“Pandoro gate” è l’inglesismo che ha sintetizzato una storiaccia che le è costata cara e rischiava di costarle ancora di più. “Ne bis in idem”, invece, è Latino puro e è il principio giurisprudenziale che Chiara Ferragni non dimenticherà mai. E che, se potesse, lo taggherebbe pure. Ok, detta così sembra una battutaccia, anche se quel “ne bis in idem” è una formula da manuale universitario. E è pure la chiave esatta che ha chiuso, senza colpi di scena e senza bisogno di altre narrazioni, il capitolo giudiziario più discusso degli ultimi anni: il Pandoro Gate, appunto. E’ notizia di queste ore, infatti, che Chiara Ferragni è stata assolta al termine del processo abbreviato. La notizia, letta bene mentre i social e i soliti forcaioli già si scatenano, è molto meno misteriosa di quanto si possa pensare. Non Assoluzione “politica”? Colpo di spugna improvviso? Riabilitazione morale calata dall’alto? Niente di tutto questo, ma solo la decisione tecnica, limpida, e eventualmente impugnabile solo in appello, presa da un giudice che non ha accolto le richieste di condanna del pubblico ministero e che, non riconoscendo una aggravante, ha di fatto tolto lo zucchero a velo dal pandoro Gate.
L’accusa aveva chiesto una condanna a un anno e otto mesi, sostenendo che tra il 2021 e il 2022 la Ferragni avesse indotto in errore i consumatori con messaggi che lasciavano intendere un legame diretto tra l’acquisto dei prodotti e le donazioni benefiche, quando invece le somme erano state stabilite a prescindere dalle vendite. Una ricostruzione che parlava di un profitto complessivo di 2,2 milioni di euro, inteso non solo come ritorno economico, ma anche come rafforzamento dell’immagine pubblica dell’imprenditrice. La difesa ha sempre respinto l’ipotesi di dolo, parlando “al massimo di comunicazione ambigua e di pubblicità ingannevole già sanzionata nelle sedi competenti”.
Il giudice della terza sezione penale di Milano, Ilio Mannucci Pacini, in effetti, ha escluso l’aggravante della minorata difesa dei consumatori online. Esattamente il dettaglio che avrebbe trasformato la truffa in truffa aggravata e, quindi, in un reato procedibile d’ufficio. Il processo, in sostanza, non aveva più materia su cui reggersi, perché la querela era già stata ritirata da tempo, quando Codacons e Associazione Utenti Servizi Radiotelevisivi avevano accettato l’accordo risarcitorio con l’influencer. Il risultato è stato un proscioglimento per estinzione del reato che ha riguardato non solo Chiara Ferragni, ma anche i coimputati Fabio Damato e Francesco Cannillo.
Tradotto senza latinismi: non si può “punire” qualcuno due volte per la stessa colpa. Anche perché la Ferragni aveva già affrontato e chiuso il fronte amministrativo, pagando sanzioni, risarcimenti e donazioni per oltre tre milioni di euro e riproporre la stessa vicenda in sede penale, senza l’aggravante che la rendeva perseguibile d’ufficio, avrebbe quindi violato proprio il principio del ne bis in idem, una delle garanzie fondamentali dello Stato di diritto. Per il giudice non c’è stato bisogno di è entrato nel merito: ha semplicemente detto che quell’aggravante non c’era e che, senza di essa, il processo non poteva proseguire. Fine. Tutto il resto, dal crollo reputazionale al circo mediatico, appartiene a un altro piano, quello dove il diritto viene spesso confuso con il giudizio morale. Garlasco docet.
Anche se sarebbe sbagliato, tolto lo zucchero a velo, non accorgersi dell’amaro che lascia una vicenda che è chiusa solo dal punto di vista giudiziario. Chiara Ferragni, all’uscita dall’aula, ha preferito prestarsi al gioco delle narrazioni e di quell’amaro non ha fatto menzione, parlando piuttosto, come era prevedibile, di “un incubo finito, ringrazio avvocati e follower”. Insomma, social eri e social ritornerai. Lì, sui social, ogni racconto può in fondo essere infinito e modellato, anche come una grande vittoria, ma questa sentenza dice un’altra cosa: ne bis in idem. E è una cosa molto più seria di quanto sembri.