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Pokemon, Star Wars e stipendi in mattoncini: abbiamo chiesto a Paolo Crepet perché gli adulti stanno in fissa coi Lego. C'entrano le "scopate in spiaggia" e i "nonni colonialisti"

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

  • Foto: Ansa

14 gennaio 2026

Pokemon, Star Wars e stipendi in mattoncini: abbiamo chiesto a Paolo Crepet perché gli adulti stanno in fissa coi Lego. C'entrano le "scopate in spiaggia" e i "nonni colonialisti"
Un Lego da 650 euro e un mercato trainato dagli adulti: i “kidult”. Gioco, stress, infantilismo e capitalismo tardo. Dai mattoncini all’Iran, Crepet legge nei Lego un sintomo inquietante del nostro tempo

Foto: Ansa

di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

Non vi pare un po’ un’anomalia che un modellino Lego possa arrivare a costare 650 euro? Beh effettivamente con l’inflazione e tutto quel complesso di cose tra cui guerre, costo delle materie prime, mano d’opera, eccetera eccetera, ci può anche stare. Ma la cosa un po’ inquietante è che un quarto del mercato italiano dei giocattoli è sostenuto da un certo tipo di clienti. I cosiddetti Kidult, ovvero adulti-bambini che non acquistano questi costosi giocattoli per i propri figli, ma per sé stessi, perché ci giocano loro. Ma cosa c’è di male? Nulla, però diciamo che è un fenomeno alquanto sinistro. Gli adulti sono quelli che guardano il telegiornale, leggono i quotidiani, pagano le tasse e poi, magari di nascosto, alle due di notte mentre moglie e figli dormono… no, non vanno a prostitute, ma se ne salgono in soffitta e costruiscono mattoncino su mattoncino la scultura di un pokemon. E’ molto inquietante come fenomeno, dato che poi il 90% di questi soggetti lo farebbero per combattere lo stress. Qual è la radice profonda di questo bizzarro fenomeno antropologico? E cosa ci racconta della nostra società, del nostro tempo? Lo abbiamo domandato al noto psichiatra e sociologo Paolo Crepet, che non ha certamente bisogno di presentazioni. Siamo partiti dai Lego e siamo finiti a parlare dell’Iran, del colonialismo occidentale, del capitalismo 2.0 fatto di miliardari insoddisfatti che hanno perduto il senso della vita e siamo giunti a una conclusione. L’uomo non si è dimenticato cosa sia il giocare bene, d’altronde Lego proprio questo significa in lingua danese. Ma lo diceva pure Shakespeare, c’è del marcio in Danimarca.

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Dottor Crepet, che ne pensa di questi adulti che giocano ai Lego?

Sarebbe strano non fosse così. I bambini non sanno più neanche cosa siano i Lego. Quindi ormai è un feticismo, il Lego.

Certo, ma secondo lei da cosa può essere dovuto? C’è qualche radice profonda?

I Lego una volta venivano regalati dai genitori ai bambini e questi passavano ore e ore a costruire le loro cose, era una cosa intelligente, giusta. Da quando siamo diventati stupidi queste cose le abbiamo tolte. Ci è rimasto il papà un po’ rincoglionito che gioca ai Lego come lo zio che ha i trenini in soffitta.

Certo, certo. Ma c’è stato un momento particolare in cui si è diventati stupidi?
No, un po’ alla volta. Però ci è piaciuto, quindi siamo stati abbastanza costanti. Abbiamo perduto le cose essenziali. Lei capisce che un bambino che non gioca perde una cosa essenziale. Quindi ci vuole anche un certo coraggio a togliere dalle mani di un bambino un gioco.

Che educazione possono dare dei genitori che giocano ai Lego come dei bambini?
Mah, i bambini neanche se ne accorgono, probabilmente, che papà alle due di notte sta costruendo una Ferrari con il Lego. È abbastanza inutile, come non è un esempio positivo né negativo, è semplicemente un’altra cosa.

Non è forse un tempo perduto che questi adulti cercano di ritrovare?

Se fosse questo quel Lego lo regalerebbero ai figli, torno a dire. Se fosse un tempo perduto, se uno si ricordasse di quando era bambino, di quanto se ne è giovato di quella costruzione, allora sarebbe tutta un’altra cosa.

Alcuni studi sostengono la tesi per cui il 90% di questi adulti che s’intrattengono con questi giocattoli lo fanno anche per ridurre lo stress

Una volta si usavano delle palline morbide, per esempio, ma non credo che sia così interessante discuterne. Uno cerca di combattere il proprio stress come crede.

Certo, ma secondo lei questa tendenza è dovuta a qualche carenza affettiva di fondo?
Non credo. Gli adulti non sanno più usare le mani e probabilmente il Lego rappresenta l’ultima spiaggia. Quindi cosa vuole? E’ una cosa un po’ malinconica, un po’ triste, perché ad esempio a me sarebbe simpatico un papà che con un foglio della Gazzetta, si fa un cappello da muratore.

Beh certo, c’è anche da dire che tra la generazione dei nostri padri e nonni ne è passata di acqua sotto i ponti

I nostri nonni sapevano fare tutto, facevano anche le sigarette da nulla. Con le loro mani costruivano un mondo. Adesso noi costruiamo il mondo con le mani degli altri.

Cosa intende dire?

Siamo molto più colonialisti di suo nonno oggi.

Perché?

Perché per la nostra vita abbiamo bisogno di una serie di servizi a poco prezzo. Il mio nonno faceva tutto da sé, anche mia nonna, e quindi non aveva bisogno di una signora che portava la pizza alle otto e mezza di sera quando pioveva. E quindi la nonna faceva il pane in casa. E quindi eravamo più rispettosi, poi certo. Lei mi dirà: in Africa stavano peggio, ma credo che peggio di così sia difficile. È possibile, lo sto dicendo, certo. Quando c’era il fascismo da noi, il Belgio aveva il Congo, quindi non è che scherzavamo con le colonie. Adesso però le colonie non sono più in Africa, sono intorno alla stazione di Bruxelles.

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L'Occhio di Sauron in mattoncini Lego Lego

Si può parlare di una deresponsabilizzazione degli adulti?

Non hanno morale, capisce? Non sono così ipocrita da non sapere che una volta c’era comunque lo sfruttamento. Certo che c’era comunque lo sfruttamento, ma è che oggi le cose non son cambiate più di tanto. Se invece di mandare uno della provincia di Belluno in una miniera delle Ardenne (questo succedeva sessant’anni fa) adesso quello stesso sfruttamento lo usi tra casa tua e la stazione centrale di Milano da dove parte il rider che deve portare la pizza tiepida, insomma non capisco quale sia la stragrande differenza, francamente. È sempre uno sfruttamento. Dunque è una manualità che si è perduta e una tracotanza che si è totalmente inventata. Siamo molto più complici del male di una volta.

È pazzesco però che si manifesti attraverso un adulto che appunto, come diceva prima, alle due di notte si mette a giocare ai Lego

Sì.

Cos’è che fa di male quell’adulto?
Non c’è niente di male a costruirsi qualcosa con i Lego di notte. Sto dicendo che quello stesso godimento, se è godimento non vedo perché non vada spartito con un bambino. Tuo figlio, oggi, non sa neanche che cos’è il Meccano, il predecessore del Lego. Il Meccano era quello che si faceva con pezzi di ferro che si compravano nei negozi di giocattoli. C’erano viti, vitarelle, costruivano anche lì cose simili, forse anche più belle, perché c’erano delle gru con delle cordine, tiravi su i pacchi ecc. ecc. Il Meccano era ancora più creativo per certi versi. Queste cose, però, sono state spazzate via. E’ stato spazzato via anche lo Shanghai, è stato spazzato via tutto, perché tutto ha dovuto fare spazio a uno schermo.

E allora il Lego?

Il Lego viene da un acronimo danese che sta per “giocare bene”. La traduzione di Lego è questa. Abbiamo rimosso dalla nostra vita il giocare bene. L’inventore dei Lego, genio assoluto, era di Billund. Ci andai anche a Billund. C’era anche l’aeroporto costruito con il Lego. Billund. Adesso è una delle sedi di Ryanair. Perché noi non abbiamo più voluto, giocare bene? Ecco, i genitori dovrebbero giocare un po’ meno da soli con questi Lego e un più con i loro figli. Ma non credo che questa statistica possa pescare chissà quali realtà, perché non so quanti in questo momento, a 45 anni, abbiano un pezzo di Lego. Sì, ci saranno, ci saranno quelli che fanno i puzzle, ci sarà qualche deteriorato che ancora fa questa roba qua, ma in più vanno a giocare a padel, lo posso assicurare.
Quindi, diciamo che non credo sia una statistica così imperdibile. Quindi non lo so, anche se è vero che si tratti di un fenomeno così, come posso dire, un fenomeno un po’… un po’ sinistro, ecco. Torniamo sempre al Titanic. Il secolo iniziava col Titanic e questo nuovo secolo continua con questo Titanic. Siamo sempre sull’orlo di un naufragio.

Questa storia di adulti patiti di Lego è anche un po’ una scusa per parlare della nostra società, dei suoi costumi, dell’antropologia. Lei ha citato il padel, che è comunque la semplificazione di uno sport che è il tennis. Questa progressiva semplificazione di qualsiasi cosa, qualsiasi linguaggio, tendenza, arte, riguarda anche la politica, non trova?

Mah non saprei dirle con certezza se la politica è l’ultimo, è l’anello di congiunzione, diciamo, tra l’antropologia e il nulla. Prima del padel c’erano altre cose, altre forme che venivano, guarda caso, da una cultura molto Wall Street, cioè da una cultura che celebrava il mito del cinismo, era il mito del denaro, del super danaroso che poi non sapeva neanche spendere i suoi soldi se non in cocaina, nella frenesia, eccetera eccetera eccetera, no? Quindi “voglio una vita spericolata”. La voglio spericolata non perché diventi Magellano, ma perché sei un toro che deve impressionare al centro di un’arena. Questa cosa è talmente poco creativa, talmente banale che a un certo punto devi trovare qualche equilibrio, perché se no la quotidianità così ripetitiva, diventa inutile, no?

E’ alienazione anche questa?

Ne hanno scritto tutti i sociologi, politologi del Novecento. L’alienazione però all’epoca riempiva i manicomi, le galere, i sobborghi squalidi delle metropoli. Questa alienazione era propria della classe operaia, ma morendo questa, l’alienazione è diventata dell’umanità. Non c’è più una precisa classe che si possa dire alienata. Adesso alienato è il notaio. Mi spiego?

Paolo Crepet Ansa
Paolo Crepet at his best Foto Ansa

Certo

Ognuno di noi vuole qualche cosa di più che non c’è. Non si sa cos’è, però lo vogliamo, lo guardiamo disperatamente. Abbiamo tutte queste enciclopedie enormi nelle tasche e stiamo là. Una volta per sognare dovevi comprare un libro e leggerlo. Adesso per sognare, per pensare di sognare o illuderci di sognare, scrolli qualche immagine.

Di cosa è fatto il nuovo capitalismo, dunque?

Da miliardari che non erano mai stati così ricchi e mai così miserabili. Perché sei miserabile se hai dei soldi e non sai come spenderli. Perché non ti piace niente. Perché non potresti mai andare in una galleria d’arte. Perché non ti piace il tartufo. Perché non hai mai letto Italo Calvino. Perché non te ne fotte nulla di andartene a scopare su una spiaggia dei mari del Sud. Non sai fare niente, non hai nessuna mira. Io sono di una generazione che aveva delle mire, avevamo delle mire, delle cose che volevamo fare. Poi gran parte, io personalmente, le ho fatte, e qualcosa la faccio ancora adesso.

Ecco, infatti mi domandavo, ma uno che guadagna a sufficienza da permettersi 650 euro di Lego, perché non si rivolge piuttosto ad una puttana?

Perché il sesso ormai ha raggiunto una dimensione planetaria e non c’è più il segreto, non esiste più il pornografico, perché tutto è pornografico. Un red carpet qualsiasi, per metà è pornografia. C’era una volta l’eleganza, oppure c’era la capacità di ridere. Certo, Patti Smith era icona di un certo tipo di formalismo, ma vi era una capacità di ridere di quel formalismo, e quindi lei è rimasta icona per varie generazioni. Perché? Perché aveva ed ha un’anima. Mentre altri si sono venduti l’anima al diavolo. Mi sembra anche un po’ romantico parlare di queste cose. È come quando parlo degli angeli: la gente ti prende in giro. Non ci devono essere né Dio né gli angeli. Su Dio ho qualche dubbio, sugli angeli no. Non può chiedere quanto mi illuda che parlarne serva a qualche cosa. Oggi la comunicazione è talmente scivolosa, talmente frammentata, è difficile che qualcosa rimanga nel tempo. È molto difficile. Lei mi dica qual è la pubblicità che oggi la interessa, pubblicità proprio banale di un qualsiasi oggetto di mercato che rimarrà tra due anni, o tre, o sei mesi. Non c’è. Bella domanda, vero? Non c’è, non esiste. Se io le chiedo, nonostante lei sia abbastanza giovane, che cos’è stata la campagna di Oliviero Toscani per la Benetton, se lo ricorda?

Sì, me ne ricordo, ma non so dirle perché

Perché alla fine quel mondo lì ha prodotto delle cose che andavano al di là dell’oggetto. Oggi la pubblicità è solo l’oggetto. Non c’è arte nella comunicazione, che poi avviene su Instagram, dove una storia dura al massimo un minuto e venti. Cioè, che cazzo vuoi che sia un minuto e venti? Ci sono cantanti che mostrano il culo letteralmente pur di avere successo. Però anche quello passa.
Però anche chi, come me non lo vuole, poi alla fine ne è vittima. C’è qualche cosa che disturba in tutto questo. È la velocità di fruizione, perché la velocità di fruizione, composta con il decadimento delle nostre capacità cognitive, cioè la memoria per esempio, si compone in un nulla. È come se lei bevesse il caffè turco. Il caffè turco si deposita, lo devi far depositare. Ecco, adesso noi siamo tutti così, siamo depositati. Tu ti bevi la brodaglia che è sopra, ma quello che è il deposito, che sarebbe il vero fine, non c’è più, diventa fango.

Caffè turco. Bellissima questa metafora. Ma senta, tornando ai Lego, tutti questi adulti che vi giocano sono gli stessi che esultano oppure si indignano di una guerra come se fosse solo un show. Come si ricompone questa contraddizione di fondo? C’è questa anima infantile del gioco, però poi anche quella mostruosa della guerra che coesistono in questo modo così inquietante...

Il nostro lato peggiore non è fare la guerra. Il lato peggiore dell’umanità è scordarsi della guerra. Se lei pensa a cosa sta succedendo a migliaia di ragazzi, di ragazze come lei, a Teheran, che aspetteranno domani mattina, dopo le preghiere, per essere impiccati, è solo perché magari uattro giorni fa erano con un loro amico a protestare in piazza. Di questo noi ce ne fottiamo. Ciao. Perché abbiamo realizzato una grande scenografia, come se non si trattasse di una vera tragedia. Di Gaza, chi ne parla più? A inizio ottobre c’era la flottiglia, eravamo lì col cuore in gola, direi “oddio, li ammazzano o non li ammazzano”, e nel frattempo si mangia una bella bistecca a Firenze. Ora non so in Iran cosa accadrà, ma ci sono delle persone che stanno per essere impiccate per la stessa ragione, la libertà. Non riusciamo a incidere. Noi non riusciamo a incidere perché forse non vogliamo incidere. Ci basta ciò che abbiamo, ci è più che sufficiente, e quindi quando vogliamo fare un po’ quelli democratici, ogni tot, andiamo un po’ in piazza a fare baccano. Una volta per il Green Friday, un’altra volta per qualche Black Lives Matter, piuttosto che qualche altra cosa, ma finisce sempre tutto nel nulla. Pensi che negli Stati Uniti è stata ammazzata una donna solo perché sorrideva dall’Ice, che per il vicepresidente degli Stati Uniti non si tocca. Quell’assassino per Vance non va toccato. Che poi Nixon o chi per lui abbiano compiuto altrettante atrocità attraverso la Cia, ma fare certe dichiarazioni in una conferenza stampa è astonishing. Non vi sarà mai un paese europeo che dice, dato che il vicepresidente degli Stati Uniti ha detto questa cosa, cioè che un assassino non deve essere nemmeno toccato, allora noi ritiriamo l’ambasciata. Poi in Iran i sacchi neri di cadaveri accatastati in quel modo… io ne ho viste, ma mai così. Probabilmente a Saigon, negli ultimi mesi di Saigon, è successo qualcosa di vagamente simile, ma non era esattamente così, con i sacchi neri, chiusi con la zip. Questa è una cosa che io faccio un po’ fatica a ricordarmi in maniera così massiccia e strafottente. Chi si azzarda a dire che le cose stanno così poi la paga cara. Possiamo mostrarci tristi, certo. E’ tutto quel che abbiamo.

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