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2 agosto 2026

Sì, sono una siciliana vera e odio il mare

  • di Marika Costarelli Marika Costarelli

2 agosto 2026

Basta, ho deciso di fare coming out, mettere nero su bianco ciò che in molti ritengono essere uno scandalo: vivo al mare ma non lo amo. Non ci vado, non prendo la tintarella. Sono bianca, cadaverica e così voglio rimanere. Il mare d’estate? È chiassoso e volgare, non c’è poesia. Ho provato a dargli l’ennesima chance, ma nessun fattore ha contribuito a farmi cambiare idea
Sì, sono una siciliana vera e odio il mare

In trentatre anni di vita la domanda che mi hanno rivolto più spesso non è: “Quando ti fidanzi?”. Sono sicula e vivo a Gela, una città che si affaccia su uno splendido mare. E questa potrebbe essere la premessa di una favola, ma che si trasforma in un incubo quando arriva la questione madre: “Ma non ci vai ammare?”. E come glielo spieghi che anche se vivi a pochi passi dal litorale più bello della Sicilia, il mare non ti piace? Più facile confessare un omicidio che ammettere una cosa del genere. Da sicula puoi rinnegare le arancine e i cannoli, con la scusa che ti provocano reflusso gastrico, ma il mare, quello no. Il mare lo amano tutti: chi ci vive ne fa una bandiera, chi non ci vive lo brama tutto l’anno. Non so voi, ma a me ha un po’ rotto le ovaie l’incredulità che mi tocca sorbirmi ogni volta che ammetto il mio peccato originale. Sarà per questo che a ‘sto mare concedo un’altra chance. Nessuno mi distoglie dal fatto che il mare sia leggermente idealizzato. Voglio dire, è solo un mare. Acqua che si muove seguendo il flusso delle correnti.

Comunque, anche quest’anno c’ho riprovato. Volevo vedere se in questo fine luglio 2026 l’odore della salsedine fosse capace di emozionarmi. Allora ho preso la macchina, il coraggio e una notevole quantità di volontà e “sono scesa ammare”. Finché sono ancora in macchina tutto bene. Dal finestrino la spiaggia è un quadro in movimento pieno di colori. Il problema è scendere dall’auto: primo perché la temperatura raggiunta grazie all’aria condizionata è praticamente ideale; secondo perché trovare parcheggio non è esattamente un dettaglio. Tanto che l’aria fresca presente dentro l’auto a un certo punto non basta più, perché il sudore prodotto per trovare parcheggio equivale a dieci lezioni di CrossFit (che mi guardo bene dal fare). E allora iniziano le imprecazioni, finché non trovo un piccolo spazio in cui la mia Panda può entrarci. Sudata fatta, calendario nominato, parcheggio trovato. Va tutto malissimo, ma non demordo perché, cazzo, ci sarà un motivo se dire che non amo il mare desta tanto scalpore.
Mi dirigo verso la scaletta che conduce al chiosco sulla spiaggia dove lavoravo l’anno scorso. Sì, lavoravo al mare. L’anno scorso avevo deciso di combattere questa mia repellenza con la terapia d’urto. Ha funzionato? No. Il punto è che non odio il mare, ma il mare d’estate. Perché d’inverno è tutta un’altra storia, come cantava la Bertè. C’è un’altra poesia, una commovente solitudine. Saranno i colori cupi della stagione più fredda, quei colori che amo perché probabilmente i miei antenati erano la famiglia Addams. Non lo so. Sta di fatto che il mare d’estate lo trovo volgare, così come quelle orribili scarpe aperte che mi costringono a guardare i piedazzi di uomini e donne che li sfoggiano senza vergogna alcuna. Ma forse parlo per invidia, dal momento che sono podofobica.

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Il mare di Gela (CL)

Ovviamente non indosso il costume, non esageriamo, quindi decido di sedermi a un tavolo del chiosco. Ma prima di arrivarci, mi sfilo le scarpe. Quando poggio il primo piede sulla sabbia setosa della spiaggia gelese, la sensazione è piacevole. Peccato che dal quarto o quinto passo in poi mi pentirò amaramente di essermi tolta le scarpe, perché le probabilità che qualcosa ti punga sotto la pianta del piede sono, ahimè, altissime. E questo nessuno ve lo dice quando vi fanno l’elogio al mare. Così come non vi dicono che al mare non ci si rilassa per un cazzo. “Il rumore delle onde?”. Ma quale rumore delle onde? Io sento solo la cassa che stona Al mio paese di Serena Brancale, Delia e Levante. Che probabilmente l’hanno scritta per pura perversione: volevano essere odiate male. E quando la radio smette finalmente di passarle, cosa sento? Le urla dei bambini sulla spiaggia e quelle delle madri che li rimproverano. Sembra la guerra dei mondi, altro che relax. Persino il mare se potesse parlare vi manderebbe a fanculo quando vi viene la brillante idea di pubblicarlo sulla storia Instagram con la scritta “Sto bene al mare”. Mi fa piacere per te, ma io no e ne ho pieno diritto di stare male al mare. Ci voleva pure Mengoni ad alimentare questo cliché su quanto sia figo starsene spaparanzati sulla spiaggia. Mentre la radio passa, per l’appunto, Sto bene al mare, penso che forse quella sbagliata sono io.

E se invece fossi la più sincera? Perché poi, a guardarle bene, queste persone al mare non mi sembrano poi così entusiaste. C’è un papà, per esempio, che tiene in braccio la sua bambina, che avrà più o meno un anno. La madre è impegnata a spararsi dei selfie di precisione con la bocca a papera: ma sono ancora di moda? Sta di fatto che questo papà mi sembra particolarmente spazientito perché ha già espresso più di una volta il desiderio di fumarsi una sigaretta. Sento la sua astinenza da nicotina farsi gigante e la sua rabbia salire di livello, tanto che avverto una leggera ansia. C’è tensione, ma Il mare se ne frega, come cantavano i OneMic. Forse devo imparare dal mare. Ma proprio mentre sto partorendo questo mio pensiero filosofico, il papà esplode in una sorta di grammelot in gelese che non posso assolutamente tradurvi. La bambina passa immediatamente nelle braccia della madre e il papà si allontana furente con la sua sigaretta già pronta per essere polverizzata. Qui ci starebbe una bella riflessione su quanto sia sopravvalutata l’idea di famiglia. Ma non ne ho il tempo, perché a pochi metri da me, dalla passerella, arriva l’adolescente che si è fatta un taglio al piede: odio il sangue, potrei svenire. Per fortuna non è niente di grave, ma questo clima da pronto soccorso mi innesca una nausea che mi fa passare la voglia di tutto. Quindi, quando arriva il momento di ordinare, non so cosa prendere e io non bevo caffè. E so già che su quest’altro punto mi toccherà scrivere un altro articolo in cui spiego per quale incredibile ragione mi faccia schifo il caffè. Alla fine scelgo una crema di caffè, perché è sempre la scelta migliore quando non sai cosa prendere. E sì, quella mi aggrada anche se sa di caffè che tanto detesto. Sono dei Gemelli, la contraddizione mi appartiene e il paraculismo pure.
 

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Gelato cioccolato e pistacchio, al porto, vista mare

Ero venuta al mare con l'idea di mangiare un gelato, scrivere qualcosa di profondo e ascoltarmi, ma altro che ascoltare, mi viene difficile pure sentire se i ragazzini che giocano a beach volley alla mia destra urlano come stessero giocando la finale di pallavolo mondiale. E come se non bastasse, sono etnomofobica: ho la fobia degli insetti, delle api in particolare. E indovinate cosa svolazza al mare? Quel ronzio mi devasta e mette il mio sistema nervoso in uno stato di allerta costante, perché alla prima ombra di ape devo essere pronta a scappare via. Una volta urlavo anche, ora ho imparato ad avere reazioni più moderate: mi volatilizzo alla velocità della luce in un dignitoso silenzio. Se mai nessuna ape mi ha punta, un motivo ci sarà. Io sono più veloce. Anche questo è diventare adulti. L’anno scorso, sempre in questo chiosco, ho sperimentato un metodo per tenere lontane le api mentre lavoravo: caffè macinato sulla parte esterna del bancone. Serena io, sereni i miei colleghi, sereni i clienti. Mentre mi torna alla mente questo ricordo, non posso fare a meno di notare lui: il più figo di tutti. Quello con più muscoli che neuroni funzionanti che ti guarda appena attraverso l’occhiale da sole specchiato. Non può mancare al suo tavolo lo Spritz ghiacciato e giusto qualche oliva perché oggi non è giornata di sgarro. Con l’orecchio teso provo a captare cosa sta dicendo al suo amico, mentre in radio passano i The Kolors. Ha l’aria sicura di chi sa bene cosa sta dicendo. E infatti riesco a cogliere una frase: “Le olive mangiale tu, io sto già sgarrando con l’alcol e ho già mangiato prima i miei venti grammi di mandorle”. Mi sento triste per lui, tanto che mi viene voglia di ordinare un panino completo (ndr: panino con wurstel, patatine, ketchup e maionese). Che poi, quanto odio la parola “sgarro”? Molto più di quanto odi questa sabbia che mi si appiccica alla pelle perché il vento umido in questa zona è una costante.

La mia crema di caffè si scioglie ancora prima che possa dire “grazie” alla cameriera che me l’ha servita al tavolo, l’eccessivo movimento intorno a me mi sovraccarica di stimoli e ho già bisogno di correre a casa ad elaborarli con calma, al fresco. Sono trascorsi solo venti minuti. Il mare non ha avuto il tempo di raccontarmi niente e io, dopo aver diligentemente pagato, mi avvio sfinita verso la mia Panda. E alla fine il gelato vado a mangiarmela al porto, dentro la mia macchina che isola tutto quel frastuono che mi ha fatto venire il mal di testa. Fortuna che al porto è passato il venditore ambulante di gelati, così ho potuto esaudire il desiderio che aveva mosso questa mia breve ma intensa escursione. Perché sì, se c’è un cliché che mi sento di confermare è che “il mare stanca”. Non appena tornerò a Torino farò leggere questo articolo ai miei amici settentrionali quando mi chiederanno: “Ti manca il mare, vero?”.

https://www.youtube.com/watch?v=_Iq-3VyRFzM

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