Sono pinguini immobili che mi guardano da dietro i loro occhiali da sole scuri, i bagnanti. Immobili, in posa su un gommone bianco, immobile sul mare calmo e azzurro come il cielo. Sono animali senza pelo, alieni, spaventosi. Pascolano camminando sugli scogli neri, mossi ciascuno da una volontà, verso un altrove, verso un fine individuale. Appollaiati come piccioni a guardare il vuoto dell'orizzonte marino che si confonde con il cielo, gli uomini come le bestie. Parole leggere e pesanti, hanno un senso solo per chi le pronuncia o chi crede di pronunciare con denti bianchi, senza badare di essere pronunciato. Sono pinguini, uomini, donne, bambini, leoni, gazzelle, ippopotami. Una signora da trecento chili immobile, seduta su uno scoglio appuntito ha un tatuaggio sulla schiena rossa ustionata. È un angelo con una spada, sulla spalla una rosa. Sul velo dell'acqua silenziosa si notano ad un tratto teste che galleggiano inespressive. Teste e crani dai capelli bianchi e biondi tinti. Sono uomini e donne anziane, che immobili galleggiano silenziose. Galleggiano silenziosi, gli uomini. Pinguini in un caffè, in un altrove. Galleggiano rassegnati, pensando un pensiero che letto all'inverso non ha più senso, perché altro non è che un sogno.
Si leva la voce di una signora che, richiuso il suo Adelphi, sentenzia aristocratica. “Non si passa per le dune, è parco naturale, cafone!”. “Fatti i cazzi tuoi”, risponde il ragazzotto robusto che con disgrazia ha appena scavalcato la staccionata che recinta le dune. Quelle dune di sabbia bianca finissima che d’inverno si ricoprono d’un’erbetta simile alla peluria. Peluria che il comune di Stintino - quando tutta la selva che custodiva quella gemma preziosa che è la spiaggia della Pelosa venne sventrata - decise di recintare per renderne illegale l’accesso ai turisti. Tutti quei turisti pieni di soldi che sarebbero accorsi numerosi con i loro macchinoni sulla strada asfaltata appena costruita, con tanto di marciapiede e parcheggio a pagamento (salatissimo). Turisti da ogni dove che i sardi avrebbero accolto con la loro caratteristica insofferenza in quell’eco mostro dell’hotel Roccaruja, un tempo del dominus Angelo Moratti. Ma, dicevamo del “fatti i cazzi tuoi” a cui la signora chiamata in causa risponde con un applauso di sdegno da sotto il suo ombrellone incastrato fra gli scogli. Il ragazzotto, ignorando la madre che gli intima di lasciar perdere azzarda un “Vieni qui a dirmelo”. Ha un accento bergamasco, una canotta nera da basket, il fare da coatto di periferia, gli occhiali e i capelli arruffati. Nel mentre si avvicina minacciosamente alla signora che avrà più o meno sessant’anni, accompagnata dal marito e i figli, due esemplari di abbronzati genovesi dalle sopracciglia corrucciate. Padre e figlio fermano il ragazzotto impazzito e gli si avvicinano naso contro naso, quasi ci trovassimo nell’ultima puntata della serie tv Gomorra. Ora il ragazzotto ha le mani incrociate dietro la schiena, come un boxeur. “E pensare che questo era il feudo estivo di Enrico Berlinguer che era così una brava persona, così educata. E oggi, invece, una marea di cafoni”. Commenta da sotto l’ombra di un ginepro un signore che sembra uscito da un romanzo di Chesterton. "Pensa che addirittura la casa di produzione pornografica Vixen di recente ci ha girato un video porno in una delle case lassù". Qualcuno chiami i Carabinieri. Anzi, meglio andarsene via, al bar, fa caldo, è venuta fame, c’è bisogno di un panino e in giro c’è troppa gente nervosa.
Questi scogli sono ormai la scomoda e frastagliata casa estiva di chi il braccialetto per starsene steso sulla sabbia di quella spiaggia protetta e ad accesso limitato che è la Pelosa, non lo vuole pagare. Bisogna prenotare con mesi di anticipo per poi starsene stesi tra infiniti ombrelloni, bambini urlanti, madri apprensive e padri dal sottopalla sudato rigorosamente con una stuoia di paglia sotto l’asciugamano. E sì, perché se no arrivano quelle guardie a metà tra dei postini e delle guardie forestali vestite di verde scuro che sulla divisa da boy scout hanno scritto su “Barracelli”. E quando arrivano ti fanno una multa salatissima dopo averti umiliato e mortificato perché tu stai prendendo il sole e loro sono invece i custodi della salvezza di quella natura minacciata dal prezioso, ma odiosissimo turismo. I Talebani e i Sardi hanno più di una cosa in comune. Una di queste è l'odio innato per i turisti. Da sotto l’ombrellone del chiosco si osserva la distesa infinita di ombrelloni, bambini, vecchietti e l’aria vibra bollente nel meriggio. L’acqua azzurra è cristallina, davvero non ha nulla da invidiare a quella dei Caraibi, ma una massa indefinita di esseri umani si accalca sulla riva di quella tavola azzurra di quel mare che separa la terra ferma dall’Isola Piana. Uno scoglio di terra dietro alla quale si erge maestosa l’Asinara, dove un tempo c’era il carcere di massima sicurezza in cui risiedette anche Renato Vallanzasca e che venne fatto chiudere con il decreto Biondi voluto da Silvio Berlusconi nel 1994. Oggi i boss stanno al 41 bis nelle carceri della terra ferma dove comunque parrebbero eterodirigere il traffico di auto incendiate alla periferia di Alghero e Sassari. “E che co, però, porca puana, dovete mettere un cartello, la gente se no si ammazza”. Sbraita un ciccione in camicia di lino bianca occhiali da sole, pelato, accompagnato da suo figlio ancora più grasso di lui e vestito tale e quale. A quanto pare il tipo è scivolato sulla passerella in legno sulla quale sono installati rubinetti ad altezza ginocchio per lavarsi i piedi (a cosa cazzo serve lavarsi i piedi. Con la stessa acqua si sarebbero potute mettere delle docce, ma per quelle bisogna pagare). “Lavati i piedi” gli risponde il sardo con un sorriso beffardo. Il ciccione diventa rosso dalla rabbia e masticando bestemmie ed improperi ormai lontani nell’aria pesante del meriggio, si allontana con il figlio con aria incarognita. Appena messo piede sulla sabbia la ciabatta in plastica si scioglie, una pallonata ci raggiunge alla tempia, e una volta riversi a terra osserviamo quel che ci circonda. Una madre con accento casertano sculaccia il figlio mentre il padre con tatuata la madonna sul petto sventra un’anguria con un cucchiaino di plastica che però gli si spezza al primo affondo.
Un signore con l’accento sardo, la polo e gli occhiali da sole da ciclista con fare da spacciatore si avvicina alle famiglie appollaiate sotto i piccoli e striminziti ombrelloni domandando se fossero interessati a una dose di “pecorino sardo”. Un bagnino dello stabilimento – sempre gli stessi gestori, in Sardegna la direttiva Bolkestein non attecchisce – intima a una coppia di tedeschi di alzarsi dal lettino e di abbandonare l’ombrellone blu, riservato alla famiglia “Rossi”, che hanno prenotato tutto il mese. I due spilungoni non rispondono neanche, si alzano, si fanno un giro e poi si piazzano sotto un altro ombrellone una volta che il bagnino se n’è andato. Fa un po’ caldo. Tuffiamoci a mare, facciamo una nuotata verso la torre. “Una torre del medioevo, per difendersi dagli immigrati” ride con accento sardo un signore che galleggia al largo. Sta facendo la pipì, ma crede che nessuno se ne accorga, ma il giallo della sua urina, miscelato all’azzurro cristallino dell’acqua genera una chiazza verde che piano piano si allarga. Facciamo in tempo ad allontanarci, torniamo a riva. Riemergiamo su quegli scogli dove in principio avevamo assistito alla rissa. Domandiamo ai pochi rimasti come fosse andata a finire. Un ragazzo, che si era messo in mezzo per separare i litigiosi risponde “Se ne sono…”, ma la sua compagna lo interrompe con pesantissimo accento siciliano: “quel picciotto è un grosso mi**one”. Un ombrellone prende il volo con una folata di vento e con la sua stecca appuntita inizia a volteggiare pericolosamente nell’aria per planare verso una vecchia che, come se avesse visto l’angelo della Morte inizia a urlare con le mani parate davanti agli occhi. Un posto tranquillo.