La mattina ha il sapore acre della carne lesa. Siamo avvolti dalle luci spietate di un ospedale al cospetto di volti tumefatti e palpebre serrate. Il sangue raggrumato firma i volti di questi sopravvissuti, nel silenzio della flemma esausta di chi ha dato tutto e si ritrova con una mano fratturata. La macchina da presa riavvolge il nastro e ci trascina dentro l’arena di Firenze.
Beauty vs Beast non è l’ennesimo reportage sul combattimento estremo a beneficio dei voyeur dello scontro no limits, né un’apologia sensazionalistica per il puro gusto del sangue. È un’opera sincera, spietata e profondamente umana sul Bare Knuckle Fighting Championship (BKFC) - evento itinerante - sbarcato nella Firenze del Rinascimento per mettere in scena un ossimoro visivo e filosofico di rara potenza e contemplazione. Mettere a nudo il combattimento a nocche scoperte all’ombra di Brunelleschi e Donatello significa scardinare ogni luogo comune. Quella che ad uno sguardo superficiale potrebbe sembrare solo barbarie marginale è in realtà l’archetipo primordiale dello scontro umano, una pratica che precede la boxe moderna. I guantoni non sono nati per proteggere i volti, ma le mani dei pugili, un’invenzione del marketing e dei promoter per allungare i match su più riprese, nel nome dello spettacolo e del denaro. Nel bare knuckle, invece, l’urto è istantaneo, essenziale: può bastare un solo impatto per finire al tappeto. C’è un’onestà brutale in questa contrazione del tempo, una brevità che assomiglia alla vita vera più di quanto qualsiasi finzione sportiva possa ammettere. A guidare questa narrazione senza filtri è il regista Pablo Benedetti, figura eccentrica e profonda del panorama documentaristico italiano - affiancato nella produzione da 011FILMS - già noto per opere capaci di scavare nel mito dell’uomo come El Número Nueve — ritratto intimo di Gabriel Omar Batistuta — e Firenze sotto vetro. Anche in quest'opera, Benedetti rilancia la sua visione viscerale: azzera la retorica per inseguire l’umanità vivida e pulsante. La sua motivazione non è glorificare ciò che la società considera violenza, ma usare la cornice epica e contraddittoria della sua Firenze per indagare la redenzione, il dolore e la ricerca di senso. La sua regia si muove con discrezione, quasi pudica tra gli spogliatoi e i corridoi, lasciando che siano i volti, le ferite e le pause a raccontare la verità. Ed è proprio nelle storie individuali che il film trova la sua linfa migliore. Non ci sono mostri né gladiatori da copertina, ma individui spinti al margine dalle proprie esistenze. A partire dallo stesso promoter americano del BKFC, David Feldman, uomo che rivela un passato sull’orlo dell’abisso, fermatosi ad un passo dal salto definitivo su un ponte, cresciuto con una madre rimasta tetraplegica dopo un'aggressione e capace di ritrovare la vita dipingendo con la bocca.
Tra gli ambassador del documentario spiccano la presenza carismatica di Conor McGregor, superstar delle arti marziali e co-proprietario della promotion, e Gabriel Rapisarda, figura chiave nella promozione di questa disciplina in Italia, ponte ideale tra la visione spettacolare d'oltreoceano e la veracità del contesto nostrano. Beauty vs Beast ci mostra uno spaccato di umanità che si nutre di coraggio e istante, attingendo da motivazioni che noi, per educazione e compromesso, ignoriamo e stigmatizziamo. Ci accoglie la voce rivelatrice del lottatore Walter Pugliesi, l’effige del suo viso completamente tatuato, stratificazioni di un passato tumultuoso tra carcere e redenzione. I suoi occhi chiari pulsano e svelano, fanno da contrappunto narrante per spiegare al comune mortale il significato salvifico del combattimento e smontare ogni stereotipo: per immolarsi in uno scontro senza guanti lui non ricorre alla rabbia o all’odio. Per Pugliesi il combattimento è un atto di pacificazione interiore, l'unico luogo in cui trova ordine e quiete. Tanti i campioni internazionali come Jimmy Sweeney, Lorenzo Hunt, Rico Franco e il gigante Chris Camozzi. Ma il cuore emotivo batte forte anche per le storie locali, come quella del calciante fiorentino Andrea Bicchi, una sorta di Rocky nostrano che dal fango e dalle botte del Calcio Storico si trova scagliato sul palcoscenico globale contro il titolato Camozzi per la grande occasione della vita. Guardate Beauty vs Beast, specie se non siete appassionati di certe pratiche, perché è un’opera sull’uomo: su cosa resta di noi quando si sfugge da opinioni e posizioni etiche dettate dal conformismo. In questa epoca in cui si allude sempre più alla violenza, stigmatizzandola e vietandola al contempo - infantilizzando lo spettatore con disclaimer protettivi dedicati a un pubblico sensibile - Beauty vs Beast ci fa scoprire l’esistenza di persone che non combattono per odio, ma per un bisogno viscerale di sentire il brivido dell'esistenza, per riscattare padri perduti e guadagnarsi una dignità che il mondo ordinario spesso nega loro. Quando il promoter grida negli spogliatoi di dare tutto per se stessi e per il pubblico, offrendo perfino un bonus economico di tasca propria, non assistiamo allo sfruttamento della sofferenza, ma a un patto d'onore primordiale. Vedere quelle facce sfigurate dalla battaglia stagliarsi contro la bellezza eterna di Firenze non lascia indifferenti: è un promemoria spietato di cosa siamo stati e di cosa, sotto la patina della civiltà, continuiamo irrimediabilmente ad essere, tra carne, dolore e ferite che non vogliamo ammettere.