21 anni, uscito qualche mese fa da un centro detentivo giovanile, tale “Abdul B.”, “vicino agli ambienti islamisti” dice la polizia. E qui già il primo dei tanti campanelli di allarme dovrebbe accendersi. Perché non si dice “vicino agli ambienti islamici”? L’invenzione retorica del cosiddetto islamismo serve a mascherare ciò che dovremmo chiamare estremismo islamico. L’islamismo sarebbe una sorta di perversione dei principi che guidano la religione islamica, e come tale questa perversione deve essere distinta dall’Islam-quello-vero.
Una distinzione del genere non è nuova e la sentiamo spesso quando si parla della differenza tra comunismo teorico e comunismo reale, cioè il modo in cui il comunismo si è manifestato nella storia (in Russia, in Cambogia, in Cina e così via). Difficilmente gli intellettuali sono altrettanto cavillosi parlando delle ideologie di destra, considerate tutte più o meno fasciste. Quando si tratta invece di correnti di pensiero vicine a chi aderisce al modello progressista, si palesa l’impossibilità filosofica, così pare almeno, che quel mondo possa produrre pensiero barbarico e, in definitiva, malvagio.
Ne ha parlato il giornalista culturale Jean Birnaum in due bei libri, Musulmani di tutto il mondo unitevi e Occidente infedele. La sinistra ha trovato nell’Islam una via d’uscita rispetto alla realtà. Mentre il mondo svela l’impossibilità del socialismo scientifico, gli intellettuali di sinistra riversano le loro aspettative nei Paesi vittime del colonialismo bianco, nella speranza che nei loro Paesi si possa inverare ciò che da noi non è stato possibile realizzare. Questo non è stato possibile (vi dice niente l’Iran?).
A questo punto si è sviluppata una seconda forma di “progressismo filo-islamico” ben più pericolosa e miope, la speranza che l’utopia socialista si concretizzi proprio da noi, ma con l’aiuto dell’Islam. Se prima la sinistra poteva auspicare la rivoluzione altrove senza dover accettare usi e costumi dei popoli che incitava alla violenza proletaria, ora il discorso si è fatto più ambiguo, anche perché quello stesso popolo, con le migrazioni massicce degli ultimi decenni, è diventato parte dell’elettorato.
Un esempio eclatante di questo slittamento filoislamico nella sinistra europea è quello di Mélenchon. In riferimento al velo, il 23 febbraio 2017 disse: “Perché Dio dovrebbe interessarsi a uno straccio in testa”. Nel 2015, durante un’intervista a KTO (una tv cattolica) aveva apertamente definito il velo un “segno di sottomissione”. Nel 2025 ha chiesto scusa per queste uscite e spiegato perché aveva cambiato idea, dopo, dice, aver “chiesto ad amiche col velo”. Ora sostiene apertamente di non poter “accettare l’odio verso i musulmani”, mentre sembra non si faccia grandi problemi ad alimentare quello verso i cristiani, ricordando che “L'unico testo che abbiamo sul velo come forma di sottomissione femminile agli uomini è cristiano”.
Tornando a noi: è evidente che la simpatia verso l’Islam (la stessa che le nuove generazioni, imbevute dei libri di Edward Said, riversano sulla situazione in Medio Oriente) ha per i leader politici giustificazioni strategiche, tra cui la ricerca del consenso, e per militanti, antifascisti e progressisti culturali delle giustificazioni psicologiche. Per chi protesta contro la destra e l’avanzare di Futuro Nazionale in Italia, del Rassemblement national in Francia e dell’Afd in Germania, la simpatia verso la cultura islamica non è solo vicinanza ai popoli vittime dell’Occidente, ma un modo per continuare a odiare la propria cultura ora che il semplice antiamericanismo si è evoluto nella sua forma naturale, il complottismo (si veda Giulietto Chiesa).
Per parafrasare Beckett: hanno odiato e sbagliato; non importa, ora hanno trovato un modo per odiare meglio. Il problema, tuttavia, è che queste stesse persone, molte delle quali stavano festeggiando in strada sabato 25 luglio “l’orgoglio gay”, non hanno capito cosa esattamente abbiano deciso di odiare con così tanta virulenza. In poche parole: la loro stessa libertà.
Alle 22:00 un ragazzo vicino ad ambienti islamici (non islamisti…) ha falciato la folla scesa in strada per il Gay Pride. Se ne parla come di un “primo sospettato”, poiché pure per i terroristi islamici vale la presunzione di innocenza. Il ragazzo era già noto alle forze dell’ordine, dunque, mentre i leader di sinistra si stanno arrampicando sugli specchi ricordando che è ancora tutto da accertare, qualcosa possiamo pur sempre tentare di inferirlo logicamente dal suo passato e dalla natura di questa azione.
L’europarlamentare Ilaria Salis scrive: “Le dinamiche dell’attacco e le responsabilità sono ancora da accertare. Però sappiamo che, in generale, il fanatismo religioso e l’estrema destra condividono lo stesso odio e la stessa intolleranza nei confronti della comunità LGBTQI+. Non possiamo permettere che questo odio oscurantista, di diversa matrice ma in fondo così simile, trovi spazio nelle nostre società. L’antifascismo per me è anche questo: difendere sempre il diritto di ciascunə a essere sé stessə, ad amare chi ama e a vivere in libertà, senza paura né sotto il peso dei pregiudizi.”
Lasciamo da parte per un momento l’uso della schwa (“ə”) per sembrare inclusivi. Questo commento mostra inequivocabilmente tutta l’ipocrisia della sinistra di fronte al cortocircuito politico. La venerazione nei confronti della cultura islamica in nome del pluralismo fa sì che non possano scontrarsi in questa occasione contro l’Islam. Per farlo hanno bisogno di bilanciare parlando dell’estrema destra, che con questo attentato non c’entra nulla. Inutile dire che questo genere di reazioni infantili è un regalo proprio a quell’estrema destra che strumentalizzerà, in parte correttamente, queste tragedie.
Che un furgone bianco, tale e quale a quelle carrette sgangherate che avanzano durante i cortei trasportando studenti fuori corso e casse bluetooth, si sia schiantato contro una manifestazione per i diritti gay, e che alla guida ci fosse una persona vicina agli ambienti islamici, non è dunque un caso, ma una conseguenza della cecità di chi da anni, per fini politici o per lavaggio del cervello, ha decantato i pregi di una cultura nemica delle libertà individuali che in tanti continuano a schifare.