzato per volere di un imperatore Moghul e passato, secondo gli storici, attraverso il saccheggio persiano di Delhi del 1739 — durante la promozione di Wuthering Heights. E nel 2022 Kim Kardashian scatenò un putiferio simile indossando l'abito originale "Happy Birthday, Mr. President" di Marilyn Monroe al Met Gala, con accuse di aver danneggiato un pezzo da museo. A rendere il caso ancora più delicato è la tempistica: il photocall londinese si è svolto proprio nei giorni in cui la tregua tra Stati Uniti e Iran, siglata a metà giugno, mostrava segnali di cedimento, con nuove tensioni nel Golfo Persico e la reintroduzione di un blocco navale statunitense. Diversi commentatori hanno osservato come indossare manufatti iraniani in questo preciso frangente storico rischi di apparire, quantomeno, di pessimo gusto. Al momento non risultano procedimenti legali formali né richieste ufficiali di restituzione da parte di autorità iraniane collegate specificamente a questi due medaglioni. Alcune fonti minori hanno parlato genericamente di "autorità culturali iraniane" al lavoro sul caso, ma si tratta di informazioni non confermate dalle testate più autorevoli che hanno seguito la vicenda, e vanno quindi trattate con cautela. Resta il fatto che la polemica ha riportato al centro dell'attenzione pubblica un tema tutt'altro che nuovo: il confine sottile — e spesso comodo per il mercato dell'arte — tra "collezione privata di prestigio" e "reperto trafugato", specialmente quando riguarda Paesi del Sud globale con cui l'Occidente intrattiene rapporti diplomatici tesi.