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27 luglio 2026

“Un locale così non può vivere l’onta dei sigilli”. Lo scrittore Fulvio Abbate rilancia l’appello per la pasticceria Dagnino che dopo settant’anni viene sfrattata dal Gruppo Feltrinelli: “Panelle e gelo di mellone meglio delle madeleine di Proust”

  • di Fulvio Abbate Fulvio Abbate

27 luglio 2026

Settant’anni di storia e lo sfratto ora che la Finaval (la società immobiliare del Gruppo Feltrinelli) vorrebbe “rientrare nel possesso del bene immobile”, e cioè del Palazzo Esedra. La pasticceria siciliana Dagnino potrebbe chiudere, almeno nella sede storica, e c’è chi si sta mobilitando arrivando persino a scrivere una lettera aperta al ministro della Cultura Alessandro Giuli. Su MOW lo scrittore Fulvio Abbate firma un appello letterario, tra Proust e Tomasi di Lampedusa, contro “l’onta dei sigilli” di questa “autoclave del Tempo” nella Capitale
“Un locale così non può vivere l’onta dei sigilli”. Lo scrittore Fulvio Abbate rilancia l’appello per la pasticceria Dagnino che dopo settant’anni viene sfrattata dal Gruppo Feltrinelli: “Panelle e gelo di mellone meglio delle madeleine di Proust”

La pasticceria siciliana, meglio, palermitana, “Dagnino”, dolci, certo, e ancora tavola calda e insieme molto di più, che, a Roma, dalla Galleria Esedra s’apre su via Vittorio Emanuele Orlando, di fronte all’Aula Ottagona, già Planetario delle Terme di Diocleziano, è un’autoclave inenarrabile del Tempo. Un gruppo Facebook che inquadra l’universo capitolino tra “Via Veneto e il Rione Ludovisi”, perimetro turistico essenziale, da settimane avvisa che è in corso uno sfratto irricevibile, così dopo 70 anni di attività. “Un altro scrigno di bellezza e tradizione artigiana rischia di scomparire dalla mappa della nostra zona!”, leggo. Una minaccia simile ha riguardato l’“Antico Caffè Greco”. Ossia “Dagnino”, presente in città dal 1954, che da allora offre e consegna alle papille di tutti leccornie siciliane, palermitane, dolci e salate. “Il contratto di locazione delle mura scade infatti il 31 dicembre e la proprietà – Finaval Gruppo Feltrinelli – vorrebbe rientrare in possesso del bene immobile”. Un appello di Italia Nostra per salvarla dalla cancellazione è stato indirizzato segnatamente al ministro della Cultura, Alessandro Giuli: “Desideriamo richiamare la Sua attenzione sulla situazione della storica Pasticceria Dagnino, un'attività che rappresenta non solo un'eccellenza della tradizione dolciaria italiana, ma anche un importante presidio culturale, sociale e identitario del territorio. Il 27 luglio sarà costretta a lasciare i locali che l'hanno ospitata, con il concreto rischio di interrompere una storia fatta di lavoro, qualità, memoria e tradizione. Non si tratta soltanto della possibile perdita di un esercizio commerciale, ma della dispersione di un patrimonio che appartiene all'intera comunità”. La Pasticceria Dagnino, ripeto, è un’autoclave, un veliero, una carrozza, un vettore di un Tempo siciliano, assai di più, palermitano, che non deve essere sfiorato dal genocidio in atto sulle attività storiche, asserragliate come bene immaginario nella memoria condivisa cittadina.    

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L?ingresso della storica pasticceria Dagnino a ROma

Il negozio, inaugurato nel 1954 da Alfredo Dagnino, su un progetto di Peppino Contino, è un trionfo d’arredi e decorazioni ancora originali, lì a fermare le lancette del ricordo: gli affreschi di Alfonso Amorelli, una sequenza di figure femminili, stilizzate, tra citazioni di Matisse, del Picasso ceramista a Vallauris e forse anche di Raoul Dufy, al lavoro sui campi, appare sugli specchi della grande sala da tè, accanto al murale della scultrice Helga Schaffer e le opere incise su legno da Giovanni Maria Manganelli, un’allegoria altrettanto femminile delle città siciliane, merita rispetto, ed è necessario che resti intatto, immobile, inviolato nella sua autenticità, nella sua unicità. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nella testimonianza del figlio adottivo, il musicologo Gioacchino Lanza Tomasi, “si levava al mattino presto, usciva di casa, comprava il Corriere e il Giornale di Sicilia e leggeva al caffè, lavorando. Seguiva la politica internazionale. La televisione non gli piaceva, non volle comprarla e, quando un televisore gigantesco apparve in casa dell’amato cugino Casimiro Piccolo, sentenziò: ‘Con quell’apparecchio sulle ruote non si può più conversare’. Leggeva Moravia e gli piaceva, leggeva Pratolini, disprezzava Patti, ma apprezzava Brancati. Diceva che Montale era secondo solo ad Eliot, nel Novecento. Votò monarchico al referendum del 1946. Poi credo votasse per la Dc. Ma conosceva Marx, studiava Lenin, Croce, Gramsci. E credeva nella rivoluzione francese. Celebrato come scrittore dell’aristocrazia, considerava la decapitazione di Luigi XVI ‘la testa meglio staccata della storia’. Era persuaso che la storia dovesse muoversi di tanto in tanto con delle scosse formidabili”. In verità, il suo punto di sosta era la Pasticceria “Mazzara”, nella sua Palermo, amate e respinta al contempo, all’ombra del Grattacielo INA, anche quel luogo oggi non più esistente, cancellato a dispetto del rimpianto cittadino, dove si recava a scrivere. Uno straordinario documentario di Ugo Gregoretti, “La Sicilia del gattopardo”, realizzato nel bianco e nero ancora arcaico del 1960, mostra un anziano cameriere, scetticismo sfuso nel garbo riconoscente dei modi in giacca bianca, indica il tavolino, in fondo alla saletta, dove, d’abitudine intatta nel quotidiano, c’era modo di scorgere seduto Lampedusa. Non è escluso però che nelle sue soste romane abbia frequentato anche “Dagnino”, lo scrittore infatti morirà nella Capitale, tre anni dopo l’inaugurazione del locale, in casa della cognata, Olga von Wolff-Stomersee, moglie dell’ambasciatore Augusto Bianchieri Chiappori, al civico 2 di via San Martino della Battaglia, la stessa strada dove Vittorio De Sica ha girato alcune tra le scene più struggenti di “Umberto D.”, affacciata su piazza Indipendenza, sotto i suoi portici per anni c’era altrettanto modo di trovare un bar frequentato dai generici in cerca di ingaggio a Cinecittà: Franchi e Ingrassia, e ancora Nino Terzo e Enzo Andronico fra loro, tutti siciliani in cerca, forse pirandellianamente d’autore, certamente di piccoli guadagni settimanali, espressione della diaspora occupazionale fuori dall’isola di Trinacria.

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Tomasi di Lampedusa

L’onda lunga di quelle scosse, assecondate dalla coscienza dolente del principe, sembra adesso avere raggiunto anche la Pasticceria Dagnino, presente da più di 20 anni nell’albo delle botteghe storiche, tra i pochi esercizi ancora aperti e vivi nella Galleria Esedra, segnata negli ultimi decenni da una progressiva desolante perdita dell’originaria funzione commerciale e mondana; condannata alla desertificazione in modo visibile, ostinato e pervicace nel disprezzo per la memoria. Il mese scorso, come in un racconto di Gogol trasmigrato all’Esquilino, si era presentato l'ufficiale giudiziario, alla fine però gli affittuari sono riusciti a strappare la concessione di una proroga, tuttavia adesso in scadenza. In attesa di una risposta, resta solo l’immagine definitiva, mortalmente burocratica dei sigilli. Nel menu di Dagnino, in ordine sparso nell’idea del trionfo di gola: cannoli, cassate, frutta martorana, buccellati, “mariestuarde”, bignè di san Giuseppe, arancine (a Palermo è al femminile), panelle, “crocchè”, timballi di anelletti al forno, pasta con le sarde, caponata, involtini di pesce spada, cioccolato di Modica, iris alla ricotta, “gelo di mellone”, granite di limone, gelsi, arancia, mandorla; e ancora l’anice “Unico Tutone”. Nel film di Ettore Scola, “La Famiglia” (1987) l’esistenza dei dolci di Dagnino è evocata come compendio gastronomico dei pranzi domenicali delle famiglie romane residenti tra piazza Vittorio, via Conte Verde e piazza Dante. Come in una navicella, capsula, vettore, ascensore, spinterogeno del Tempo, e qui le anime più semplici citerebbero Marcel Proust con le sue “madeleine”, peccato però per l’autore della “Recherche” che panelle e “gelo di mellone” abbiano un potenziale onirico assai più titanico. Facendo caso all’ideale bosco incantato degli stessi arredi di Dagnino, almeno ai miei occhi, una volta nel suo abitacolo, vive la sensazione che l’infranto della morte e dell’assenza di quel bene chiamato rêverie sia pronto a essere colmato, quasi che una volta fuori in strada, ad aspettarmi possa esserci Gioconda, mia zia, la sua Seicento, in un ritrovato, metti, 1965; per lei, per la sua tomba, quando se n’è andata, ho trovato le mie parole migliori di scrittore: “Eri per noi l’estate”. La sensazione di vederla tornare, insieme al suo sorriso, miracoli che soltanto la visita da “Dagnino” sa ormai concedere. Un locale così non può vivere la punizione, l’onta dei sigilli, non può diventare un ricordo del genocidio ovunque in atto dei negozi ritenuti ormai d’epoca trascorsa. La decapitazione di Luigi XVI ‘la testa meglio staccata della storia’ nelle parole di Lampedusa svanisce davanti al bene assoluto immateriale e insieme concreto della “nostra” pasticceria. Resta la speranza che l’appello rivolto ad Alessandro Giuli, ministro della Cultura, trovi risposta e una tenaglia “civile” che abbia questa volta ragione dello spettro dei sigilli appena minacciato.

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